sabato 28 settembre 2013

Leggendo della morte di Aldo Reggiani... Quando in tv irruppe "La freccia nera"


Luciano Lanna

Leggo della prematura scomparsa dell’attore Aldo Reggiani. Aveva sessant’anni, aveva fatto cose importanti in teatro, è stato da doppiatore la voce di Jeremy Irons e Patrick Swayze. Ma a me che sono un figlio del baby boom degli anni Sessanta e che nel dicembre del 1968 frequentavo la terza elementare, il suo nome m’è subito tornato alla mente accoppiato a quella della giovanissima Loretta Goggi. Erano stati, insieme, i due giovanissimi interpreti di quello che è uno sceneggiato (allora si chiamavano così non erano né telefilm né le fiction del futuro) scolpito nell’immaginario di tutta la mia generazione: La freccia nera. Chi tra quelli che lo avevano visto e seguito allora ha dimenticato la canzone della sigla? “Sibila il vento la notte si appresta / e la cupa foresta minacciosa si fa / passa ma trema se senti un fruscio / forse è un segno d’addio / che la vita ti dà / lascia la spada se il cuor non ti regge / perché questa è la strada / che da noi fuorilegge ti porterà…”.


Talmente importante fu quello sceneggiato che uno studioso dell’immaginario come Mario La Ferla vi ha dedicato un intero capitolo del suo saggio L’altro Che (Stampa alternativa, pp. 214, euro 14,00), uno studio sulle icone trasversali a cavallo tra la fine dei Sessanta e la metà dei Settanta. Vediamo cosa racconta: “Per Natale, quello del 1968, la Rai aveva deciso di premiare i telespettatori con un programma considerato di alto livello educativo e di forte impatto popolare. Era La freccia nera, sceneggiato in sette puntate diretto da Anton Giulio Majano e ispirato al romanzo di Robert Louis Stevenson, il celebre autore di avventure come L’isola del tesoro. L’appuntamento con la prima puntata era stato fissato per la sera del 22 dicembre, alle 20,30, sull’allora Programma nazionale (poi Primo Canale e Rai Uno). Nel 1968 gli abbonati alla televisione erano poco più di nove milioni ma davanti al teleschermo in bianco e nero ogni sera si sistemavano almeno quindici milioni di persone…”.
La Rai, stando alla ricostruzione di La Ferla, voleva fare un regalo agli spettatori nella speranza di distoglierli dal putiferio che dall’inizio dell’anno aveva attraversato il Paese con la contestazioni e le notizie che arrivavano dall’estero: Vietnam, Messico, Parigi, lotta per i diritti civili negli Stati Uniti…


