domenica 29 giugno 2014

Renzi non ha un'idea forza? Ma anche il centrodestra non sta messo tanto bene...





Annalisa Terranova

Sul Corriere della Sera di domenica 29 giugno Ernesto Galli della Loggia ha dedicato un'analisi al futuro di Matteo Renzi. Secondo lo storico ciò che mancherebbe al premier è un'idea-forza. La stessa che sarebbe mancata a Berlusconi vent'anni fa. Si tratta di una tesi suggestiva e, come spesso accade per le tesi suggestive, esiste più nella testa di Galli della Loggia che nella realtà. L'idea-forza di Renzi è la rottamazione, la stessa che aveva Berlusconi vent'anni fa, solo che quella di Berlusconi si declinava in altro modo: l'Italia non è di sinistra e si possono fare le dunque le riforme che la sinistra ha sempre demonizzato. Ciò che ha impedito a Berlusconi di andare avanti nel processo di innovazione è stato il riciclaggio di vecchi arnesi e di vecchi armamentari propagandistici (operazione cui anche Alleanza nazionale, da molti a torto rimpianta, si prestò con sciatta dedizione). Nel caso di Renzi questa idea-forza è ancor di più depotenziata, perché si lega solo a un dato anagrafico e inconsistente. Compromessi e resistenze non mancheranno di far evaporare del tutto la carica innovativa del Renzi vincitore delle primarie (dopo le quali poco si è visto). Galli della Loggia scrive cose molto interessanti ma a volte prive di fondamento. Tutti ricordiamo l'accusa di impresentabilità lanciata agli ex-missini nella seconda metà degli anni Novanta. Eppure, a distanza di tempo, l'unica destra di governo di cui non ci si debba vergognare è stata proprio quella incarnata dagli ex missini divenuti sindaci di piccoli centri dal '93 in poi. Ma ormai questa è polemica superata: qualcuno invece dovrebbe spiegare perché la missione della destra sarebbe quella di costruire l'alternativa a Renzi e non quella di emendare se stessa dai propri difetti, ormai incardinati al punto in quell'area da essere scambiati dall'opinione pubblica come elementi costitutivi di una forza disposta sempre a contrabbandare per progetto politico una semplicistica propaganda (lavoro ben fatto da Salvini, che infatti prende più voti della destra tradizionale). Renzi è all'inizio della partita. Mentre lui si impegna, gioca e fa i suoi sbagli (logorandosi) bisognerebbe prepararsi per il dopo. Ragionare sui tempi lunghi. Esattamente ciò che la parte avversaria non sta facendo ritirando fuori la trita formula dell'unione di tutte le forze che non si riconoscono a sinistra. Un campo dove è necessario invece differenziare, in termini di qualità e di persone. E dove è necessario anche scartare i veri impresentabili. 

venerdì 27 giugno 2014

Per farla finita con il santino di Almirante (e di Berlinguer e di Andreotti)


Pubblichiamo il testo dell'articolo pubblicato venerdì 27 giugno sul quotidiano "Il Garantista"

Luciano Lanna

Ricorre oggi il centenario della nascita di Giorgio Almirante. Un anniversario che, forse per le solite apparentemente casuali coincidenze, cade nello stesso anno del trentennale della morte di un altro protagonista della politica a lui contemporaneo, Enrico Berlinguer. Ma per entrambe le figure il tempo trascorso negli ultimi decenni paradossalmente è come se inducesse una sorta di illusione ottica, alimentandone una lettura e una iconizzazione che finiscono in parte per rovesciarne il ruolo e il bilancio politico. Così Berlinguer, l’uomo dell’apparato del Pci e il regista principe della vocazione alla mediazione e al compromesso realistico, è finito per venire esaltato e celebrato ex post da chi oggi vorrebbe combattere  quel che resta di quell’apparato e da chi è avversario dichiarato dell’inciucio e delle tattiche politicanti. Almirante, a sua volta, è finito per venire adottato come presunto modello di una destra egemonica e vincente anche da chi nel periodo della sua guida del Msi lo contestava energicamente e gli contestava la tattica politicante da “pesca delle occasioni”.
Sia ben chiaro: il peso storico e il ruolo svolto dai due uomini politici rimane storicamente indiscutibile, ma nel senso che la storia non si fa con i “se” e che le decisioni assunte hanno sempre conseguenze da cui non si torna indietro e che pregiudicano gli accadimenti futuri. Resta però il fatto che nei processi dell’immaginario politico il tempo non è mai galantuomo e che – come ha annotato Andrea Colombo – “di solito fa ingiustizia sostituendo la memoria con il mito”.
Molto incide in questo processo di costruzione dei “santini” – vale per il missino Almirante e il comunista Berlinguer come per l’avversario e il vincitore sui due nel periodo di azione delle loro strategie politiche, il democristiano Giulio Andreotti – non solo il tempo trascorso ma soprattutto il soffermarsi da parte dei costruttori della leggenda postuma su episodi individuabili solo nell’ultimissima fase delle lunghe parabole politiche degli stessi personaggi. E così, solo per fare un esempio, di Berlinguer qualcuno ricorda il telegramma di dolore inviato nel 1983 dal leader comunista alla famiglia dell’agonizzante Paolo Di Nella, ragazzo missino che morirà per le sprangate ricevute mentre affiggeva manifesti. Oppure di Almirante la sua visita nel 1984 alla camera ardente del defunto “avversario” Berlinguer e le sue parole in uscita: “Non sono venuto per farmi pubblicità ma per salutare un uomo estremamente onesto”. Così come, quattro anni dopo, si ricorderà la visita di Giancarlo Pajetta alla camera ardente di Almirante. Una cosa è certa: permane nella riproposizione continua di questi episodi un atteggiamento funzionale a una narrazione tendente a censurare tutte le dinamiche di conflitto e di vera dialettica politica.
Sullo stesso piano si pongono le operazioni di sottolineare i discorsi di Berlinguer sulla “questione morale” o il presentare Almirante come l’anticipatore nel dibattito pubblico del “presidenzialismo”. Quando si tratta in realtà di temi tardivi e che – come già accennato – appartengono alle fasi finali delle parabole politiche di Berlinguer e di Almirante, quelle successive al 1979-80. Sarebbe invece compito dello storico spiegare la logica (le contraddizioni e anche gli scacchi) dei periodi propulsivi e strategici, sia del berlinguerismo che dell’almirantismo, quelli tra il 1968 e il ’79, anno in cui le elezioni politiche segnarono la sconfitta definitiva sia del Pci di lotta e di governo che dell’ipotesi della destra nazionale. Si determinò allora lo spartiacque che segnò il fallimento del progetto berlingueriano di tenere assieme spinte anche contrastanti e divergenti in una logica di lotta e di governo. Come era possibile, d’altronde, tenere insieme la richiesta dei ceti piccolo-borghesi che si rivolgevano al Pci in quanto partito legalitario con spinte di sinistra, quando non estremiste, insieme  alla richiesta di una politica di austerità paradossalmente contemporanea al liberatorio vento libertario che soffiava dal ’68?  Allo stesso modo, sul versante missino, sarà proprio una sorta di una simile strategia del compromesso tendente a tenere insieme spinte contraddittorie che caratterizzò la segreteria di Almirante. Il quale, arrivato alla guida del partito nell’estate del 1969, inaugura la sua leadership – per citare il politologo Marco Tarchi – miscelando “in dosi equilibrate retorica dell’intransigenza e prassi del compromesso”. Come si potevano tenere insieme la maggioranza silenziosa con le spinte che portarono, nel 1970, alla rivolta di Reggio? Come si poteva contemporaneamente varare la “destra nazionale” e la defascistizzazione moderata del Msi e allo stesso tempo richiamare a collaborare gli esponenti della sinistra neofascista attraverso l’Istituto di studi corporativi voluto dallo stesso Almirante? Come ci si poteva rivolgersi alle giovani generazioni, come si fece con la fondazione del Fronte della Gioventù, da parte dell’uomo politico che nel ’68 s’era spinto con un  servizio d’ordine all’università di Roma per “liberarla” dagli contestatori? L’instabile combinazione di queste spinte contraddittorie proiettò però il Msi di Almirante in un inatteso protagonismo spingendo quel partito a vestire i panni più diversi, dalla difesa degli scontri di piazza all’ambizione di fungere da ago della bilancia per la fiducia a governi “chiusi a sinistra”. Ed elettoralmente, insieme all’affermazione di Almirante come abile comunicatore televisivo, tutto ciò si tradusse in una complessa sequenza di fasi alterne: l’avanzata di consensi dopo molti anni nelle amministrative del ’70 e nelle elezioni siciliane e romane dell’anno successivo, il raddoppio della rappresentanza parlamentare nel ’72, insufficiente però a determinare un ruolo determinante degli equilibri politici ma più che sufficiente a far nascere da parte dc la logica dell’arco costituzionale e della minaccia degli opposti estremismi. Da cui ghettizzazione e i cali elettorali degli anni successivi. Poi, da parte di Almirante, senza alcuna risoluzione delle contraddizioni della sua strategia e in assenza di autocritica, seguì il ripiegamento sul nostalgismo e addirittura la chiusura quasi compiaciuta nel ghetto.

