domenica 5 gennaio 2014

La partita che si gioca in Medio Oriente: i kaedisti usati per giustificare l'attacco dell'Occidente



Soso

La rivolta kaedista nell'ovest irakeno confinante con la Siria, ha aperto ormai un vero e proprio nuovo fronte della guerra che, travolgendo ogni confine, si manifesta sempre più come un conflitto regionale e internazionalizzato. I miliziani kaedisti hanno infatti dato battaglia a Falluja e Ramadi, decisamente troppo vicino alla capitale Baghdad: forze di élite e unità corazzate irakene sono quindi entrate in combattimento nelle due città simbolo della resistenza all'invasione anglo-americana del 2003. È quindi sempre più evidente il coinvolgimento saudita nel conflitto: come retrovia logistica sul fronte irakeno; come supporto finanziario e direzione delle cellule kaediste in Libano, confermate dall'arresto del saudita Majed al-Majed, capo delle Brigate Abdallah Azzam, da parte dell'intelligence di Beirut. E infine non vanno sottovalutati i tentativi sauditi di ingraziarsi il paese dei cedri con tre miliardi di dollari e l'aiuto della Francia, a patto che il Libano accetti di diventare pedina di Riyadh nella guerra contro Assad ed Hizb-Allah. 

La raffica di attentati stragisti nella capitale libanese e le sommosse kaediste a Tripoli siriaca, nel nord del Paese dei Cedri, parlano chiaro: il Libano sarà sempre più coinvolto, per aprire un fronte marittimo che supporti nuove offensive contro la Siria, dove l'esercito nazionale procede ormai quasi dappertutto con operazioni antiterrorismo. È oggi insomma necessario chiedersi quali potenze vogliano un Libano incendiato, una Siria divisa e un Iraq devastato dagli attentati. La risposta indica con precisione oltre all'evidente Arabia Saudita, la riedizione del patto Sykes-Picot con cui Regno Unito e repubblica francese intendono riportare indietro di un secolo l'intera regione (Il patto Sykes-Picot fu stipulato il 16 maggio 1916 e in quell'occasione Regno Unito e Francia definirono segretamente, dopo la fine della Prima guerra mondiale, le loro rispettive aree di influenza in Medio Oriente, in particolare sui territori tra la Siria e lì'Iraq). 

Il grimaldello strategico ormai evidentissimo e già utilizzato nella grande destabilizzazione araba degli ultimi tre anni, è l'armata kaedista scatenata per giustificare il successivo intervento imperialista occidentale. Armata strutturata come rete terroristica forte ormai anche di cinquemila combattenti europei, con passaporto di Paesi dell’area Schengen. Lo dice chiaramente l'intelligence belga citata dal quotidiano francofono Le Soir, che denuncia anche un gruppo kaedista fiammingo: 200 cittadini con passaporto belga che combattono in Siria e Iraq e di cui almeno 20 sono morti in battaglia.

sabato 4 gennaio 2014

Un libro su Trieste e quella strana storia della Giovane Italia che scendeva in piazza con gli operai...





Annalisa Terranova


Trieste è stata una città laboratorio per la destra italiana. Un elemento noto ma che riserva sorprese inedite se si legge con attenzione l'interessante studio di Pietro Comelli e Andrea Vezzà, Trieste a destra (ediz. Il Murice), nelle cui pagine sono racchiusi episodi significativi che rispecchiano le tendenze e le tensioni che caratterizzarono la storia del Msi a livello nazionale. Del resto che la storia locale sia quella che meglio consente di mettere in luce la tendenza generale del fenomeno studiato era convinzione sperimentata con successo dagli storici francesi delle Annales. E dunque leggendo il libro di Comelli e Vezzà tra le pieghe di un'attenta ricostruzione respiriamo di nuovo uno scontro interno tra l'anima sociale e di sinistra e la tendenza micheliniana a fare del Msi un partito d'ordine che guarda all'elettorato borghese, una contrapposizione che si chiude con il congresso di Pescara del giugno 1965 (quando la sinistra missina guidata da Almirante si accorda con il segretario Michelini producendo la fuoriuscita di numerosi elementi delusi dalla svolta a destra del Movimento). Ma apprendiamo anche che a Trieste l'orientamento del mondo attivistico è tutt'altro che affine alla destra, come dimostra il carisma acquisito sul campo da personaggi del calibro di Ernesto Massi. Eppure non si trattava di elementi di sinistra, visto che quei militanti e quei dirigenti non si tiravano certo indietro nelle battaglie di piazza per l'italianità del capoluogo giuliano, erano esponenti di un mondo che riteneva di poter coniugare le idealità del socialismo e del corporativismo con quelle della difesa della nazione. C'è un episodio in particolare nel libro, uno di quegli episodi a torto considerati "minori", che è in grado di dare un senso davvero simbolico a quella tensione interna al mondo postfascista che si risolve alla fine, per convenienza elettorale e per maggiore utilità dei controllori del Paese in un clima di guerra fredda, in un progressivo spostamento verso destra del partito nato nel 1946 sulle ceneri della Rsi. 



