giovedì 20 novembre 2014

In sezione o dall'estetista? Ecco quando le camicette nere hanno cominciato a perdere

L'ormai arcinota intervista della lady renziana Alessandra Moretti mi ha fatto venire in mente il finale di un mio libro per fortuna poco letto, Aspetta e spera che già l'ora s'avvicina (Settimo Sigillo). L'ho riletto e lo riporto qua sotto, perché le Moretti, le Madia, le Biancofiore, le Minetti ecc. ecc. ecc. sono il prodotto di ciò che osservavo allora. Era il 2002. Un'onda inarrestabile dinanzi alle quali le militanti di un tempo, a destra e a sinistra, erano e sono destinate a soccombere



"Quanto alle donne bè, aspetto ancora di assistere a un bell'inizio danzante di una vera politica femminile al di là della destra e della sinistra. Ho l'impressione che si faccia fatica a credere che sia esistito un impegno femminile sul nostro versante, invece furono disperati tentativi di rettificare lo spericolato verbo femminista. Una storia che, forse, prima o poi qualcuno racconterà. Stranamente, mi capitò di accennarvi davanti a una platea di femministe. Ho cercato di spiegare come eravamo. Alla fine una matura signora si alza e mi trafigge: 'Io credo che lei abbia deciso di essere di destra ma sotto sotto abbia aspirazioni di sinistra'. Che sia vero? Che non rimanga altro che la sconfitta della psicanalisi per quelle ragazze un po' così che si aggiravano nelle sezioni missine? 

In missione da Almirante

Una mattina di venti anni fa ci trovavamo a fare anticamera davanti all'ufficio di Giorgio Almirante . Una sparuta delegazione femminile (Marina Maugeri, Isabella Rauti e io) con la missione di ottenere il via libera al bozzetto di un manifesto per l'otto marzo. Il segretario modificò il disegno, un ramo verdeggiante che formava un profilo femminile, col garbo severo di chi non ammette repliche e il risultato fu che quel ramo andò a formare il profilo di una donna calva. Contente lo stesso, lo facemmo stampare da Pasquale Toppeta, mitica figura di tipografo militante, che maneggiava i segreti della grafica con eccessiva disinvoltura asserendo 'Lascia fare a me, che faccio lo stampatore, mica il pizzicagnolo...'. E la donna calva fece la sua comparsa sui muri di Roma stagliandosi su un orribile fondo celestone. Quel manifesto aveva la fragile inconsistenza dell'impegno femminile a destra.
Estemporaneo e passionale come il primo sit-in al quale ho preso parte, quando la federazione ci aveva fornito una serie di cartelloni sul carovita e aveva chiamato a raccolta le infuriate massaie della Fiamma... deposti i cartelloni coi disegni del pane, dell'olio, delle uova e delle patate che costavano troppo, alle signore tricolori restava unicamente la battaglia per l'assegno alle casalinghe. Un orizzonte che a noi più giovani appariva misero e angusto ma che oggi conosce insperati revival. 

Eowyn e la celtica

L'impegno femminile aveva anche altre facce. Quella simpatica di Marilena Novelli, che riuniva a casa sua la redazione di Eowyn e mi spiegò con materna pazienza perché non potevamo andare d'accordo con le femministe. Il marxismo - disse più o meno - traduce il mondo in termini di conflitto: gli operai contro i padroni, i figli contro i genitori, le donne contro gli uomini. Dunque i marxisti odiavano il mondo, e noi lo dovevamo salvare. Eowyn era un'eroina del romanzo cult della giovane destra Il Signore degli Anelli e il suo nome fu scelto per la testata di una rivista scritta solo da donne, nata per scrollare il settore femminile del partito dal suo letargo e per far capire alle femministe che dall'altra parte non c'erano solo virili saluti romani ma anche riflessioni dignitose sul destino dell'emancipazione. L'iniziativa fu apprezzata più all'esterno che all'interno. Dieci anni dopo, Eowyn era diventato un fenomeno di antropologia culturale, un ossimoro politico racchiuso nell'etichetta "femminismo di destra" secondo la sociologia di sinistra che si interrogava sulla nostra cultura. Nel Msi invece Eowyn fu accolto come un'eresia. Capitò persino, a un convegno di partito, che fummo messe alla porta perché pretendevamo di distribuire un numero che aveva la croce celtica in copertina. Estremiste quando si giocava in casa, reazionarie quando si giocava in trasferta, eravamo rassegnate all'invisibilità politica. 