Detto questo, e molto si potrebbe aggiungere di significativo sulle contraddizioni sia di Berlinguer sia di Almirante ai tempi del referendum sul divorzio, avendo entrambi equivocato quanto stava avvenendo nella società italiana, resta il fatto che sarebbe molto utile interrogarsi su quanto le figure di cui stiamo parlando abbiano pesato sui processi di lungo periodo della nostra vicenda politica nazionale. E questo non significa parlar male di nessuno, ma semmai farla finita con la logica edulcorata e fuorviante dei santini. Per arrivare a interpretare l’oggi non solo sotto il punto di vista delle protagonisti, ma anche attraverso quello di altre figure, siano esse Aldo Moro o Bettino Craxi, Emanuele Macaluso o Pino Romualdi, Marco Pannella o Beppe Niccolai. Attraverso le strategie degli uni ma, anche, le ragioni degli altri… 

sabato 21 giugno 2014

"Sangue sparso", le ragioni di un'operazione culturale fallita





Annalisa Terranova

Vediamo se si può parlare di "Sangue sparso" in maniera non emotiva e razionale. Mi pare assodato che non sia un prodotto professionale e che il tema, così importante e trascurato da ogni tipo di narrazione collettiva del Paese, avrebbe meritato una squadra più esperta e forse anche più "distaccata" dagli eventi raccontati. Questo lo capisce anche un bambino di dieci anni vedendo quel film. Non mi interessano le polemiche su chi avrebbe speculato sulle vittime e sui soldi ricevuti per la realizzazione. Si tratta di aspetti marginali, che testimoniano solo il livello di cannibalismo interno raggiunto ormai dall'ambiente della destra italiana (dove sbranare l'ex camerata è lo sport preferito).
C'è qualcosa che non va, che non convince e che da subito produce una sensazione negativa nello spettatore. Mi sono chiesta cosa potesse essere. Una prima possibile risposta è questa: è come se si fosse scelto di affiancare tante "figurine", le foto dei ragazzi assassinati come siamo abituati a vederle nei manifesti commemorativi, senza provare a dare alcuna profondità ai personaggi. E la profondità si poteva dare con un minimo di "contesto" (del tutto assente) o isolando uno dei personaggi e raccontando "una" storia, una storia emblematica che poteva valere per l'intero periodo. L'aver voluto riproporre un "cuori neri" cinematografico ha creato un effetto di insopportabile superficialità per cui si passa tra una lacrima e l'altra da Acca Larenzia a Nanni de Angelis (storie molto diverse, morti molto diverse) senza capire nulla, senza raccontare nulla, come se davvero bastasse cavarsela su quegli anni dipingendo l'ambiente come un manipolo di eroi senza macchia e senza paura in balìa della violenza di un mondo ostile. Anche le conversazioni rispondono a questa esigenza infantile, da indottrinamento di serie B. Io non ricordo nessuno che mi abbia detto, dopo la morte di uno dei nostri, che i nostri caduti stavano in cielo ed erano stelline che guidavano il nostro cammino. Al contrario ricordo dibattiti accorati e plumbei sul senso di ciò che stava capitando, dibattiti che coinvolgevano anche il vertice del Msi, il ministero degli Interni, chi stava dentro il partito e chi si accingeva a lasciarlo. 

