mercoledì 19 giugno 2013

Questi venticinque anni senza la “voce” di Herbert Pagani


Luciano Lanna

Nel suo ultimo bel libro – Romanzo irresistibile della mia vita vera (Marsilio, pp. 240, euro 16,00 – Gaetano Cappelli ricorda le estati al mare degli anni Sessanta con le radio a transistor, e lo introduce così: “Finché un giorno cambiando stazione, non intercettai la voce di questo tizio. Una voce allegra, leggera, internazionale: stavo su Radio Montecarlo, non per niente. E dio, come mi sentivo speciale solo per quello, solo per il fatto di ascoltare questi annunci in italo-francese… E poi c’era quella voce che raccontava di canzoni leggendarie, della loro storia e di quando e come erano venute fuori dalla testa dei musicisti, dei loro grandi amori e avventure e tutto era così fresco e vero e naturale perché quei racconti era proprio uno di loro – un musicista – a farli, e cioè Herbert Pagani. Da quei giorni ne divenni un fan. Adoravo tutto di lui, quel suo fraseggio fresco, scanzonato, il piglio anticonformista. Che avrei dato per essere anch’io come lui, come Herbert Pagani, e come quelle migliaia di ragazzi che, ascoltandolo, seppi, s’erano proprio allora radunati, nel 1969, per i tre famosi liturgici giorni sui prati verdi dell’isola di Wight…”.
In poche righe Cappelli rende al meglio quella che fu la sensazione radiofonica condivisa di un artista poliedrico e di un cantautore di qualità di cui questa quest’estate ricorrono i venticinque anni della prematura scomparsa a soli 44 anni dopo un improvviso male incurabile. È infatti già un quarto di secolo che s’è n’è andato, Herbert Pagani, lasciando davvero un grande vuoto nella musica e nella cultura non solo italiane. In quel 1966, negli studi di un loft milanese in piazza Tirana, sede della sua "Mama Records", insieme alla fedele amica e collaboratrice Annalena Limentani, aveva infatti creato una trasmissione destinata a fare epoca e a imporre Radio Montecarlo, l’emittente che allora costituiva, grazie a una potente antenna su onde medie, l’unica alternativa al monopolio della Rai democristiana (che intanto aveva censurato Guccini e De André…). La trasmissione si chiamava Fumorama e si faceva ascoltare davvero da tutti. Come spiega Mario Luzzatto Fegiz, “Pagani fu maestro di radiofonia”. Non a caso era lui stesso a spiegare la sua tecnica: “Bisogna scandire le parole, le lettere devono apparire sulle labbra come quelle dell’omino animato che fa la pubblicità della Moka Express”. Lui faceva proprio così. Il risultato era una dizione molto teatrale, fortemente riconoscibile, inconfondibile e soprattutto chiarissima…


La sua stessa biografia era molto complessa e affascinante. Herbert Pagani, in esteso Herbert Avraham Haggiag Pagani, era nato a Tripoli italiana nel 1944, prima delle fine della guerra, da una coppia di libici di religione ebraica, italianizzati dall’amministrazione coloniale di Italo Balbo. La separazione dei suoi genitori, che avviene quando lui aveva due anni, lo vedrà in seguito in costante trasferimento in diversi collegi e città, attraverso l’Austria, la Germania, la Svizzera, la Francia e la sua Italia. Mentre frequenta il liceo a Parigi conosce la figlia del poeta Jean Rousselot, ne frequenta la casa e la biblioteca e viene da loro incoraggiato alla ricerca di una sua dimensione artistica. Herbert si diploma e perfeziona la sua tecnica all’Accademia Charpentier di Parigi e successivamente all’Accademia di Brera di Milano. Mentre si trova a Cannes a vendere disegni per strada durante la stagione balneare, viene notato da Pierre Picard che gli propone di esporre nella sua prestigiosa galleria. La sua mostra Les dessins fantastiques et paysages allucinatoires ha un successo clamoroso e i suoi disegni vengono acquistati da privati come Federico Fellini o da importanti istituzioni internazionali come la Collezione Olivetti. È il settembre 1964, Pagani ha vent’anni e viene reclutato dalla rivista Planéte di Louis Pauwels e Jacques Bergier per illustrarla. Poi altre collaborazioni prestigiose, tra cui quella con l’Encyclopédie du fantastique e quelle con editori come Rizzoli (con cui illustra La fantarca di Giuseppe Berto) o il Club des Amis du Livre.