Raccontano dunque gli autori che nel 1966 Trieste s'infiamma per il piano del governo che prevede la ristrutturazione della cantieristica nazionale con il conseguente ridimensionamento del comparto navalmeccanico e la minaccia al cantiere San Marco e la fabbrica macchine Sant'Andrea. Nelle piazze triestine entra in scena un soggetto politico nuovo, il mondo degli operai, laddove negli anni Cinquanta erano stati gli studenti a saldarsi con gli aneliti nazional-patriottici di cui il Msi si era fatto portavoce. Ma quando l'esasperazione porta i lavoratori allo scontro diretto con la polizia il Msi prende le distanze da manifestazioni che inizialmente aveva guardato con simpatia (eppure gli scontri con la polizia non erano sembrati al partito così gravi un anno prima, nel 1965, quando la piazza era stata mobilitata dai missini contro l'assessore filoslavo Hrescak, con il risultato di 45 arresti). 

I militanti triestini della Giovane Italia decidono però, autonomamente, di essere a fianco degli operai nella guerriglia urbana che si scatena nei rioni Barriera Vecchia e San Giacomo. Anche in quest'occasione è il futuro di Trieste ad essere in gioco e dove altro dovrebbero stare, se non a fianco degli operai minacciati, i giovani di un Movimento che si chiama "sociale" e "italiano"? Il bilancio degli scontri fu di 500 fermati e 85 arrestati. Tra loro alcuni elementi della Giovane Italia che il Msi pensa bene di abbandonare al loro destino. Questa la testimonianza raccolta in proposito dagli autori dall'attivista triestino della Giovane Italia negli anni Sessanta Fabio Venchi: "Come Giovane Italia partecipammo ai moti dei cantieri triestini. Volevamo difendere una cosa che sentivamo nostra, pur avvicinandoci a posizioni che non erano le nostre ed entrando in un campo monopolizzato dalla sinistra. Ma quando toccano qualcosa che senti tuo, e i cantieri triestini erano simbolo e orgoglio di tutta la città, ti viene dapprima la voglia di lottare per difendere ciò che ritieni giusto, lasciando al dopo le discussioni e i ragionamenti politici  in merito. Scendemmo in piazza autonomamente, perché il partito non ne voleva sapere, anche perché ci scontrammo con le forze dell'ordine. Mi ricordo l'episodio della garitta dei carabinieri di largo Barriera spazzata via con tanto di carabiniere al suo interno... Agli occhi degli operai eravamo allora ben accetti... il Msi non vedeva questi dialoghi di buon occhio e per questo motivo mi sono fatto tre giorni di 'guardiella' perché nessuno del partito è venuto a tirarmi fuori dal carcere". La linea conservatrice scelta farà toccare al Msi il minimo storico nel 1968 nel territorio provinciale (10%) ma intanto, come commentano gli stessi autori, la piazza triestina "era stata ceduta al movimento operaio proprio agli inizi della contestazione studentesca sessantottina". 