Gli anni Settanta sono materia delicata. A mio avviso solo il punto di vista soggettivo e sincero non suscita risentimenti. La narrazione dei morti si può fare con un documentario, senza darsi obiettivi che non si era in grado di realizzare. Tralascio il modo in cui viene raccontata la morte di Alberto Giaquinto, del tutto distante da ciò che realmente avvenne. Tralascio di dire che ancora una volta Stefano Recchioni appare come il morto "scomodo", colpito da un "proiettile vagante", perché le circostanze che portarono alla sua morte sono imbarazzanti per un mondo che ha bisogno solo dei martiri dell'odio comunista. Accanto all'esaltazione acritica dell'attivismo (che conteneva in sé elementi sui quali sarebbe ora di fare autocritica) c'è poi l'accenno a una battaglia contro la moschea a Roma, che arriverà solo negli anni Novanta, dieci anni dopo. Perché far passare i militanti del Fronte come anti-islamici? Per avere l'applauso a distanza di Marine Le Pen? Ancora, perché l'esibizione ostentata della croce celtica senza spiegare che quel simbolo veniva scelto come atto di ribellione ai vertici del partito? Perché la raffigurazione macchiettistica dei compagni, anche loro figurine partorite da luoghi comuni ideologici (e tra l'altro senza le sfumatute che pure caratterizzarono quel mondo?). Davvero si pretende che nelle scuole venga proiettato questo film? Davvero non si capisce che sarebbe un'operazione culturale fallimentare? (a meno che non si voglia la "provocazione" per sollecitare altre provocazioni antifasciste e determinare un clima di scontro surreale e anacronistico).
Ho già scritto che il culto dei Caduti in certa destra sta sostituendo il nostalgismo del Duce come collante identitario. Sotto c'è il vuoto di proposte, come sempre. E' un rischio che chi si pone a capo di queste tendenze conosce molto bene preferendo soprassedere sulle conseguenze. Ciò rappresenta una maniera distorta di rendere omaggio a quei ragazzi uccisi. Una strumentalizzazione postuma che non penso possa essere condotta in assoluta buona fede.
Infine veniamo al punto che mi ha indotto a uscire dal cinema prima della fine del film: è stato quando in una chiesa c'è la protagonista che sta per sparare al compagno responsabile della morte di suo marito. Al di là della scarsa credibilità della scena (che ci fa un estremista di sinistra in chiesa?), la donna (una sorta di mater dolorosa cui è affidato nella narrazione il compito di disperarsi per ogni morto missino o paramissino) recede dal suo intento guardando il Crocifisso. Sorvoliamo sull'assenza di tensione emotiva in tutta la scena. Poi arriva un prete a consolarla e a dirle che ha fatto la scelta giusta. E' sempre la solita storia dei buoni e dei cattivi. La filosofia del "il peggiore dei nostri è comunque meglio del migliore dei loro". Una favola, appunto. E il tempo delle favole per me è finito, come per molti amici che hanno vissuto quegli anni, alla prima camera ardente in cui si sono imbattuti. Troppo presto, inconsapevoli di tutto, con un enorme dolore dentro. Le risposte non verranno dall'agiografia ideologizzante. C'è stato molto sangue sparso in quegli anni e qualcuno tirava i fili. O cerchiamo nella direzione giusta o lasciamo che quei morti riposino in pace. 

sabato 31 maggio 2014

L’eterno ritorno degli Orazi e Curiazi? Per farla finita con gli archetipi (politici) dell’antica Roma



Marina Maugeri

(liberamente ispirato agli scritti di René Girard e Michel Serres)

Strano a dirsi, benché come scrive Tito Livio non vi sia “altro fatto antico che sia più famoso” di questo, non è affatto certo a quale delle due città, Roma e Alba Longa, appartenessero i tre gemelli Orazi e i tre gemelli Curiazi, campioni di un duello a sei teste che decide delle sorti di uno degli scontri più fatali della storia, simbolo nefasto di guerra civile. Essere gemelli nel mito vuol dire avere a che fare con un conflitto che non decide, essere portatori di una reciprocità simmetrica, dunque identica, che getta fatalmente nella crisi e nella risoluzione sacrificale, il campo che miete Marte, nel quale si scontrano coppie di doppi rivali in un conflitto da cui solo i poeti, scrittori di storia mitica, sanno trarre fuori la genesi di una nuova fondazione. La violenza trasforma gli “eserciti” dei fratelli-nemici in due insiemi indifferenziati, pari “d’età e forze”, coppie gemellari senza identità, dietro le quali premono comunità che sono dilaniate da una peste contagiosa, un tipo di turbolenza che è la lotta per il possesso della terra, una cosa che emana una luce effimera ed è la cosa mia, la cosa tua, la cosa nostra. Allo schieramento di campo delle due triadi penseranno perciò solo gli storici, collocando i campioni degli Orazi dalla parte di Roma, quella dei Curiazi nel fronte di Alba Longa. Lo scontro che divide le due città è il simbolo di un conflitto empio e fratricida.