Le femministe e Francesca Mambro

Presuntuose come si può esserlo prima dei vent'anni, non ci importava molto il confronto con le avversarie, impedito comunque dal vezzo di considerare i fascisti dei paria della cultura. Le femministe del mio liceo erano inquadrate come soldatini di una guerra perduta. Parlarci era impossibile. Qualche anno fa ci siamo scambiate i numeri di telefono con le femministe più sensibili alla storia di Francesca Mambro, insieme abbiamo fatto un convegno per chiedere la verità sulla strage di Bologna, insieme abbiamo detto di cercare i veri colpevoli e di non infierire su due comodi capri espiatori.

I maschi d'ambiente

I sacri testi di riferimento erano ardui da affrontare. La dura prosa di Evola, le stilettate antifemministe di Nietzsche, non le digerivi mica a cuor leggero. Il cameratismo era un sentimento elitario, che metteva fuori gioco le donne e le obbligava a una paradossale durezza nei comportamenti per meritare il rispetto dei maschi. Non che gli uomini fossero contrari al protagonismo femminile: diciamo che per loro eri un'assistente, quasi mai una pari. Ciò comportava reciproci doveri: loro badavano a che tu non ti facessi male, tu badavi a fingere che la cosa ti riempiva di gratitudine.   



I tacchi a spillo

... Dopo la vittoria del '94 scoprimmo che i simboli della donna di destra erano le scemenze di Ambra Angiolini e i tailleur di Letizia Moratti. Ci dissero che le signore del Polo erano Ombretta Colli e Tiziana Maiolo. Pazienza. Era una consolazione l'idea che fosse stata spazzata via una politica femminile fondata sulla pura rivendicazione e sul protezionismo delle quote. Nonostante tutto, avevamo vinto sul femminismo. Sulla macerie di quelle rivendicazioni la donna del Duemila camminerà più sola e più debole ma nessuno lo dice perché tra i lasciti meno importanti delle ideologie c'è la retorica, e la retorica è un comodo rifugio per la politica. ... Oggi quei lampi di anticonformismo che ho avuto la fortuna di intercettare prima dei vent'anni sono estinti, temo che non covino più nemmeno sotto la cenere. Ho letto che tra donne di destra e donne di sinistra la partita si gioca sugli stilisti di riferimento e la Cdl ha marciato a Roma anche tra i battiti aggressivi dei tacchi a spillo di Daniela Santanché. Per questo ho indugiato sui miei ricordi preziosi. Magari aiutano a non perdere l'orientamento. Tutto il resto, lo sappiamo, è branco rosa".  

(Annalisa Terranova, Aspetta e spera che già l'ora s'avvicina. Dove vanno o dove vorrebbero andare i camerati sdoganati, Settimo Sigillo, pp. 101-107)



domenica 16 novembre 2014

Una domenica di buone letture tra Péguy e Pérez Reverte (passando per Enrico Vanzina)