L'episodio è davvero significativo: da quel momento ogni tentativo di uscire dal recinto della destra (che è non un recinto valoriale ma uno spazio caratterizzato dal riferimento a un preciso elettorato e da determinate posizioni in politica estera) che i giovani del Msi continueranno a sperimentare in modo autonomo e spesso in rotta di collisione con il vertice sarà punito e giudicato come pericolosa "eresia". Complice quello stesso Giorgio Almirante un tempo a capo della sinistra del Msi. 

venerdì 3 gennaio 2014

La natura "politica" del cinema di Sergio Leone


Luciano Lanna

Non ne scriviamo solo perché Sergio Leone nasceva a Roma ottantacinque anni fa, il 3 gennaio 1929, ma perché nelle librerie è arrivato un saggio che fa finalmente giustizia dell’essenza profonda dell’opera del cineasta romano: quella di essere un autore “politico”. Già il titolo del libro – Sergio Leone. Il cinema come favola politica (edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, pp. 220, euro 12,90) – sembrerebbe una provocazione, ma leggendolo ci si rende conto, invece, della fondatezza dell’assunto. “Il cinema leoniano – annota l’autore, Christian Uva – è anzitutto la testimonianza di uno sguardo profondamente critico tanto nei confronti della materia raccontata quanto nei riguardi degli stessi dispositivi linguistici e drammaturgici che ne presiedono la messa in forma. Lontana da qualsiasi intenzionalità ‘militante’ e sfuggente a qualsiasi classificazione ideologica, quella abbracciata da Leone è una prospettiva profondamente problematica e non riconciliata poiché intimamente fondata sulla compresenza di istanze in perenne, ma produttiva, tensione e instabilità. L’aggettivo politico assume poi ulteriore significato nel momento in cui segnala una lucida capacità di raccontare e interpretare aspetti salienti dell’identità italiana…”.


Fondamentale, almeno a nostro avviso, il capitolo “Metafore del mondo e modelli di pensiero tra Gramsci e Jünger”, in cui Christian Uva – che insegna Storia del Cinema all’Università Roma Tre e dirige la rivista Cinema e Storia (edita da Rubbettino) – dipana la cifra apparentemente irrisolta e sempre aperta del cinema di Leone, apparentata all’ideale del libertarismo dell’Anarca jüngeriano. “Che cosa accomuna – si domanda Uva – l’Anarca jüngeriano e le figure nodali del cinema di Leone? Certamente il ribellismo individuale contrapposto a qualsivoglia partigianeria collettiva che agisca all’interno del partitismo sociale o nazionale, e quindi la capacità (o quanto meno, in Leone, il tentativo) di vivere il proprio innato sentimento di libertà e di individualità senza doverlo sorreggere su alcuna stampella ideologica. Il personaggio-tipo del cinema leoniano condivide insomma con quello jüngeriano il ribaltamento della canonica condizione (propria soprattutto del cinema western classico americano) dell’uomo che è bandito dalla società in uomo che ha bandito la società da se stesso…”.


Forse sta anche in questa chiave metapolitica il successo dei film di Sergio Leone – da Per un pugno di dollari a Giù la testa sino a C’era una volta in America – che continuano a costituire dei veri e propri cult per intere generazioni: i ragazzi under 35 citano a memoria interi dialoghi delle sue pellicole, la pagina di Sergio Leone su facebook batte in numero di fan quella di tutti gli altri autori di cinema, sono oltre 50mila i suoi appassionati già registrati. Non solo: le grandi istituzioni culturali e le università di tutto il mondo continuano a studiarlo. Eppure, forse proprio per la sua chiave metapolitica, e nonostante tutto ciò, Leone è ancora un autore outsider, non solo perché non ha mai goduto dei consensi dell’establishment politico-culturale: «Molto dipende dal fatto – ha ricordato tempo fa la vedova, Carla Ramalli, intervistata da Paolo Conti sul Corriere della Sera – che Sergio non era un uomo di sinistra e la sinistra non lo ha mai perdonato per questo. Gli davano dell’uomo di destra, quasi del fascista…».