La freccia nera televisiva era fedele alla vicenda del romanzo scritto da Stevenson nel 1889. Ambientata nell’Inghilterra del XV secolo, al tempo della guerra delle Due Rose, che vedeva lo scontro tra le due famiglie dei Lancaster e degli York per la successione al trono, la storia segue le avventure del giovane Dick Shelton al servizio dei Lancaster, quella con lo stemma della Rosa rossa. Ma quando Dick scopre che i suoi genitori erano stati uccisi da sir Daniel Branckley, signore di Lancaster, giura vendetta e cambia fronte. Si schiera con la famiglia rivale, gli York, quelli con la Rosa bianca, e si unisce alla Freccia nera, la banda di fuorilegge che si oppongono all’oppressione e alla tirannia dei Lancaster. Li guida Ellis Duckworth, un uomo deciso a farsi giustizia, uccidendo uno a uno i rappresentanti dei Lancaster e dei loro luogotenenti trafiggendoli con terribili frecce nere. Dick Shelton, ormai unito ai masnadieri della Freccia nera, conosce un ragazzo, John Matcham, in fuga dalle persecuzioni di sir Daniel. In realtà, si scoprirà che il giovanotto non è altri che la nobile fanciulla Joan Sedley, travestita da ragazzo che tenta di fuggire…
Ma sin dal primo sabato sera in cui andò in onda, La freccia nera sfondò alla grande. La Ferla ne fornisce una chiave di lettura: “Era diventato, fin dalla prima puntata, lo sceneggiato preferito dai ragazzi che avevano partecipato alle contestazioni studentesche e che volevano cambiare le cose. Gli alti papaveri della Rai non si erano accorti che il personaggio di Dick, interpretato dal giovane Aldo Reggiani, non assomigliava solo a Robin Hood, ma piuttosto, preciso a preciso, a Ernesto Guevara detto il Che, che in quei giorni era l’icona di quasi tutti i giovani… Come non pensare che quel giovane ribelle, deciso a sconfiggere i nemici del popolo e della libertà, e alleato ai fratelli della foresta, non poteva identificarsi col guerrigliero argentino, ucciso a tradimento poco più di un anno primo sui monti della Bolivia?”. A un certo punto Aldo Reggiani-Dick Shelton, nel film televisivo, diceva: «Io odio la violenza ma odio ancor di più l’ingiustizia che me la fa commettere».
C’era poi, come abbiamo accennato la canzone d’apertura e di chiusura del teleromanzo. Era stata scritta, nelle parole, dall’attore Sandro Tuminelli che nello sceneggiato interpretava uno dei banditi. La musica era del grande Riz Ortolani, lo stesso che aveva scritto More, la canzone che cantata da Frank Sinatra era la colonna sonora del film Mondo cane di Gualtiero Jacopetti. La sigla della Freccia nera era invece cantata da Leonardo con un coro maschile, ispirato a quello dei briganti della storia: “La freccia nera fischiando si scaglia / è la sporca canaglia che il saluto ti dà / vieni fratello è questa la gente / che val meno di niente / perché niente non ha / ma se il destino rovescia il suo gioco / nascerà nel mattino una freccia di fuoco / la libertà”.
Dell’importanza dello sceneggiato ne parla anche il sociologo Fausto Colombo nel suo Boom. Storia di quelli che non hanno fatto il ’68 (Rizzoli, pp. 253, euro 16,50), in cui si spiega perché i giovanissimi Aldo Reggiani e Loretta Goggi vennero subito adottati come icone generazionali sia dai bambini che dagli adolescenti. Siamo certi che chi ha oggi tra i cinquantacinque e i quarantotto anni e sente quella canzone o rivede quella sigla si sente immediatamente come arruolato tra quei briganti della foresta…
Addirittura un ex baby boomer che, pur essendo stato anche lui stesso da bambino un’icona televisiva di quegli anni (il Giusva del teleromanzo La famiglia Benvenuti), avrebbe compiuto scelte estreme negli anni di piombo, Valerio Fioravanti, ha confessato una volta il ruolo svolto nel suo immaginario personale da quello sceneggiato televisivo:  «La Freccia Nera, senz’altro, come anche Zorro, Robin Hood, Ivanhoe, Sandokan, Michele Strogoff. Tutte storie dove il governatore è corrotto e cattivo, fino a quando non arriva il buono, di solito un nobile decaduto, che, indossata la mascherina del guerrigliero ante litteram, mette le cose a posto. Le due cose assommate hanno fatto in modo che, in mancanza di una guerra mondiale dove anche noi giovani potessimo fare la nostra parte, si arrivasse all’invenzione di sana pianta di una guerra che sarebbe poi stata devastante: la guerra civile, la guerra rivoluzionaria, la guerra contro il sistema… ». Scelte estreme o meno, quel teleromanzo è comunque rimasto impresso nell’immaginario di una parte di italiani: “La freccia nera fischiando si scaglia / è la sporca canaglia che il saluto ti dà / vieni fratello è questa la gente che val meno di niente / perché niente non ha / ma se il destino rovescia il suo gioco / nascerà nel mattino una freccia di fuoco / la libertà”.





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