Luciano Lanna

Cosa segnaliamo dalle pagine culturali di questa domenica? Innanzitutto, l’articolo “Péguy vero umanista” del filosofo francese Alain Finkielkraut che compare oggi su Avvenire. Il testo contiene le linee guida della relazione “Ogni cosa è ‘avvenimento’. Ripartiamo da Péguy” che Finkielkraut terrà domani, lunedì, a Milano. “Péguy – scrive il pensatore riferendosi al grande intellettuale di cui quest’anno ricorre il centenario della morte – è un autore ‘maledetto’: ma la sua è una maledizione estremamente paradossale. È uno degli autori più celebri della letteratura francese: nessuno ignora il suo nome, eppure nessuno lo legge. È un nome vuoto, una specie di illusione…”. E Filkielkraut definisce Péguy un “umanista sperduto nel mondo moderno”. Non certo un tradizionalista e un antimoderno, come spesso è stato presentato. Annora e precisa Finkielkraut: Péguy non è moderno, ma non è nemmeno un pensatore della tradizione… Noi, invece, vogliamo che il moderno sia il valore fondamentale: non vogliamo più condannare qualcosa del passato perché è passato. Ma noi siamo ‘turisti’ dello spazio e del tempo: e questo è il mondo postmoderno”. Il cosiddetto ‘turista’ è, insomma, per Finkielkraut, la figura ultima della modernità. Il turista, nella sua visione, è precisamente l’uomo contemporaneo, chi vede il mondo come pura e semplice disponibilità: "Il pericolo nel quale ci troviamo oggi è quello di essere rinchiusi in un’alternativa nella quale da una parte c’è il turista, che cammina nel giardino della storia, che colleziona modelli, che passa con superficialità da una cosa all’altra; e di fronte a lui sta una sorta di avversario costruito su misura, che sarebbe poi l’uomo radicato nel suo territorio”. Vale davvero la pensa leggersi le conclusione di Finkielkraut: “L’ideologia turistica consiste oggi nel far passare per fascista tutto ciò che contesta: è il destino di Péguy, è il destino di molti altri pensatori. Se non facciamo attenzione, rischia di instaurarsi così una specie di movimento politically correct. Rischiamo oggi di essere condannati a quest’alternativa e di essere immediatamente tacciati di fascismo se ci rifiutiamo di ritrovarci nel turista e di vedere in esso la figura ultima dell’umano. Però questo è il nostro compito: penso che Péguy più di chiunque altro ci possa aiutare in questo…”.
Molto interessante anche l’intervista di Rita Sala allo scrittore spagnolo Arturo Pérez Reverte che compare sulle pagine culturale del quotidiano Il Messaggero. “Con i tempi che corrono, mentre – dice il narratore – l’Europa crolla poco a poco e sull’Acropoli, ad Atene, il Partenone serve solo da sfondo a stupidi turisti per farsi uno stupido selfie, abbiamo un’unica via d’uscita: consolarci con la cultura. La cultura è l’unico analgesico che lenisce il dolore di veder tramontare il mondo al quale apparteniamo”. Ma non è un pessimista lo scrittore nato a Cartagena. Tanto da dedicare il suo ultimo romanzo – in italiano Il cecchino paziente – ai grafiteros, i ragazzi che come forma di ribellione creativa scrivono e disegnano sui muri delle metropoli di tutto il mondo. Il fascino dei ragazzi con la bomboletta? “C’è dentro l’amore per l’indipendenza, la libertà di demolire, almeno intenzionalmente, ciò che non ti sta bene, la possibilità di scegliere il colore della tua protesta e il momento in cui farla”. Ma i responsabili della crisi globale e del disorientamento di civiltà di questi ultimi anni? Pérez Reverte mostra di avere le idee chiare: “Non mi va di dare la colpa, come si fa tutti i giorni da anni, ai politici e ai banchieri. Ci siamo dimenticati che siamo noi stessi i responsabili, almeno quanto loro del disastro. Anzi, siamo stati noi a crearne le cause. Nessuno ci obbligava a incollarci mutui proibitivi, a compraci due automobili, a fare debiti per andare in vacanza, per disporre di una seconda casa o comprare la moto ai figli. Il gioco sporco ce lo hanno proposto politici e banchieri ma noi lo abbiamo accettato. Per questo mi ha intrigato l’universo clandestino dei grafiteros: sono gente a cui basta dipingere e scrivere. ‘Scrivo, dunque sono’ è il loro motto…”.