D’altronde, Leone non fu mai premiato con l’Oscar. «La morte lo ha forse preso troppo presto» ha annotato a suo tempo il critico Massimo Bertarelli. Nonostante ciò, per la sua importanza nello sviluppo del cinema nel 1992, Clint Eastwood, nel suo film Gli spietati, inserì nel titolo di coda l’esplicita dedica (un vero e proprio omaggio) «A Sergio» (ma anche "a Sam"). Su tutto la sua grande vocazione: «Il cinema – disse una volta lo stesso Leone – dev’essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito». Spiegò prima di girare C’era una volta in America: «Fare un film di contestazione o di critica sarebbe al tempo stesso temerario e ridicolo, una dimostrazione di ambizione mal riposta, priva di qualunque credibilità. Un film è invece un racconto di fantasia, una favola... scritta naturalm ente per gli adulti, ma sempre una favola».
Qualche anno fa Giorgio Cingolani – rievocando le mitologie di una certa destra eretica giovanile degli anni ’70 – ha spiegato come molti «si ritrovavano nei film di Sergio Leone perché riconoscevano tutti temi cari al loro mondo: il disprezzo per l’utilitarismo, il coraggio, la vita avventurosa...». In Francia, alla fine di quello stesso decennio, uscì un libro di Pascal Ory, docente di storia all’università di Nanterre, intitolato L’anarchismo di destra, con un sottotitolo molto significativo: “Da Céline a Clint Eastwood”, in cui la cinematografia di Sergio Leone la faceva da padrona. In proposito, lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni – che per Leone scrisse Per qualche dollaro in più, poi Il buono, il brutto e il cattivo e Giù la testa – ricorderà nella sua bella autobiografia Pane e cinema (Gremese): «Tra le motivazioni che mi hanno portato a fare cinema ce n’è una più forte delle altre: il mio incontro con Louis Destouches, in arte Céline. L’incontro fatale, la vera svolta. Avevo sedici anni, c’era la guerra, e una mattina, a Padova, dopo una grandinata di bombe americane, le sirene avevano dato il segnale di cessato allarme. Mi diressi verso casa, quando su una bancarella di libri usati vidi e comprai Viaggio al termine della notte, di Céline. Quella vecchia copia, polverosa e ingiallita, è anche ora davanti a me». Quel romanzo, prosegue lo sceneggiatore, è stato il sogno di tanti registi, lo avrebbero voluto realizzare Renoir, Carné, Clément...». E, alla fine, anche Leone: «Aveva visto la copia del romanzo sul mio tavolo, quella polverosa e ingiallita. Lo lesse e mi chiese cosa ne pensassi per un film. Gli comunicai tutto il mio entusiasmo. Lui andò anche in Francia con l’intenzione di realizzarlo...». Il tratto céliniano è del resto palese in molte suggestioni de Il buono, il brutto e il cattivo e in Giù la testa, dal disincanto nichilistico nei confronti della guerra al ridimensionamento del rapporto consueto tra vincitori e vinti... E sarà un passione, quella per il capolavoro di Céline, che unirà Leone a un altro grande regista nonconformista: Sam Peckinpah, l’autore di un indimenticabile western eretico come Il mucchio selvaggio. Non a caso il cineasta californiano (ma mezzo irlandese e mezzo pellerossa) verrà celebrato in Il mio nome è nessuno, un film del 1973, realizzato da Tonino Valeri ma su un’idea di Sergio Leone che ne era anche il produttore. Il nome del regista americano appare infatti visibile su una tomba di fronte alla quale i due protagonisti – Henry Fonda e Terence Hill – celebrano il tramonto dell’epopea del West. Molto, infatti, accomunava Peckinpah a Leone, a cominciare dalla passione per Viaggio al termine della notte, un romanzo – diceva il cineasta romano – in grado di evidenziare al massimo «le contraddizioni della vita del mondo moderno». A cominciare da una certa idea dell’America. «Uno dei primi amori della mia generazione – ha raccontato Leone – è l’America come ce l’ha mostrata Hollywood... Poi col tempo cominciai a capire che gli americani non sono aquile e, anzi, hanno il dannato vizio d’annacquare il vino delle loro idee mitiche con l’acquetta dell’american way of life di cui, tra parentesi, non importa niente a nessuno che abbia la testa avvitata sulle spalle. C’è una visione dell’America totalitaria e quasi sovietica. Un mondo senza conflitti, Abele senza Caino. Per un pugno di dollari nasceva anche da qui. Volevo rendere conto anche del ghigno crudele dell’America, ero stufo dei suoi sorrisi brillanti d’ingegneria dentaria. L’igiene e l’ottimismo sono i tarli che rodono il legno americano...».


