lunedì 11 novembre 2013

L'Italia è troppo coinvolta nella crisi siriana: non può fingere di ignorarla






Soso
Niente di nuovo sul fronte sud-occidentale.
Parlare di Siria non riesce bene, se non riflettiamo sul grado di coinvolgimento che riguarda già oggi tutti noi. Non risulterebbe neanche corretto, se non si mettesse a fuoco la paradossale similitudine con la guerra civile spagnola: una crisi internazionale non solo geograficamente speculare, ma potenzialmente altrettanto prodromica, in quanto a schieramenti e sperimentazioni politico-militari. Quello che rende tutto più difficilmente gestibile è l'enorne differenza di scala nelle possibili conseguenze. Gli attori internazionali fondamentali sono gli stessi: ma se i ruoli decisamente differenti delle potenze coinvolte evidenziano la presente condizione storica, una certa ricorsività strategica tende a rammentarci una "struttura" geopolitica da cui sarebbe meglio non prescindere: comunque, noi italiani siamo proprio in mezzo.



Riguardo il coinvolgimento dei cittadini di questa repubblica, si può iniziare da un dato solo apparentemente periferico e cioè l'interposizione militare italiana che, dal 2006, vede il nostro esercito schierare un contingente UNIFIL sempre superiore al migliaio di unità per separare i contendenti dell'ultima guerra in Libano. La rotazione dei reparti nel settore sud-occidentale libanese lungo un periodo di sette anni totalizza trentamila presenze, quindi anche sul solo piano quantitativo le famiglie italiane direttamente interessate non sono affatto poche. Se poi consideriamo i mezzi e le altre forze armate mobilitate il totale cresce, ma soprattutto risulta più chiaro il rilievo militare dell'intervento: basti pensare alla sola fregata Maestrale con i suoi 225 marinai e un costo di esercizio pari a sessantamila euro al giorno, o al nuovissimo caccia lanciamissili Andrea Doria il cui profilo è di molto superiore. Ma infinitamente superiore è il livello di pericolo in un ristretto spazio marino, dove incrociano navi pesantemente armate di missili anche atomici, costruite appositamente per affondare le portaerei americane. Non è permesso quindi ragionare in termini di perifericità, con truppe schierate a 30 chilometri dal Golan, nel quale gli israeliani sono presenti in forze e dove appena oltre si combatte duramente da anni. Damasco e Daraa sono solo un pò più in là… ma soprattutto, a nord della zona UNIFIL è schierato Hizb-Allah… lo stesso partito armato libanese i cui miliziani hanno combattuto in modo determinante a Qusayr, Talkalakh, Homs e che ora sono concentrati nello scontro finale di Aleppo, assieme all'esercito siriano ed ai volontari internazionali iracheni, yemeniti e iraniani. 




Oltre ad essere un altro mercato italiano perduto, la Siria si configura quindi come uno spazio di crisi molto complesso, le cui dinamiche non sempre palesi si riversano negli stati confinanti. Il dispiegamento nell'area di nuove e ancor più potenti forze militari, non lascia pensare a una soluzione breve dello scontro feroce che definire guerra civile è solo un eufemismo, data l'assoluta preponderanza di forze militari internazionali kaediste. L'invasione della Siria è stata fermata ed è iniziata la riconquista del territorio, ma anche se gli attori "interventisti" si stanno disgregando, la prospettiva bellica rimane pesante e in un conflitto senza limiti l'attuale "niente di nuovo" italiano non garantisce un'auspicata non belligeranza.

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