Ultima segnalazione, sempre dal Messaggero, per la consueta rubrica domenicale “Che ci faccio io qui?” dello sceneggiatore e scrittore Enrico Vanzina, dove alla fine si legge: “In questi giorni sono stato colpito da una serie a raffica di sciagure. Roba da dover scegliere tra Lourdes e l’Esorcista. Ma non voglio assillarvi con i miei guai personali. Vi dico solo che, alla fine, ho pensato a cosette serie, cose che possono riguardare anche voi. Ho pensato che avere una moglie che ti ama è la cosa più bella del mondo. Ho pensato che volersi bene tra fratelli è una cosa altrettanto bella. Ho pensato che non bisogna mai dimenticare i parenti anziani. Ho pensato che quando subisci un torto bisogna saper perdonare la cattiveria degli altri. Loro continueranno a dormire male, noi no…”. Buona domenica a tutti.

lunedì 10 novembre 2014

Anarchici e cristiani? L'ossimoro possibile per essere liberi dal potere



Alessandro Pertosa

L’ultimo libro di Lucilio Santoni, Cristiani e anarchici. Viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile (Infinito, Modena 2014), è un topos commovente, ma è anche un topos che non si può abitare del tutto, perché appare e scompare fra le righe del testo, è sempre un passo più in là rispetto al lettore, è sempre oltre la possibilità umana di coglierlo, di farlo proprio: è un topos spirituale, non certo uno spazio fisico tangibile: affollato di esperienze, di sussurri e di parole che «contendono al silenzio il coraggio di dire la miseria di stare al mondo. L’inquietudine dello spirito che ci fa vedere cosa ci rimane quando ormai non ci rimane più nulla».
E non deve rimanerci più nulla, perché il «qualcosa» che ci resta fra le mani è un «qualcosa» per il mondo, è un qualcosa di cui si pretende avere il possesso. La proprietà, appunto, è il vero male radicale, l’idea che di qualcosa si possa dire «è mio», mentre in questo viaggio millenario nella storia tradita si incontrano esperienze di coloro che sono rimasti indietro, gli ultimi, i miti di cuore, i poveri per lo spirito, gli emarginati: coloro che non hanno nulla perché non vogliono avere nulla. Si tratta di cristiani e di anarchici che orientano i sogni quotidiani in un altrove. Perché il Regno per cui si resiste non è di questo mondo. Il Regno di questo mondo è retto da un árchon, da un capo, che il Vangelo di Giovanni identifica con Satana. Il cristianesimo è dunque anarchico – come ricorda giustamente Davide Rondoni nell’introduzione – perché ha patroni in cielo e non padroni in terra.
Le pagine del libro sono illuminate da volti di persone che hanno coltivato testardamente nella propria vita la virtù della disobbedienza alla razionalità dominante. «Ho osservato a lungo lo sguardo di chi ha avuto nel cuore la rivoluzione dell’utopia e della speranza», scrive l’autore. E aggiunge: «Gli uomini che mi stanno a cuore smontano ogni giorno la fretta del vivere; danno ampio spazio al respirare; sentono il dolore degli altri».
Santoni sa scavare nell’intimità, sa toccare le corde profonde dell’animo umano, presentando storie straordinarie. Il suo è un interesse per l’uomo a tutto tondo, per le debolezze, le gioie, le ansie e le trepidazioni dei puri di cuore. E in questo rimanda a Tarkovskij che scrive: «Mi interessano le vite delle persone che vivono con un logica diversa da quella comune, che lo facciano per fede, per follia o per i più diversi ideali possibili non mi importa». La chiave che consente di aprire le segrete del libro è allora qui messa in mostra: sovvertire la logica dominante, oltrepassare il comune sentire, essere folli, ma liberi.
Si tratta di quella follia e libertà che accomuna i cristiani e gli anarchici condannati alla damnatio memoriae, a causa della loro fiducia incondizionata nell’uomo. Chi non si aspetta molto dai propri simili invoca lo Stato, la legge, la norma, la tradizione, le Chiese trionfanti, i magisteri. Chi, al contrario, cerca disperatamente di dare un senso alla tragedia che chiamiamo vita, si consegna all’Altro, gli si dona, e si immerge nel pelago intenso dell’essere che tutto avvolge e vivifica. I cristiani e gli anarchici, è questa l’idea di Santoni, dedicano la loro intera vita al più straordinario capolavoro della natura: l’essere umano. Operano nel medesimo contesto, e sognano lo stesso sogno. Ha quindi ragione Maurizio Pallante quando scrive che «i teorici dell’anarchia si sono proposti di tradurre in prassi politica i principi etici formulati da Gesù».
Mi pare sia proprio questo l’insegnamento principale che si può trarre da questo splendido libro di Lucilio Santoni. Che in verità è una perla poliedrica, smagliante! Una perla da osservare in continuazione e ripetutamente, perché ogni volta riflette una nuova luce, una luce scintillante che arriva da chissà dove.