In uno straordinario libro-intervista di Diego Gabutti – in cui, oltretutto, il noto giornalista segnava, nel 1984, il passaggio dalla sua formazione anarco-situazione a un libertarismo oltre la sinistra, preludio di quanto stava avvenendo nella cultura italiana in quella stagione – e intitolato C’era una volta in America (Rizzoli), Leone definisce il suo primo film della “trilogia del dollaro” nient’altro che «un film sull’America e la mia giovinezza nel cinema». Leone, d’altronde, era figlio di Roberto Roberti, regista-pioniere dell’industria cinematografica italiana ai tempi del muto e di Bice Walerian, un’attrice di quegli anni. Cresciuto praticamente a Cinecittà, rivelò subito una stupefacente abilità tecnica nel girare per i kolossal dei mitici anni Cinquanta le scene di battaglia e le sequenze di massa. Tutte di stampo mitico le sue prime collaborazioni, tra le quali Quo Vadis? di Mervyn Le Roy, primo dei grandi film storici realizzati in Italia, Elena di Troiadi Robert Wise, e, soprattutto, Ben Hur di William Wyler, in cui molti lo indicano come il vero artefice dell’indimenticabile corsa delle bighe. Assistente alla regia, quindi, ma anche sceneggiatore per Gli ultimi giorni di Pompei di Mario Bonnard, un kolossal tutto italiano spettacolare e grandioso, in cui Sergio Leone dovette trasformarsi in regista per sostituire Bonnard ammalato. Poi la sua prima regia ufficiale con Il colosso di Rodi, sempre in ambito mitologico-avventuroso. Poi la svolta western.
«Avevo visto – ha raccontato Leone a Gabutti – quel meraviglioso film di Kurosawa, La sfida del samurai, uscito nel 1961, e pensavo che sarebbe stato possibile trasformarlo in un magnifico western. Anche John Sturges, poco tempo prima, aveva tratto un grosso western, I magnifici sette, da un altro film di Kurosawa, I sette samurai...». D’altronde lo stesso Kurosawa s’era ispirato al nostro Luigi Pirandello per il suo Rashomon... Fu quella l’idea per il primo western di Leone: «Scrissi la sceneggiatura con Duccio Tessari, al quale continuavo a ripetere che dovevamo ispirarci all’Iliade di Omero, perché quella era l’origine di tutto, del western come della storia umana... ». Nella scelta degli attori, prevalse l’idea di trasformare i caratteristi in protagonisti. Da cui la scelta dell’americano Clint Eastwood per il ruolo dell’Uomo senza nome: «Sfogliando l’annuario degli attori vidi questa figura dinoccolata e sottile, dai lineamenti precocemente scavati, non ebbi più dubbi. Qualche ruga intorno agli occhi, un cigarillo tra le labbra, due dita di barba e avrebbe fatto la sua porca figura». E poi Gian Maria Volonté per la figura di Ramon: «Era un caratterista di razza pura. In quegli anni era molto sbilanciato a destra. Nero come l’anima di un bugiardo...». Era il 1964, quarant’anni fa, e Per un pugno di dollari riscosse uno straordinario successo di pubblico. L’anno successivo ancora successo con Per qualche dollaro in più... «La critica – ricordava Leone a Gabutti – s’era divertita a gettare palate di fango su Per un pugno di dollari, bollandolo come un inno alla violenza. La criticuzza pontificava, spaghetti western di qua e spaghetti western di là, tirando sempre in ballo fenomeni di costume e regressioni di massa, persino il centrosinistra e la Madonna di Loreto....». E con quel tipo di critico Leone era lapidario: «Stempiato, contorto di modi, moscio, con l’accento blasé. Un pubblico esegeta de Il posto delle fragole, che magnificava in terza pagina, senza averne capito nulla...».
Il successo dei suoi film fu il più grande schiaffo nei confronti di tutti questi ambienti mainstream. E quando, colpito da un infarto, il regista moriva il 30 aprile dell’89, rimasero incompiuti i suoi ultimi tre sogni: il film sul Viaggio al termine della notte, il rifacimento “all’italiana” di Via col vento e il kolossal su I 900 giorni di Leningrado. Un’idea che – lo ha ricordato Bertarelli – gli fece lanciare l’ultimo sberleffo a quegli intellettuali che non l’avevano mai amato: «Che ignoranti, lo confondono ancora con la battaglia di Stalingrado…».