Alba è la città madre di Roma, annovera nel suo ceppo mitico capi selvaggi e re che oppongono la loro destrezza alla turbolenza della molteplicità e sono plasmati al comando dalla lotta impari che ingaggiano con la forza trascinante degli elementi. La Città dei pater ha perciò questo ramo femminile, nel quale risiede integra la potenza generativa di una regina, su cui la storia scrive come molle cera, ma solo a colpi di profanazioni, empietà e stupri. La matrice del conflitto risiede perciò in questo nodo oscuro e celato, latente come vuole il Lazio, la terra del nascosto.  Albalonga e Roma sono in guerra permanente, si scelgono perciò dei campioni fra due famiglie che sono unite per matrimoni, il cui scontro deciderà le sorti delle città. Tuttavia nello scontro-ordalia le forze si equiparano al tal punto che il destino delle due città rimane a lungo sospeso in un duello che non decide. La battaglia è in corso, due degli Orazi sono già colpiti a morte mentre il terzo si è dato indecorosamente alla fuga, perciò anche il pater degli Orazi si prepara ad uccidere quel figlio che indietreggia, gettando i Romani nel disonore. Presto però ci si accorge che la fuga del giovane romano era solo uno stratagemma, che Orazio ha fatto scattare l’arma dell’astuzia e si è trasformato da prode in un vile fuggiasco ma solo per costringere i Curiazi a rincorrerlo e al momento opportuno, quando la triade albana ha disperso la coesione e la potenza del numero, egli ha invertito di nuovo il movimento della corsa e con uno scarto decisivo della schiena ha mutato il corso della storia. Le sorti delle due Città si decidono in questo attimo, perché se Orazio soccombesse ora farebbe sorgere un mito diverso e sarebbe il fondatore di Alba e non di Roma. Ma il furore procura ad Orazio le armi per seminare il panico, mentre il sangue avvampa i cuori degli astanti. Lo spettacolo dell’imminente uccisione concentra gli sguardi sul campione dei Romani ed è la somma di tutti i genitori e degli dèi patrii, una pressione che si fa testuggine e solleva il fragore del tuono, il frastuono della molteplicità. La turba si compatta unanime e forma il corpo di una belva, propriamente un draco, termine che deriva dal greco drákōn, ma curiosamente non indica ferocia, quanto piuttosto l’azione del guardare, il fissare lo sguardo. Tre contro uno. Orazio è solo, ma il suo isolamento riunifica e compatta. Tutti gli sguardi convergono a raggiera su di lui, insigne perché isolato, distinguibile dal resto, peculiare in quanto capace di riassumere la molteplicità, capacità che è potenzialità, potenzialità che è potere . Tutti i segmenti degli sguardi confluiscono sull’eroe isolato e si fanno pressione. Pressione che è forza, potenza che scaturisce dalla totale simbiosi dell’eroe con la belva che fissa lo sguardo su di lui. Orazio la trasforma nella distruzione che si abbatte su un’altra fiera . I suoi occhi lampeggiano come dardi di fuoco. La lama colpisce i campioni albani uno dopo l’altro. I Curiazi cadono sul campo e trascinano Alba nella sciagura. Non è il circo, non ancora, ma è l’origine della tragedia e del diritto. Roma uccide Alba Longa. Roma è un tratto di penna nero che scrive un nuovo inizio nella sua storia. La fondazione necessita della ripetizione. L’impresa di Orazio si direbbe perciò compiuta, ma il furore è una potenza di cui non ci si sbarazza tanto facilmente e Orazio è questa forza distruttrice.  Dal campo insanguinato sull’Appia, il campione romano si prepara a rientrare in Città per la Porta Capena trascinato da una folla in preda a un’ebbrezza esaltante. Il passaggio nel pomerio è l’attraversamento di un campo consacrato dagli auguri che vi hanno fissato dei cippi affinché gli edifici non siano mai troppo contigui alla cinta. Il corteo si accinge perciò a varcare una terra di nessuno, dove l’uomo non è più padrone. Ma all’improvviso la turba è scossa da un sussulto. Nell’aria s’agita un suono diverso, una musica che è amore e dolore. Il singhiozzo di una fanciulla sovrasta ogni clamore, il suo dolore scioglie chiome e lacrime sul corpo esanime dell’albano suo sposo.  Un solo occhio sporco. Il campo è seminato, attende solo la scintilla. Qualcuno lancia un’invettiva e il lampo si accende. Il fulmine è un bagliore improvviso, la saetta di Febo Apollo appartiene a un dio che è tutt’altro che benevolo e languido, come vorrebbe la sua luminosa immagine, ma propriamente saettante, in grado dunque di debellare la “peste”, ma solo nella stessa misura in cui si ritiene che sia stato il dio stesso a scatenarla e lo si consideri perciò altrettanto capace di risanare la quiete. Lesta, improvvisa, micidiale un’arma si abbatte sulla fanciulla come una mannaia, scatenando un grido di orrore: “Il fratello trafigge la sorella!” Così, la pietà di Venere si trasforma nella triste mattanza di Marte. Orazia, colpevole di piangere il suo sposo, uno degli albani il cui cadavere giace insanguinato sul campo di Marte, si accascia al suolo, sposa nella sciagura dell’amato “nemico”. Il fratello è accusato di avere ucciso la sorella. Nell’apparente conflitto si riverbera il nocciolo simbolico della fondazione di Roma. Tutti i Romani come Orazio discendono da Marte, padre di Romolo, tutte le Romane come Orazia provengono da Venere, madre del troiano Enea, dal cui figlio Julo trae nome e origine la gens di Alba, il ceppo dei “fondatori”che da Romolo giunge fino a Cesare. Marte e Venere, lo strano binomio della forza- violenza e della pietas-perdono che esprimono però una realtà duale, un doppio che si rovescia l’uno nell’altra. Tutte le Romane come Orazia sono mute al pari di Lavinia, fanciulla esclusa dal circuito della parola, ma che reagisce con il rossore e il pianto di fronte all’intenzione di Turno di battersi con Enea e alla disperazione della madre Amata che piange il tramonto del suo popolo selvaggio. La morte della madre è il passato di Lavinia, l’uccisione del promesso sposo Turno è già il suo futuro. Ma ciò che rende eroica l’opzione taciturna di questa regia filia di Alba è la sua scelta per la vita, ciò che rende possibile la storia e la grandezza futura dell’Urbe. Orazia irrompe con il suo disperato cordoglio, sconvolge