lunedì 6 maggio 2013

Piero Martinetti, un filosofo da riscoprire



Francesco Pullia

Spiritualista ma anticonfessionale, laico, pessimista e vegetariano, tra i pochi ad avere avuto, nel 1931, il coraggio di rifiutare di prestare giuramento al regime, Piero Martinetti (1872-1943), come Aldo Capitini (1899-1968) e Giuseppe Rensi (1871-1941), dovrebbe occupare un posto di primo piano alla stessa stregua di Gentile e di Croce di cui fu antitetico. Anzi, per dirla tutta, dovrebbe meritare maggiore attenzione sia del padre dell’attualismo che del liberale assertore dello storicismo. La riflessione e la testimonianza cicile di Martinetti, che non aveva mai insegnato a Torino, gli procurarono negli anni Trenta estimatori e discepoli in quella città. Come ha scritto Norberto Bobbio: “Pur essendo stati suoi allevi, per tre di noi che frequentavano la facoltà di filosofia in quegli anni, ebbe la sua parte nella npstra educazione intellettuale e morale. Mi riferisco a Ludovico Geymonat, ad Augusto Del Noce e a me stesso”. Lo stesso cattolico Del Noce – lo ricorderà nel suo saggio Martinetti nella cultura europea, italiana e piemontese – frequentò Martinetti dalla metà del ’36 alla primavera del ’41: “Che cosa portava a cercare l’amicizia di Martinetti e a sentire la minima espressione della sua simpatia e della sua stima come più preziosa di qualsiasi docenza? Ragioni, in primo luogo, di ordine etico-politico, in quel momento storico… Si era passati dalla distinzione di morale e politica alla loro completa opposizione, e la situazione era tale da suggerire che la rottura tra ciò che è vitale e ciò che è morale meritasse un fondamento ontologico…”.
Chi non lo conoscesse affatto può accostarsi al suo pensiero leggendo gli studi di Amedeo Vigorelli, Piero Martinetti. La metafisica civile di un filosofo dimenticato (Bruno Mondadori, 1998), Giuseppe Colombo, La filosofia come soteriologia. L’avventura spirituale e intellettuale di Piero Martinetti (Vita e Pensiero, 2005), Brigida Bonghi, La fiaccola sotto il moggio della filosofia kantiana. Il Kant di Piero Martinetti (Mimesis, 2011). La sua prospettiva è delineata sin dagli esordi, con la tesi di laurea sul sistema filosofico indiano samkhya che, secondo lui, aveva per primo affermato l’indipendenza della ragione da ogni rivelazione rivolgendosi “esclusivamente ai problemi del dolore dell’esistenza, del merito delle opere, della purificazione dell’anima e della liberazione”. Per Martinetti, non sono i vincoli dogmatici, le credenze tradizionali, gli irrigiditi clericalismi ad affrancarci. Non si può, egli sostiene, prestare fede alle cosiddette religioni positive, che si reggono sulla “sottomissione servile” dell’individuo, hanno smarrito “ogni potenza vivificatrice” e si mostrano, tra l’altro, indifferenti innanzi all’inaudita sofferenza provocata negli animali dagli uomini e dai loro modelli organizzativi economici e sociali. Gli animali “sono esseri affini a noi e il presentimento pietoso non ci inganna quando nei loro occhi leggiamo l’unità profonda che ad essi ci lega”. C’è urgenza, per l’autore, di una profonda rigenerazione etica, religiosa, sociale e il compito di realizzarla spetta a minoranze attive. Difensore del modernista Buonaiuti, avversato da Padre Agostino Gemelli, con cui fu tenacemente in polemica. Avverso recisamente alla concezione gentiliana di uno stato etico, non si stancò mai di ribadire che non ci sarebbe mai stata libertà politica senza libertà religiosa e che le armi del totalitarismo non avrebbero mai avuto efficacia dinanzi alla risoluta resistenza di una libera coscienza religiosa.


Il suo Gesù Cristo e il cristianesimo, pubblicato a proprie spese nel 1934 per i tipi delle Edizioni della “Rivista di filosofia”, venne messo all’indice e immediatamente sequestrato. Merito di Castelvecchi riproporcelo adesso in una nuova versione editoriale (€ 25,00) dopo quella, curata da Giacomo Zanga, pubblicata in due volumi da Il Saggiatore nel 1964. Si tratta di un lavoro che, nonostante i tanti anni dalla sua prima comparsa, non ha smarrito affatto la sua portata innovatrice e ancora oggi risulta addirittura profetico. Martinetti contrappone la religione dello spirito a quella dell’autorità e rimarca le differenze tra Cristo, storicizzato, spogliato di elementi mitici e leggendari, e Paolo.
Gesù, per Martinetti, non ha basato il proprio insegnamento su alcuna rivelazione soprannaturale ma, come Buddha, come i grandi profeti di Israele, è stato “un veggente nel senso più alto della parola”, avendo voluto condurre “gli uomini a vedere ciò che Dio ha già scritto profondamente nei loro cuori”. Per questo la sua parola colpisce ancora perché detta al nostro interno come faceva con i “suoi umili ascoltatori (…) La riduzione della religione ad un atto sentimentale o volitivo è in realtà solo un artifizio diretto a mascherare l’arbitrio dogmatico”. Risultano evidenti le affinità tra questa posizione e lo gnosticismo. Ritrovati casualmente a Nag Hammadi, in Alto Egitto, due anni dopo la scomparsa di Martinetti, i vangeli gnostici suggeriscono, infatti, di Gesù l’immagine di un illuminato, di un Buddha, che ci sprona a trovare in noi la salvezza. Non è un caso se furono sottoposti a distruzione a partire dal concilio di Nicea (325). Il motivo di questa persecuzione appare evidente se si considera che lo gnosticismo non riconosceva autorità al potere istituzionalizzato, contestava la riduzione della spiritualità in un’organizzazione strutturata e metteva l’accento sull’importanza del percorso iniziatico da intraprendere. A differenza degli scritti neotestamentari, Gesù nei testi gnostici non parla di peccato e pentimento ma è, appunto, un maestro di saggezza che indica nella conoscenza interiore la strada per il riscatto dalla condizione in cui siamo caduti.
Analogamente, per Martinetti, il messaggio di Cristo non ha bisogno di mediazioni perché rivolto direttamente agli uomini e fondato sulla pietà, sulla carità, sulla coerenza tra parola e azione. Pertanto non ha nulla di assolutistico. La vera storia della chiesa di Gesù Cristo, secondo il filosofo, non ha nulla in comune con quella delle grandi chiese, in grandissima parte estranee allo spirito cristiano, “ma è la successione degli spiriti, simili al suo, che hanno attraversato il mondo umili e miserabili come furono il Cristo ed i suoi seguaci. (…) Le chiese”, aggiunge amaramente, “continueranno nel mondo, finché il mondo sussisterà, l’opera loro: la corruzione richiamerà di tempo in tempo le riforme e le riforme rigenereranno la corruzione (…) Ma nessun ostacolo del mondo può impedire il rinnovamento di quella pura tradizione cristiana che si leva sulla storia delle chiese come la Gerusalemme celeste che nell’apocalissi sorge sulle rovine del cielo e della terra”. La religione, conclude Martinetti, “vive nelle anime, non nel mondo: e la luce risplende in una coscienza pura che non conosce tramonti”.


1 commento:

  1. Si ricordi anche Ennio Carando, allievo di Martinetti insieme a Geymonat

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