Nel suo ultimo film, C’era una volta in America, tra i due personaggi principali, Max che intende “rientrare nei ranghi” e Noodles che vuole “restare libero”, Leone – annota Uva – “è indiscutibilmente schierato con quest’ultimo, il quale mentre la Storia va avanti rimane quello di sempre: il progresso non lo riguarda, visto che esige un prezzo troppo alto da pagare. Non è un reazionario o un nostalgico, ma soltanto un idealista destinato a non lasciar traccia del suo passaggio nella Storia”. Un libertario céliniano come pochi...

Un Afghanistan indipendente non può che essere a vocazione euro-asiatica



Soso

Il presidente afghano Hamid Karzai in visita ufficiale in India, ha dichiarato che gli Usa “non devono usare toni aggressivi o intimidatori per spingerci a firmare un accordo sulla sicurezza, perché essi si possono rivelare controproducenti”. La realtà sul campo oltre gli arabeschi diplomatici è costituita oggi dal sostanziale rifiuto di Karzai riguardo "l'accordo" che equivale a dire agli States: non vi vogliamo più. Niente male per una figura che l'intero occidente considerava meno di un Quisling, stipendiato in dollari... che oggi invece svela una propria e autonoma strategia, mirata a mutare la valenza di quello che da decenni rappresenta il fulcro strategico di penetrazione atlantica nell'Eurasia: tragica nemesi ormai e status symbol del grande riflusso, che la guerra senza limiti dell'occidente ha già iniziato a sperimentare ovunque, in un mondo che vuole andare oltre il secolo americano.

Alla fine del 2014, quando terminerà il ritiro delle truppe Nato, un contingente militare americano sarebbe dovuto rimanere in Afghanistan per un’opera di "assistenza" all'esercito di Karzai. Ma è ormai chiaro che la delegazione afghana sbarcata a Delhi con una significativa “lista della spesa”, cercherà di ottenere da India e Russia le armi pesanti finora negate dagli Usa per impedire la effettiva indipendenza del regime, minacciato dall'insorgenza Taliban sostenuta dal Pakistan.
Già dal 2011 comunque, India e Afghanistan hanno siglato una partnership strategica che bilancia il supporto del Pakistan ai Taliban, prevedendo che Delhi equipaggi adeguatamente l’esercito afghano e portando già 1.400 ufficiali afghani a studiare nelle accademie militari indiane. Non è per niente casuale quindi che truppe indiane e afghane compiano ormai operazioni congiunte in zone di guerra, ma se è già iniziata la sostituzione delle forze Nato-Isaf, che faranno le forze italiane?

La data del 2011 non è casuale e corrisponde all'inizio dell'invasione atlantista-saudita-kaedista della Repubblica Araba Siriana. Fra le cause di questa non riuscita ma devastante aggressione ci sono le mire colonialiste anglo-francesi, le pipelines saudite-katariote che non saranno mai costruite e il dossier nucleare iraniano: sulla base di queste evidenze è ormai trasparente a colpo d'occhio sulla carta geografica la relazione fra ciò che accade a ovest come ad est di Teheran.
Le trattative dirette a Doha fra la delegazione Usa e i Taliban nel "vice-reame" della VII flotta americana, ha evidentemente suonato come campana a morto per l'Afghanistan di Karzai, accelerando un percorso di indipendenza che può solo avere una vocazione eurasista. L'unica direzione possibile di inserimento è quindi oggi quella del BRICS e cioè gli alleati dell'Iran: un nuovo orientamento in cui la Repubblica Afghana sembra essere preceduta dal "nuovo corso" della Tuchia di Erdogan.

Ultima ma non meno importante considerazione sullo scacchiere: dato il raggiungimento di un accordo internazionale sul dossier nucleare di Teheran e la conseguente fine delle sanzioni, quindi del tentativo atlantista di piegare l'Iran, quale significato attribuire ai recenti scambi di crociere militari indo-iraniane? Per quanto tempo ancora, la Federazione Indiana sopporterà la presenza dei bombardieri atomici americani a Diego Garcia, appena un po' più a sud delle ridenti Maldive?