l’unanimità appena ritrovata del molteplice. Il suo lutto è deplorevole, è una contraddizione di cui occorre cancellare le tracce, le calde lacrime la calano nella gelida fossa della fondazione, quel mundus infestato da divinità telluriche che salva all’occorrenza la comunità dalla rappresaglia divina, acquietando il tumultus , mettendo al riparo dalla crisi. Orazia è un pharmakos , la medicina che banalmente serve a quietare gli animi, il prezzo del riscatto accordato agli dei affinché il sangue dei Curiazi non ricada come una maledizione perpetua sull’intera comunità. La Terra è una curiosa sfera che oscilla come una foglia instabile e il cosmo è propriamente l’equilibrio che l’uomo attua nello scambio con il divino, ciò che assicura temporanea stabilità e fornisce un punto d’appoggio che rinsalda, in accordo con l’illusione di dèi, la cui invidia e violenza giustifica la frenesia del contagio violento contro qualcuno, la cui espulsione o messa a morte consente di ristabilire l’ordine, riscattando al prezzo della vita di uno solo la momentanea stabilità dei molti , degli insiemi. Solo ora Orazio comprende che non esiste alcun compromesso possibile fra uccidere ed essere ucciso, ora sa che tutti possono ucciderlo. Egli è un semi-dio perché ha salvato la comunità dal predominio albano, ma come Remo é un capro-lupo, empio e fratricida e deve perciò essere sottoposto al giudizio a causa della trasgressione che l’ha portato oltre il limite.  Il podio sul quale Orazio si erge é quello dal quale svettano solo coloro che sono odiati e al tempo stesso venerati. Venerati, non amati. La venerazione nel cosmo panteista rende omaggio ad un oggetto sacro, ad una persona che diviene oggetto d’idolatria e venerazione. L’oggetto su cui il desiderio fissa lo sguardo é qualcosa con cui non si entra mai in relazione. Venerare ha perciò la stessa radice del nome Venus , dea dell'amore, ma la forza generativa che suscita ha ben altro significato, perché si rovescia nel suo opposto mostruoso e quando è rovesciata esprime odio. Nel mito perciò i mostri hanno tutti un difetto alla vista, vedono male e vedono doppio. Quando nel circo si aprono i giochi, lo spettacolo degli sguardi converge sulla terribile danza che è l’agonia di uno schiavo che porta la colpa e mette in scena la pantomina reale della maledizione dell’essere uomo davanti a Iuppiter. La folla assiepata sulla scalea non si sforza di capirlo, si trasforma in una belva feroce che scaglia“pietre”, ma come tutti i mostri vede male e ciò che perde di vista è quello che non vede di sé, perché è lei stessa una pietra che costruisce questa cosa ottusa, grezza, terribile. Il furore di cui Orazio deve farsi carico per portare a termine le imprese collettive della sua Città comporta perciò una pericolosità per sé e per gli altri, una hybris di cui non è poi tanto facile disfarsi. Accade anche a Ercole di ritorno dalle sue fatiche di essere preda di un attacco di follia che causa lo sterminio dell’intera famiglia, moglie e figlioletti e solo quando torna padrone di sé sprofonda nella più totale disperazione, decidendo di ritirarsi a vivere in solitudine in un territorio desolato. Essere toccati dalla violenza e provare a dominarla significa entrare nel suo circuito perpetuo ed esserne assoggettati, consacrarsi a Marte, nutrirsi delle messi del suo farro, quel raccolto letale che cresce nel Campo Marzio e che i Romani colgono ma solo per gettarlo nel fiume con un rituale, perché nutrirsi di quelle messi vorrebbe dire collocarsi già sul fondo di quel fiume. In questo lontano arcaico, grezzo ed essenziale, non c’è traccia mistica della brutalità. Ciò che spinge le comunità verso la violenza, quale ente generatore di distruzione trascendente, non è la volontà di unirsi ad una divinità distruttrice. Diversamente da ogni mistica moderna ispirata deliberatamente all’abisso sacrificale dionisiaco in chiave anticristiana, la religione arcaica e la trasformazione di tale trascendenza violenta in un sistema culturale e “politico” rifondato, non puntano a creare unione con la divinità dissolutrice, come avviene in epoca nichilista fuori dalle categorie del sacro, bensì a tenerla a debita distanza, utilizzando la violenza per preservare la comunità dalla distruzione.  La violenza è interna alla comunità ma si esprime come illusione di una polarizzazione che si colloca fuori e assume il volto di una divinità che reclama il sangue dell’uomo. Non può essere ammessa nello spazio dell' Urbe che il nomos ha originato e ancora non si proietta oltre il suo confine con la Civitas. L’instabilità violenta origina nuovi equilibri della storia, ma non può che essere bandita dall'ordine costituito, anche se appartiene alla dimensione del sacro e il sacro con la sua ambigua indifferenziazione è un’unica e medesima cosa con la violenza che impone rapporti doppi e simmetrici, mostri a tre teste che si fronteggiano come belve disumane. L’eroe si lascia invadere da questa forza , ma non partecipa già più del nuovo ordine, è fuori della comunità, appartiene alla divinità oltraggiata, anche se al tempo stesso è depositario del destino della comunità che da lui fa dipendere la stabilità interna, la sua stessa sopravvivenza. Orazio è un meraviglioso eroe, ma al tempo stesso non può che essere un orribile assassino, un mostro senza pietà che distrugge nella sorella, nel suo stesso sangue, la personificazione della pietas , la sua stessa umanità. Egli riassume fatalmente su di sé l’illusoria ambivalenza del sacro arcaico. È la belva feroce cui la comunità affida il proprio destino, dotandolo di prerogative divine, è perciò come Remo un lupo empio e selvaggio, come Marte é uno “sterminatore di eroi”. Orazio è quel tipo di eroe dotato di prerogative straordinarie, un dio e un lupo insieme. Ma in realtà l’opposto del lupo non è affatto un dio, bensì un altro lupo, un gemello contro l’altro, perché l’opposizione nel campo di Marte è solo l’indifferenziazione della violenza, una zona grigia dove vige la cattiva reciprocità simmetrica che si esprime colpo su colpo. Il pelo rovesciato del lupo, che dentro rimane pelo e lupo, anche se nascosto dal rovesciamento. Accusato di perduellionis – lesa maestà, sovversione dell'Ordine costituito – Orazio deve subire la pena dell’arbor infelix ed essere suspensus al ramo rinsecchito e malaugurato per essere fustigato, fino alla morte. L’albero infelice, antesignano della croce, è in analogia con il limes, una sorte di confine reale e simbolico fra il villaggio urbano e la selva, come il muro del pomerium che é sotto la potestà degli dei degli inferi e di Fauno. E’ un arbusto maledetto come il colpevole al quale s’infligge la pena con il capo velato. Solo a questo punto interviene il re Tullo Ostilio, il quale concede alla gens agli Orazi di ricorrere alla provocatio ad populo. I rituali di consacratio ed espiazione prevedono una partecipazione popolare al giudizio. Si torna alla scena ed è ancora la turba la protagonista reale della vicenda. Il popolo al tumulto si pressa intorno all’eroe-malfattore, si dispone in cerchio, l’assembramento ricorda il linciaggio che la folla si appresta a compiere. Solo l’arringa del pater familias consente a Orazio di riprendere la via dell’Urbe, sebbene come uomo diminuito che dovrà sottostare al giogo di un travicello messo di traverso sulla sua strada per mantenere il ricordo della sua colpa. Orazio si salva, non muore. Il pater che rappresenta la comunità riunita, il popolo delle Trenta curie romulee, decreta che Orazia è stata legittimamente uccisa e deplora pubblicamente il comportamento della figlia che ha infranto una regola comunitaria. Il potere di morte dei padri sulle figlie femmine è una consuetudine confermata dalla realtà storica più arcaica (Regine Pernoud). Ma l’accaduto é deplorevole, perciò si dispongono atti espiatori riparatori, cui la famiglia degli Orazi dovrà provvedere. La storia è una rappresentazione che mostra i protagonisti in azione, il coraggio dei giovani campioni del duello, lo strazio della sorella, l’arringa patetica del pater. Il molteplice rimane invece impercettibile, opaco e dissimulato, non compie un vero moto, non ha un’azione propria. Esiste solo come sguardo che converge sulla rappresentazione e getta un occhio sporco nel punto focale dove il “fratello” assume su di sé ora la parte leggendaria, ora quella della canaglia e la “sorella” che esplode nel pianto è la vittima sostitutiva. Orazio salva la collettività, ma è anche l’omicida che agisce in nome e per conto della comunità. Mentre nel Vangelo la folla al cospetto di Pilato che reclama la morte di Gesù si mostra per quello che è veramente, una molteplicità ondivaga, contagiata da meccanismi mimetici, la prospettiva mitica misconosce al molteplice questa funzione, rende esplicito solo l’effetto delle sue azioni, il contagio dell’eroe, la sua hybris, in definitiva l’ accusa della sua colpevolezza che giustifica la risoluzione sacrificale.  In cosa consiste la differenza fra le due prospettive? Il mito elabora degli avvenimenti reali, ma li reinterpreta, scagionando da ogni responsabilità il collettivo. L’eroe-vittima contaminato dalla violenza è accusato dalla comunità per la sua dismisura e scampa al suo stesso sacrificio, macchiandosi di una vittima palesemente innocente, sua sorella Orazia. Il meccanismo del capro espiatorio, tanto esplicito nelle letture testamentarie (*) è sistematicamente dissimulato nel mito e con esso il comportamento realmente criminale della folla che si agita in preda ai molteplici desideri che costituiscono una forza unanime e terribile. L’eroe in definitiva è il depositario di questa forza collettiva dalla quale è posseduto ma da cui può essere distrutto. Orazio non detiene perciò una forza sua, né la detiene in senso astratto. Il suo potere non si basa su un teorico contratto sociale. Esercita la forza nel campo del reale, polarizza l’energia di tutti, attrae su di sé i desideri e le trasgressioni di tutti, possiede nella mano questo nodo, il potere e la forza , ma al tempo stesso il nodo è posseduto dai suoi linciatori, coloro che lo consacrano nella violenza al prezzo della sua stessa vita. L’elevazione di Orazio a eroe mitico più che un mito è un rito, i cui effetti sono solo attenuati dal Diritto. Roma è del rito, Alba è del mito. Roma demitizza il suo Pantheon ed è la terra della fondazione che si oppone alla riva del fiume e bagnandosi si rende fertile. Alba, la bianca, è l’essenza della natura che produce capi selvaggi che fatalmente scompaiono nei flutti del fiume, principesse violate che svaniscono nelle acque tremule dei suoi laghi circolari sul cui fondo giacciono verità nascoste. Roma cerca le sue origini perdute e le intreccia con la realtà storica, è per questa via che l’Urbe genera saghe e leggende, ma non miti. Orazio é un eroe-vittima, un essere glorioso ma anche una vile canaglia. Come Romolo è un fratricida, come Remo è un empio. E’ l’assassino di sua sorella, una fanciulla colpevole di amoreggiare con il suo sposo albano. Il diritto infine acconsente al passaggio che immette nella città mediante la porta schiusa di Giano Quirino e da quella porta il tragico corteo mestamente rientra in città. Tutti tornano a casa, tutti ad eccezione di Orazia che giace nella gelida fossa espropriata alla terra che accorda così la nuova fondazione. La fondazione si ripete con una nuova fondazione, al costo della vita di Orazia che si spegne nei pressi della Porta Capena. Alba, mater urbis, non conosce più il tempo, è lo spazio indeterminato dell’origine, il luogo ormai senza forma ed estraneo alla storia. Alba ha solo il mito, il tempo che la separa dall’origine produce un’apparenza bugiarda, un’immagine menzognera, un inganno omicida. Roma inventa il tempo storico. Due città, madre e figlia, due ipotesi contrapposte, necessariamente complementari, perché l’uomo non vive nella natura, vive nella storia. Sarà la Rivelazione cristiana a dire che la storia che si afferma non è altro che il mito nascosto che l’uomo vede sdoppiato. Ma il Dio cristiano non è un doppio, la natura umana e la natura divina sono unite nella persona del Verbo senza confusione, né separazione. La potenza divina si manifesta nella Misericordia, un tipo di conoscenza che contiene anche l’odio e l’imperfezione, perché li ha assunti su di Sé come rischio, il rischio della Croce.