domenica 9 novembre 2014

Col pretesto di "Vittoria", dibattito a Napoli sugli anni Settanta ed è subito caos (ma salutare...)




Considero la presentazione del romanzo Vittoria a Napoli (per la quale ringrazio Francesco Bellofatto)  un po' una conclusione della serie di incontri e discussioni suscitati dal mio libro, molto interessante per l'eterogeneità del pubblico (una signora è anche andata via in segno di dissenso). Il confronto con Ugo Maria Tassinari è stato per me importante perché ha fatto "deragliare" dal tema per andare al nocciolo di una questione che non si affronta volentieri: quanto sanno i "camerati" delle esperienze dei loro coetanei sull'altra parte della barricata e viceversa. Ora, Tassinari è uno che sa. E' un interlocutore sui generis (di certi fatti, personaggi, ambienti lui sa anche molto più di me), ma non è rappresentativo di un mondo, così come non lo sono io (infatti lui stesso ha detto, a un certo punto, che sono isolata, ed è vero, e ne sono anche abbastanza fiera, così come lo è lui per il fatto che i compagni lo accusano di avere legittimato i "fasci"). E i punti sono stati questi, anche se il romanzo li evita accuratamente perché, se non sei in grado di dare una risposta, è inutile lanciare interrogativi al vento. 
Il primo è che oltre la visione esistenziale degli anni Settanta (le emozioni, il dolore, l'attivismo, le persecuzioni, la violenza, il manicheismo nelle scuole ecc. ecc.) c'è un livello non detto, non conosciuto, che comprende anche la conflittualità tra fascisti e antifascisti ma non solo, comprende le stragi, comprende Gladio, comprende i Servizi e le ingerenze di altri paesi nella politica italiana. Nessuna pacificazione sarà mai possibile se alle generazioni future non sarà consegnata una narrazione convincente su tutto questo (e qui apro una parentesi: se la destra si accontenta di parlare di quel decennio di lutti solo attraverso la mistica dei caduti commette un errore enorme). In questo le revisioni e le autocritiche sono necessarie. A sinistra ci sono stati casi individuali di autocritica sull'atteggiamento tenuto in quegli anni ma è mancata una presa di distanza consapevole dall'idea che i fascisti si potessero ammazzare impunemente come nemici del popolo, come persone "infette" e pericolose per il paese. Questo non c'è stato perché l'antifascismo è ancora un tabù di comodo, così come dall'altra parte si agita la bandierina del Duce a scopi politici impedendo la necessaria storicizzazione del periodo e il suo superamento. 
Il secondo punto è la cattiva coscienza della sinistra, il fatto che tanti ex militanti di allora pensano in fondo in fondo che il disprezzo e l'ostilità verso i neofascisti erano giustificati e non si domandano chi fossero i veri giostrai che mandavano avanti un girotondo tragico. Tassinari ha detto che le morti di quel periodo erano in fondo un doloroso "dettaglio" rispetto ai milioni di morti che le ideologie del Novecento hanno provocato e che avevano un loro "perché" più dignitoso rispetto alle morti provocate ad esempio dal tifo da stadio. E' una visione dialettica dei fatti storici che non mi appartiene: ogni morte violenta è una ferita che strappa un'energia vitale al suo contesto naturale. E' un evento cui guardare con un senso di sgomento, avvertendo che c'è stata una perdita, un'assenza. Che nulla è necessitato storicamente su quel piano inclinato e che la soppressione di una vita implica responsabilità personali, che il contesto può agevolare ma mai sostituire. Per questo detesto la retorica sugli anni Settanta e mi auguro che nessuna operazione "identitaria" conduca a letture distorte di quegli anni. Poi, la pacificazione - nella quale non credo - può avvenire come ho detto anche durante il dibattito a Napoli, solo se non sarà più importante dare a uno del "comunista" e a un altro del "fascista" e quando a queste parole sarà dato un significato che ha lo stesso valore "neutro" per l'intera comunità dei "parlanti". Se non si pacifica il linguaggio, in altri termini, non ci sarà alcuna memoria condivisa.
Infine, dopo tanti incontri fatti sul tema col pretesto del mio libro, non si è venuti a capo di nulla: la rappresentazione di quel periodo è del tutto irrisolta e "aperta". Io ho voluto solo dare qualche pennellata, con un punto di vista molto individuale e con un lessico "pacificato". Il mio piccolissimo, insignificante contributo all'elaborazione del lutto di una generazione (sono parole importanti, ma l'ha detto Tassinari, io non avrei mai dato di una cosa scritta da me una definizione così seria). Elaborare però fa bene, è la "fissità" della visione che fa male. Perché si perdono troppi particolari. Troppe sfumature. 
a.t.

