domenica 22 settembre 2013

Addio a Luciano Vincenzoni, il céliniano del cinema

Luciano Lanna

Con la scomparsa di Luciano Vincenzoni, morto ieri a 85 anni, è come se si chiudesse una pagina tra le più importanti della storia del cinema, non solo italiano. Nato a Treviso nel 1928, Vincenzoni è stato sceneggiatore e amico di registi come Mario Monicelli e Sergio Leone, Pietro Germi e Carlo Lizzani, René Clement e Peter Bogdanovich, Billy Wilder e Terence Young. Sodale e intimo di personaggi come Jack Lemmon e Walter Matthau, Silvana Mangano e Ennio Flaiano. Debuttò nel 1954, a 26 anni, con Hanno rubato un tram di Mario Bonnard con Aldo Fabrizi e tra i suoi titoli autentiche pietre miliari della storia del cinema: La grande guerra e I due nemici, Sedotta e abbandonata e Signore e signori, Per qualche dollaro in più e Giù la testa, Il buono il brutto e il cattivo, Cosa è successo tra mio padre e tua madre? e Il conte Tacchia


Nel 2005 Vincenzoni in un bel libro autobiografico – Pane e cinema (Gremese, pp. 190, euro 14,50) – ha anche svelato la motivazione decisiva che lo portò a scrivere per il cinema, il suo incontro con l’opera di Céline: “L’incontro fatale, la vera svolta. Avevo sedici anni – racconta – e c’era la guerra, e una mattina, a Padova, dopo una grandinata di bombe americane, le sirene avevano dato il segale di cessato allarme. Digerita la paura, mi diressi verso casa, quando su una bancarella di libri usati vidi e comprai Viaggio al termine della notte, di Céline. Quel titolo mi aveva colpito, affascinato...”. E più avanti: “Ho letto molto nella mia vita ma nessun libro mi ha dato quelle emozioni. Quella vecchia copia, polverosa e ingiallita, è sempre rimasta davanti a me per tutta la vita, è stata la mia Bibbia. Il Viaggio è uno stupendo, delirante affresco in cui s’intrecciano pietà, ironia e tragedia ed è soprattutto una denuncia contro le aberrazioni della società di massa, contro le guerre, contro la miseria fisica e morale, contro il degrado delle periferie urbane, contro i ricchi che diventano sempre più ricchi, una denuncia mescolata a vera pietà per i poveri che diventano sempre più poveri”.


Vincenzoni ricordava anche come il Viaggio al termine della notte è stato il sogno di tanti registi, lo avrebbero infatti voluto realizzare Renoir, Carné, Clement e anche il suo grande amico Sergio Leone, che aveva conosciuto il romanzo vedendolo sul suo tavolo. Lo lesse con passione e andò anche in Francia con l’intenzione di realizzarlo. Non ce la fece a trovare il produttore, ma alcune suggestioni céliniane finirono sia in Il buono, il brutto e il cattivo che in Giù la testa. Così come Vincenzoni rielaborò l’antimilitarismo e l’orrore della guerra di trincea di Cèline nell’ispirazione del monicelliano La grande guerra. “Céline – annota ancora Vincenzoni in Pane e cinema – morì nei primi anni Sessanta, disprezzato, umiliato, in povertà. Peccato, perché se avesse tenuto duro avrebbe visto, come ho visto io, nel 1968, a Parigi, i giovani contestatori sulle barricate con la copia di Viaggio al termine della notte sotto il braccio. Era diventata la loro Bibbia. Alla fine Céline aveva vinto…”.


Alla fine degli anni Sessanta Vincenzoni a New York ebbe la fortuna di imbattersi in un altro suo mito letterario: Jack Kerouac, il papà della beat generation, l’autore di Sulla strada. Durante una cena in un ristorante del Village, di Céline dovette ammettere: “Ho avuto la fortuna di leggere il Viaggio. E dopo questo capolavoro ho smesso di leggere gli altri autori europei, perché ho pensato che non si poteva andare oltre”. Più di vent’anni dopo un giudizio analogo viene formulato a Vincenzoni da un altro grande scrittore americano: Charles Bukowski: “Stavo a Los Angeles e avevo saputo che abitava nel quartiere degli artisti, a Venice. Mi procurai l’indirizzo, una cassa di Chianti e andai a trovarlo…”. Tra una bottiglia e l’altra, Vincenzoni gli domanda la stessa cosa chiesta anni prima a Kerouac: chi fosse il suo scrittore europeo preferito? E Bukowski non esitò un attimo: “Il più grande è Céline, il suo Viaggio al termine della notte è insuperabile…”.

Per ricordare Vincenzoni non ci sono parole migliore dell’esordio del suo libro: “Ero un brillante studente di legge, i miei parenti sognavano che facessi l’avvocato, invece ho tradito giurisprudenza e famiglia per fare cinema, forse perché ero e sono un cantastorie…”.


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