venerdì 30 maggio 2014

Chi è violento con gli animali lo è anche con gli uomini




Francesco Pullia

Che ci sia una connessione tra la violenza sugli esseri umani e quella sui non umani è risaputo. Il punto è che la seconda non va combattuta ed eliminata in quanto tirocinio di quella compiuta sugli uomini, come sostenne Ovidio Publio Nasone, ma semplicemente perché tutti gli esseri senzienti devono essere incondizionatamente rispettati in quanto tali. Finché non si affermerà questo elementare principio si ricadrà sempre nell’antropocentrismo e si continuerà ad attribuire erroneamente all’uomo una centralità inesistente in natura e, pertanto, pretestuosa, artificiosa. Su questo aspetto si scontrano diverse visioni anche all’interno dello stesso antispecismo, cioè di quella corrente di pensiero (e non solo) che si prefigge di scardinare l’impianto antianimalista su cui si è retto nel corso dei secoli l’intero sistema culturale, sociale, economico che continua a condizionare le nostre vite.
C’è chi, infatuato da cascami ideologici, pretenderebbe ricondurre l’antispecismo all’alveo della lotta di classe, ricalcando pedissequamente lo schema marxista-leninista che condusse allo sfacelo le migliori intenzioni del Sessantotto. Secondo questo orientamento i comportamenti, le scelte individuali (come il vegetarianesimo e il veganismo, il non indossare indumenti derivati dallo sfruttamento animale, il curarsi in modo naturale, ecc.) sarebbero del tutto ininfluenti perché secondari in una prospettiva dichiaratamente comunista. Un déjà vu che ritorna a chi non ha la memoria corta. Si pensi, ad esempio, alla contestazione cui fu sottoposto Marcuse nel ’69 da parte di sedicenti “rivoluzionari" nel corso del suo ciclo di conferenze in Italia.
Su un altro versante, si ritiene, invece, che proprio a partire dal singolo si possa innescare un cambiamento su larga scala. La storia insegna, infatti, che le vere rivoluzioni, quelle che hanno lasciato concretamente un segno, sono nonviolente e partono dalla sfera individuale. Quelle costruite sulla "punta del fucile" sono, al contrario, destinate inevitabilmente allo scacco e sfociano sempre nel totalitarismo.
Un interessante contributo viene fornito da Annamaria Manzoni nel suo ultimo libro, Sulla cattiva strada, il legame tra la violenza sugli animali e quella sugli umani, edito da Sonda, una casa  meritoriamente distintasi con pubblicazioni utili alla formazione e alla diffusione di una consapevolezza ecosofica. La posizione dell’autrice è molto chiara: «Va ripensato il senso della solidarietà e rivalutata la forza dell'empatia». Non è più procrastinabile la fine della crudeltà umana sugli altri esseri. Bisogna ripartire dalla consapevolezza della nostra efferatezza, del male che commettiamo sui nostri fratelli e sulle nostre sorelle di altre specie per auspicare l'urgenza di un rivolgimento totale: «Se questo mondo è sbagliato, lasciarlo così com’è è sconsiderata, inaccettabile inerzia. Convivere con il dolore insensato delle vittime, ma anche con la crudeltà infettiva dei carnefici, non è destino ma colpa individuale». Ecco, quindi, il nodo centrale: il ruolo del singolo, la possibilità che abbiamo di modificare il presente e prefigurare un nuovo modello sociale. È nostro dovere ribellarci al protrarsi di questo stato di cose. Non è un caso che la Manzoni abbia come punti di riferimento filosofi come Capitini e Marcucci che, ispirandosi all'insegnamento di Tolstoj e Gandhi e rielaborandolo, hanno incentrato la loro riflessione sul paradigma di una trasformazione radicale della società che parta dal nostro intimo. Con dovizia di documentazione, ma senza, tuttavia, appesantire il testo, Annamaria Manzoni ci rende partecipi degli scenari terrificanti con cui, volenti o nolenti, coesistiamo. È la fotografia dell'orrore di cui l'uomo si è reso artefice nel suo aberrante percorso di dominazione e prevaricazione sulle altre specie. Ed ecco esseri ordinariamente, abitudinariamente, deturpati, seviziati, uccisi, smembrati con la scusa della centralità, di una centralità creata in modo fraudolento e assecondata, ad uso e consumo della nostra specie, da sistemi religiosi, filosofici, giuridici. Dalla caccia alle intollerabili vessazioni circensi, dai laboratori, in cui si attuano pratiche goebbelsiane per contrabbandare l'impostura della pseudoscienza, agli allevamenti intensivi dove, sin dai primi attimi di vita, si viene reificati sino alla soluzione finale del mattatoio da cui si uscirà dissezionati, impacchettati per soddisfare fameliche voluttà, è  tutto uno scorrimento di sangue.

Così, sostiene l'autrice e noi con lei, non si può continuare. Dovrà prodursi, prima o poi, un'inversione di tendenza, anche nella direzione di una decrescita demografica e di uno sviluppo la cui sostenibilità ed equità non debbano più rapportarsi all'uomo ma adeguarsi  alle esigenze di tutte le specie viventi. Non si può più rimandare ulteriormente una svolta. La scintilla è scoccata. Una nuova sensibilità si sta diffondendo, la sua portata è dirompente, la sua estensione inarrestabile. Il piedistallo su sui l'uomo fino ad oggi si è assestato sta per essere eroso.

martedì 27 maggio 2014

Parole chiare di Tony Augello su lepenismo e razzismo. Giusto per ricordare...



Visto che tornano di moda a destra lepenismo e razzismo sarà bene, per chi ne ha voglia, rileggere questo articolo di Tony Augello pubblicato su "Linea" nell'aprile del 1989

Tony Augello

La campagna per la pena di morte, quella per la Nuova Repubblica, ed un accenno ad eccessi di contiguità con taluni contenuti razzisti del Front National rappresentano tre momenti distinti e diversificati ma connessi da una sorta di filo conduttore: è l'idea della politica intesa come propaganda, dell'inseguimento degli effimeri stati d'animo collettivi che sostituisce la conquista delle coscienze alle proprie tesi , è l'implicita ipotesi di un ruolo, ideologicamente neutrale, vagamente populista, di estrema destra, sostanzialmente a-fascista. ... In un paese che diviene sempre più multirazziale è certamente possibile cavalcare le frizioni tra la comunità nazionale - o meglio alcuni suoi segmenti - e gli immigrati extraeuorpei. Ma il prezzo di una simile scelta, fuori dalla nostra cultura, rozza, superficiale, ingenerosa, origine di un insopportabile isolamento da gran parte della società civile, è sicuramente fuori dalla portata del nostro Movimento".

sabato 24 maggio 2014

Dalle barricate al romanzo: quando l'impegno politico dei rossi e dei neri prova a farsi letteratura


Annalisa Terranova

Appena finito di leggere il celebrato romanzo di Marco Montemarano, La ricchezza (Neri Pozza) sulla scapestrata e fallita generazione degli anni Settanta. Del clima di allora ci ho trovato pochissimo. Il racconto è più che altro una nostalgica esaltazione dell’amicizia totale, quasi salvifica e in ogni caso distruttiva, dove mettere radici se ogni punto di riferimento – a cominciare da quelli familiari – vacilla. 