mercoledì 1 gennaio 2014

Una storia sufi per cominciare bene l'anno




"Tutti i maestri dicono che il tesoro spirituale è una scoperta solitaria. Perché allora stiamo insieme?" domandò uno dei discepoli al maestro sufi Nasrudin. "Voi state insieme perché un bosco è sempre più forte di un albero solitario" rispose Nasrudin. "Il bosco mantiene l'umidità dell'aria, resiste meglio alla tempesta, aiuta il suolo a essere fertile, ma ciò che rende forte un albero è la sua radice. E la radice di una pianta non può aiutare nessun'altra pianta a crescere. Stare insieme nello stesso proposito, e lasciare che ciascuno cresca alla propria maniera: questo è il cammino di coloro che desiderano comunicare con Dio".

lunedì 30 dicembre 2013

Storia del Secolo. In tipografia lavorava l'autore di "Faccetta nera"



Annalisa Terranova

Quando nel 2002 il Secolo celebrò il suo cinquantesimo compleanno fu redatta un’edizione speciale e i giornalisti si riunirono a cena con i direttori e gli ex direttori. All’epoca il giornale aveva due direttori: Gennaro Malgieri e Marcello Staglieno, che veniva dal Giornale di Montanelli e che al Secolo aveva portato come collaboratore il segretario di Togliatti Massimo Caprara. Fu Staglieno, a cena finita, a voler cantare “Faccetta nera” purché la prima strofa fosse intonata da una “gentile signora”, che poi ero io. Quella canzone in ogni caso è intrecciata alla storia del Secolo perché chi ne aveva scritto le parole, Renato Micheli, aveva lavorato alla tipografia del giornale in qualità di “proto”, termine tecnico per indicare il supervisore che alla fine licenzia le pagine per la stampa. 

Micheli arrivò al Secolo all’età di 40 anni e ci restò fino al 1974 quando con la sua liquidazione e qualche altro risparmio acquistò una piccola tipografia in via di Torpignattara per creare il giornale di cultura romanesca “La Boccaccia” dove scrisse anche Aldo Fabrizi, unico vip con Montanelli a partecipare ai funerali di Giorgio Almirante nel 1988. Al Secolo Micheli era una sorta di cimelio vivente, tanto che ogni volta che arrivavano ospiti in visita al quotidiano Franz Turchi li conduceva in tipografia, chiamava Micheli e lo presentava con orgoglio: “Ecco, lui è l’autore di Faccetta nera…”. La canzone venne inizialmente scritta in romanesco per la festa di San Giovanni nel 1935, musicata da Mario Ruccione e lanciata dal cantante Carlo Buti al teatro Capranica. La prima versione dunque faceva così: “Si mo’ dall’artipiano guardi er mare/ moretta che sei schiava tra le schiave/ vedrai come in un sogno tante nave/ e un tricolore sventolà pe’ te…”. Il regime poi la modificò con un testo simile a quello che tutti conoscono approvato dal ministero per la Stampa e Propaganda che vietò altre versioni anche se la gente cantava la versione originale il cui ritornello era “Faccetta nera, bell’abissina/ aspetta e spera che già l’ora si avvicina./ Quando saremo insieme a te/ noi ti daremo un’altra legge e un altro re”. Invece la versione di regime recitava: “Faccetta nera ch’eri abissina/ aspetta e spera – si cantò – l’ora è vicina/ or che l’Italia veglia su te/ avrai tu pure a imperatore il nostro re…”.  La canzone Faccetta nera, che indubbiamente favoriva accoglienza e integrazione verso la popolazione etiopica, fu durante il fascismo più famosa di “Giovinezza”, nonostante fosse una canzone di musica leggera e non un inno politico.

