sabato 27 aprile 2013

Se Dante trionfa in tv ma anche alle fraschette dei Castelli romani


Giuseppe Mammetti

Roberto Benigni è un vero opinion leader. Uno di quelli bravi, capaci di pilotare l’attenzione della massa anche su argomenti difficili o di nicchia, tradizionalmente lontani dal raggio di interessi del grande pubblico. Tra i suoi lavori ricorrenti, specie negli ultimi anni, uno ha assunto un’importanza particolare. È divenuto un suo cavallo di battaglia, ma soprattutto ha finito col diventare un must dell’intrattenimento culturale, rioccupando un posto che gli spettava di diritto per storia e tradizione: le Lecturae Dantis. Da quando Benigni ha iniziato il suo Tutto Dante, lo spettatore medio, quello prettamente televisivo, affiliato al prime time e alle atmosfere da stadio, ha riscoperto Dante, anche nei teatri e nelle biblioteche. E non è un’esagerazione.Se oggi vi capita di frequentare una delle tante letture, e non è difficile, perché Roma o altre città offrono almeno un paio di appuntamenti quotidiani, scoprirete un pubblico di appassionati praticamente inedito, inimmaginabile fino a qualche anno fa. Un pubblico composto da dopolavoristi, telespettatori affezionati, fan di Mara Venier o seguaci di Renzo Arbore, che ascoltano la “lectio” accanto ai filologi di professione e ai sottili conoscitori. Sempre più spesso c’è anche un pubblico “didattico”, fatto da studenti, che alla “lezioncina” a scuola o al seminario dell’università preferiscono l’immersione diretta nelle atmosfere dantesche. E non mancano mai, di solito seduti nelle ultime file, i tiepidi, quelli che hanno la faccia di chi è capitato per caso o per sbaglio, ma che tutto sommato sembrano gradire. E il più delle volte, inaspettatamente, tornano.Per effetto di un’intuizione che è divenuta una moda, ma vero, funziona. Produce cultura, ma anche spettacolo. Sempre o quasi sempre finisce col creare sottili alchimie, complicità ed amicizie, soprattutto tra i novizi. Questa rinnovato interesse, per non dire rinascita, sorto intorno al protagonista più importante della nostra cultura nazionale, lo dobbiamo ad una particolare categoria di studiosi: i dantisti. Quelli che per il principe dello stilnovo nutrono una vera vocazione. E che lo sanno far rivivere in ogni contesto, davanti alla platea gremita di un teatro o nella sala semivuota di una parrocchia, senza spettacolarismi o forzature. Raccontando il Dante della vita quotidiana e quello delle opere maggiori, semplicemente per ciò che sono stati, svelandone l’essenza, ma evitando il ricorso alle invenzioni da fantathriller. Nonostante le apparenze, quelli davvero bravi sono pochissimi. Io ne conosco uno. Forse il più bravo di tutti: Aldo Onorati. E vi racconto chi è. Onorati è un simpatico signore sulla settantina, ma ne dimostra almeno una decina in meno, che ha il pregio o il limite d’essere un signore della nostra letteratura.


Le sue poesie sono tradotte in venti lingue e i suoi romanzi, quasi tutti long seller, si ripubblicano a distanza di decenni, spesso con nuovi editori. Su Dante può raccontarti qualsiasi cosa. Lo ha studiato a fondo e gli ha dedicato diverse di pubblicazioni, anche di saggistica letteraria. Ma se gli chiedi dov’è che ha acquisito tutto questo, quando se ne è innamorato, lui ti risponde sinceramente: “all’osteria di mio padre, ad Albano, sui Castelli Romani”. E non scherza. In una delle tante “fraschette” della campagna laziale, non nelle aule del liceo o all’università, Aldo ha coltivato questo amore. Ascoltando i contadini o i pastori dell’agro, spesso in transito, quasi totalmente analfabeti, che ne recitavano l’opera a memoria e che si sfidavano ogni sera a colpi terzine, seduti ad un tavolo di osteria con la pancia semivuota ed il bicchiere pieno. Persone semplici, che neppure immaginavano cosa fosse un’esegesi. Che non sapevano leggere, ma capivano l’importanza della vera poesia. E cedevano al fascino di un’opera d’arte nel più genuino dei modi, appropriandosene. Impossessandosi di qualcosa che la storia aveva reso eterno, nell’unica maniera possibile, imprimendola nella memoria. Con uno spirito contemplativo, ma anche furbo. Tipico di chi va al Louvre e pensa di poter rubare la GiocondaA Onorati, in decenni di onorato servizio “dantesco”, si devono decine di intuizioni. L’ultima, questa volta in veste di studioso-talent scout e non di autore, è la promozione di un saggio di Louis Marcello La Favia, di cui Aldo ha curato la postfazione. Il libro si chiama Chanzona ddante (Angelo Longo Editore) e racconta con rigore filologico il ritrovamento di un poema ascrivibile a Dante, fatta da Luis Marcello La Favia, docente a Washington DC. La Favia, quasi istantaneamente, ha individuato in un poema semisconosciuto del Trecento, erroneamente attribuito ad un minore, Bindo Bonichi, i caratteri inequivocabili della creazione “dantesca”, e nella dimostrazione del teorema ha speso i suoi ultimi anni. 


La storia dell’intuizione di La Favia, comune a molte grandi scoperte della storia della letteratura. è un concentrato di dedizione, fortuna e talento, che nasce, come in decine di circostanze simili, dal caso. E parte da lontano. Per l’esattezza dal 1987. Quando in un manoscritto trecentesco della British Library di Londra, il “Codex Harley 3459”, espressamente dedicato al poeta fiorentino, lo studioso scopre un poema semi-sconosciuto, di origine incerta e di assoluta bellezza, incomprensibilmente mai menzionato prima di allora. Per lo studioso è un mistero, inizialmente irrisolvibile, che prende forma poco a poco, nel tempo. E si chiarisce solo dopo studi e ricerche rigorose, che portano ad un’affermazione sconvolgente: il poema, quasi senza possibilità di errore, è attribuibile a Dante.La tesi di La Favia, lo si scopre durante la lettura, poggia su solide basi storico-critiche, espresse con una sicurezza e una padronanza della materia, che fanno di questo piccolo trattato un capolavoro di filologia. Un testo molto rigoroso, ma accessibile anche ai lettori meno esperti, scritto abbastanza bene da risultare avvincente a chiunque si sia mai interessato a Dante. Ma non solo. A rendere affascinante questo libro, al di là dell’aspetto scientifico, concorre un altro fattore: un aneddoto, che suscita istantanea simpatia e aiuta a comprendere quanto acume e dedizione richieda il mestiere dello studioso, spesso, per la verità quasi sempre, sottostimato.Louis Marcello La Favia, causa la malattia e l’incedere dell’età, non concluse mai il suo lavoro, che s’interruppe del 2008, anno della morte. Per come lo vediamo oggi, il libro è nato dall’impegno del fratello minore, Giuseppe Angelo, che ha portato a termine l’opera raccogliendone l’eredità. Giuseppe Angelo non è uno studioso, ma ha creduto nell’impresa, anteponendola alle sue normali occupazioni. Divenendo a sua volta un dantista, un esperto del sommo poeta. Uno di quelli preparati, che regalano a chi li legge e a chi li ascolta il piacere della grande letteratura, nella sua dimensione più naturale. Che è quella dei racconti in pubblico. Dove un piacere personale diventa un interesse condiviso. E si trasforma, se la serata è quella giusta, in un’esperienza indimenticabile.

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