E' ciò che accade al protagonista Giovanni detto Hitchcock, circondato da comparse irritanti per il loro vuoto interiore e la loro vocazione all’egoismo solipsistico.
Ci sono altri romanzi che su quegli anni aprono squarci interessanti. Metti insieme i flash del peregrinare furente di un “compagno” all’università di Bologna nel 1977, il suo struggente sentimento per Anna, il suo spaesamento e la sua rabbia e ottieni il distillato del romanzo impegnato, il prototipo del racconto della disobbedienza civile praticata dall’Autonomia: questo è stato Boccalone di Enrico Palandri, uscito nel 1979 e di recente riproposto da Bompiani. 


Pagine dove domina la cifra dell’inquietudine, della dissoluzione, l’ansia di rimettere in ordine i dialoghi, le relazioni, gli amori. A destra, invece, in quegli stessi arrabbiati anni Settanta chi intendeva fare letteratura della propria militanza sognava il romanzo battagliero, ispirato alle pagine sulfuree di Gilles di Drieu La Rochelle (1939), il dandy aristocratico circondate di femmine e fascista per “deviazione” dalla modernità. E alla fine, molti anni dopo la prova di Palandri col suo Boccalone, è stato un ex missino convertito al marxismo, lo scrittore operaio Antonio Pennacchi, a raccontare l’adolescenza “nera” di chi sceglieva la Fiamma in una città, Latina-Littoria, che respira assieme ai ricordi del Duce. Con il suo Il fasciocomunista. Vita scriteriata di Accio Benassi (da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico), Pennacchi mette in scena con stile antiretorico, preciso e autentico, limiti e ambizioni di un nostalgismo che teneva in vita l’attivismo con la promessa della continuazione della guerra perduta. «Una domenica mattina, dopo la messa, sono andato al Msi a iscrivermi alla Giovane Italia. C’era uno di quindici o sedici anni. Io solo tredici, e avevo paura che non mi desse la tessera. Invece me l’ha data di corsa. La volevo pagare, ma me l’ha data gratis. Ci sono rimasto quasi male: era come se avessi fatto io un favore a loro, non loro a me. Gli ho anche chiesto: “Adesso che bisogna fare?”. Intendevo dire riunioni, attività, qualunque cosa. “Che bisogna fare? Ti sei iscritto. Tutto qua”». 


Il percorso di Accio Benassi è tutto segnato dall’identità di un luogo, la città costruita dove prima c’era la palude, che sovrasta ogni altra, fittizia e passeggera, appartenenza. «Per noi all’inizio il fascismo era solo Benito Mussolini, che aveva bonificato le paludi e fondato le città. Per noi ogni pietra – dalla chiesa di San Marco al palazzo del comune – l’aveva messa il Duce e la palude l’aveva asciugata tutta lui, da solo». Il personaggio di Pennacchi è rigido e al tempo stesso aperto e curioso del proprio tempo. Troppo poco obbediente per essere solo “fascista”, troppo poco conformista per essere solo “comunista”. 



A Pennacchi e a Pelandri ho guardato anche io scrivendo Vittoria, una storia degli anni Settanta (Giubilei Regnani). Vittoria è il titolo di un bel romanzo di Hamsun che ha allietato i miei giorni giovani, è un nome femminile molto suggestivo e assertivo, il nome adatto per una ragazzina fascista, ma è anche uno stato d’animo: perché se si riesce a dare un senso al passato si è sempre vittoriosi. Ma Vittoria è anche sfida a chi, quel passato, lo racconta in modo edulcorato, magari allo scopo di riesumare gli stessi inautentici conflitti.



L’attitudine alla ribellione solitaria, incompresa, c’è anche in un altro, più recente personaggio, Pasquale Benassìa, protagonista del bel romanzo di Andrea Di Consoli La collera (Rizzoli, 2012). Anche Benassìa è un fascista che conosce le durezze del lavoro in fabbrica, uno che legge Nietzsche per dare forza alla sua differenza, uno angosciato dall’idea di non riuscire in una sola vita ad eccellere come avrebbe voluto. In definitiva un disadattato. «Fascismo era un orgoglio superiore, una filosofia che gli faceva desiderare il meglio senza passare per la porta larga dell’elemosina socialista».
Ma per raccontare l’impegno, la mobilitazione, la scelta politica, un clima simile a quello narrato da Palandri nel suo Boccalone, sia pur visto dall’altra parte della trincea, bisogna guardare a titoli meno noti ma non per questo meno “istruttivi” nel rappresentare le aspirazioni della destra giovanile filtrate attraverso la “prova” letteraria. Un obiettivo centrato, ad esempio, dal giornalista Vincenzo Cerracchio con il suo romanzo Due soli (Il Filo, 2008, la storia di Marco, studente romano del liceo Tacito simpatizzante di destra, della sua passione per la Lazio e per Betta, dei fronteggiamenti in istituto, dell’uccisione di Mikis Mantakas nel 1973, della consapevolezza che il mondo infantile dei giochi si va colorando di rosso e di nero. Colori cupi che troviamo anche nel romanzo di Duccio Cimatti, Piombo (Piemme 2005), vicissitudini di un adolescente della periferia romana alle prese con le prevaricazioni dei “neri”. Cimatti ha tra l’altro uno scopo ben preciso: non se la sente, lui,  di contestualizzare, e non esita a condannare con forza chi ha intrapreso la strada del terrorismo: «C’è che non era affatto inevitabile premere un grilletto e innescare bombe, in tanti non l’abbiamo fatto. Non per codardia, o perché non ce ne fregava niente. Al contrario: volevamo di più, volevamo altro, non quello schifo di violenza e di retorica». Ambizioso e sofferto, infine, il tentativo della scrittrice e regista Cristina Comencini con il suo romanzo L’illusione del bene (Feltrinelli 2007). Fare i conti con il comunismo, da parte di chi ci ha creduto, da parte di chi ha immaginato che quell’ideologia fosse una salvifica religione civile e poi si è voltato dall’altra parte, senza “elaborare il lutto”, ma solo operando rimozioni. Quelle che il protagonista del romanzo, Mario, non può più inseguire nel momento in cui l’incontro con Sonja, figlia di una dissidente russa, lo porta a scavare negli archivi dell’orrore dell’ex Unione sovietica. Uno specchio dove molti comunisti “pentiti” non hanno mai voluto vedere il proprio tormentato riflesso.