Il 31 dicembre del 1988 l’allora direttore Giano Accame la citò in un editoriale contro la destra xenofoba, suggerendo un atteggiamento di tolleranza verso gli immigrati: “La nostra educazione sentimentale – scriveva – si è alimentata anche con il popolarissimo motivo di Faccetta nera, con Mussolini che brandiva la spada dell’Islam, e non la tradiremo oggi per eccitare ondate di disprezzo e odio contro i vu’ cumprà”. L’editoriale compariva in una particolare prima pagina del Secolo in cui una foto ritraeva Gianfranco Fini con in braccio una bimba etiope e il titolo a nove colonne “Solidarietà”. La cronaca della visita di Fini alla comunità etiope di Roma era firmata da Francesco Storace.
Grazie a due firme, Leonida Fazi e Franz Maria D’Asaro, il Secolo aveva sempre rivendicato la particolarità dell’esperienza coloniale italiana in Etiopia anche facendo riferimento a questa canzone e nello speciale pubblicato dal Secolo per la morte del generale Rodolfo Graziani nel pezzo relativo ai funerali si ricorda la presenza degli ascari in lacrime vicino al feretro nella chiesa di San Bellarmino.
Nel 2002 titolai un mio libro sulla destra “Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina”, utilizzando un verso di Faccetta nera per dire che l’arrivo al governo dei “camerati” di Alleanza nazionale aveva comunque lasciato la destra nel limbo dell’attesa, e che quell’attesa si sarebbe completata solo se si fosse avuto il coraggio di liberarsi dall’ingombrante sudditanza a Silvio Berlusconi. Come si vede, siamo ancora allo stesso punto.    

venerdì 27 dicembre 2013

Sono migliaia i figli della guerra siriana che rischiano la vita (molti neonati sono in Libano). Perché l'Onu tace?




Soso

Dall'inizio dell'invasione, sono 21 mila i bambini siriani nati da mamme fuggite nelle nazioni confinanti. Il maggior numero di neonati sono in Libano, dove le condizioni di vita sono proibitive e i rischi di contrarre polmonite e poliomielite altissimi. L'Unicef ha lanciato un allarme rosso: se la comunità internazionale e i paesi ospitanti non faranno di più per proteggere i bambini figli della guerra siriana, non si potrà evitare una catastrofe. Il governo libanese non riesce a fornire ormai alcuna sistemazione agli oltre ottocentomila profughi siriani, che vivono in tendopoli nelle periferie urbane. Con temperatore notturne sotto zero, l'Unicef registra un incremento di casi di polmonite e malattie respiratorie soprattutto tra i bambini più piccoli e deboli.
Cinquecentomila bambini siriani rifugiati negli stati confinanti rischiano di contrarre la polio, perché non sono stati vaccinati a causa dei combattimenti in patria. Moltissimi bambini nati nelle tendopoli non hanno nemmeno regolari certificati di nascita e questo li espone a molti abusi, come il traffico di organi umani o i matrimoni forzati di bambine. A rendere più grave il dramma dei bambini siriani è anche la condizione che vede molti di loro aver perduto uno o entrambi i genitori: alla fine di settembre infatti l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ha registrato 2440 bambini rimasti soli in Libano e 1320 in Giordania. Alcuni di loro non riescono nemmeno a parlare, dopo gli orrori a cui hanno dovuto assistere.
Ma proprio in Libano, un nuovo focolaio fondamentalista viene acceso nel nord-ovest con epicentro la città di Tripoli. Dopo la disfatta e la dissoluzione del cosiddetto esercito libero siriano sul fronte Nord, per le politiche di guerra neo-colonialiste francese, britannica e saudita è assolutamente necessario aprire un fronte a mare, per sostenere il fronte nord kaedista ormai quasi isolato e l'assalto alla Siria da ovest, violando la neutralità del Libano. Il ministro francese Fabius ha infatti riaffermato il pieno sostegno della Francia a una dirigenza politica "laica", che costituisce solo il cartello dei propri ascari e non controlla affatto le milizie fondamentaliste filo-saudite, lanciate di nuovo all'attacco contro la Repubblica Araba Siriana, ma anche contro il Libano multietnico e multiconfessionale.
Lo stesso destino sembra essere riservato al nucleo fondamentalista che partendo dal confine saudita, ha portato la guerra direttamente sul territorio irakeno. L'Esercito di Baghdad ha infatti lanciato una nuova e vasta operazione intorno alla città di Ramadi nella Provincia di Anbar, al confine con la Siria: due basi terroriste dell'organizzazione chiamata "stato islamico dell'Irak e del Levante", sono state annientate con l'impiego di mezzi pesanti, artiglieria ed elicotteri. L'Onu e le diplomazie internazionali dovrebbero quindi porsi il problema di cosa accadrà, quando l'armata irakena avrà respinto le milizie kaediste nei santuari logistici sauditi e i due eserciti nazionali si troveranno direttamente contrapposti.