Ma Herbert è inquieto, l’arte figurativa non gli basta. Ama e traduce in italiano le canzoni dei grandi cantautori francesi – Brel, Ferré, Moloudji – e comincia a scriverne di sue. Fino a quando nel 1965 incide il suo 45 giri Lombardia e debutta in un cabaret milanese. Poi s’impone con le sue canzoni: accanto a pezzi come Cin cin con gli occhiali, Ahi le Hawai o Lo specchietto, anche una canzone resa celebre da Edith Piaf come Albergo a ore (per anni “prima nella hit parade della censura italiana”, rideva sempre Pagani) o anche La mia generazione. E soprattutto Amicizia, un ellepì rivoluzionario in cui per la prima volta le canzoni sono legate fra loro da dialoghi, voci di strada, monologhi, rumori… Un vero e proprio concept album censurato, tranne il pezzo più orecchiabile che dava il titolo al disco, dalla solita televisione italiana. Pagani, che piaceva anche ai bambini per certe sue trasmissioni alla tv dei ragazzi, a un certo punto lascia l’Italia e nel 1971 va a Parigi. Qui con i suoi spettacoli diverrà una star. I giornali acclamano il cantautore che “canta con la penna e disegna con la voce”. Il poeta Louis Aragon annoterà: “Ormai è impossibile parlare di canzone contemporanea senza tenere conto della sua esistenza”. Nel 1972 sarà la volta del doppio concept album e dell’omonimo spettacolo Megalopolis, un’opera a sfondo ecologista. Nel 1973 realizza un altro progetto che gli sta a cuore, Venise, amore mio, considerato dall’Unesco il più efficace strumento di denuncia sui pericoli che minacciavano Venezia. Poi, nel 1976, Megalopolis arriva anche in Italia, al festival dei Due Mondi di Spoleto.


Ma la più grande battaglia di Pagani fu quella per il Medio Oriente: libico e italiano, ebreo di nascita ma cosmopolita, fece di tutto per la logica del “due popoli e due Stati”. Il suo sogno era quello di difendere l’esistenza di uno Stato per gli ebrei ma nel contempo cercando la pace con i palestinesi riconoscendo anche a loro tutti i diritti. Morirà il 16 agosto del 1988 in un ospedale di West Palm Beach in Florida a causa di una rarissima malattia del sangue che lo aveva colpito all’improvviso solo qualche mese prima.
Adesso, da qualche mese, Pagani è stato ricordato per iniziativa del suo amico Marco Ferradini con un album intitolato La mia generazione, nel quale le sue canzoni più note sono eseguite da personaggi che gli furono vicini oppure che sono culturalmente in sintonia con la sua sensibilità e il suo percorso. Ci sono Eugenio Finardi e Alberto Favata (in arte Simon Luca), la sorella Caroline Pagani, Shel Shapiro, Anna Jencek e lo stesso Ferradini (per il quale aveva scritto Teorema) che collaborarono direttamente con lui. Ci sono altri, vicini spiritualmente e musicalmente, come Andrea Mirò e Alberto Fortis. Fra le canzoni più leggere, Cin cin con gli occhiali, scritta con Edoardo Bennato, e fra quelle più impegnate Signori presidenti: “E per i panni sporchi lavati troppo tardi / in certe lavatrici intorno al Quirinale / che puzzano d’inganni, di sangue e di miliardi / mentre la lira scende e il terrore sale”.




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