domenica 26 ottobre 2014

Cancogni e Leone cattolici, Zizek fascista di sinistra



Luciano Lanna

Come altre volte, segnale alcune interviste apparse oggi sui giornali, anche perché le ritengo la cosa più interessante da leggere, soprattutto di domenica. Cominciando dalla bella conversazione di Antonio Gnoli con lo scrittore novantottenne Manlio Cancogni  su la Repubblica. Dove si scopre che, dopo una giovinezza laica e atea, Cancogni oggi si riconosce come credente: “La fede non si rivendica, si testimonia semmai. Sono cresciuto in una famiglia cattolica. Non ho avuto un rapporto facile con la religione. Mia madre se ne serviva per terrorizzarmi. Ogni volta che andavo a confessarmi era una sofferenza enorme. A vent’anni ero un ateo convinto. Poi a poco a poco mi sono riavvicina al cattolicesimo….”. La svolta è datata 1993: “Il rapporto con la fede si è rafforzato con la scomparsa di mia figlia. Ho reagito cercando un senso al dolore”. E quindi la conclusione: “Ma cosa vuol dire laico? È solo un’etichetta. Sono convinto che senza un apporto dell’aldilà non andiamo da nessuna parte”. Non manca, in altra parte dell’intervista, un’analisi del fascismo. I fascisti vengono descritti da Cancogni come “arroganti, violenti, illiberali, retorici”. E il regime con la dittatura produsse, aggiunge lo scrittore, “un diritto che faceva schifo e delle leggi omicide”. L’unica nota positiva, in controtendenza rispetto alla interpretazione canonica e crociana, è sul versante culturale: “La cultura è la cosa migliore che il fascismo abbia prodotto. Sono state realizzate cose che sono sopravvissute: architettura, arte, cinema, editoria, musica. Molto di quello che conosco – conclude Cancogni – e delle mie ambizioni letterarie è nato in quel periodo”.
Sempre su la Repubblica segnalo anche l’intervista postuma di Christopher Fryling a Sergio Leone (anticipazione dal libro C’era una volta in Italia. Il cinema di Sergio Leone, dal 29 ottobre in libreria per le Edizioni Cineteca Bologna). “Alle mie spalle – ammetteva Leone – c’è ovviamente tutta una cultura di cui non posso sbarazzarmi. E non posso neppure negarla. Per esempio, respiriamo quotidianamente il cattolicesimo, anche chi non crede. E ciò traspare in certi aspetti dei miei film. È nell’aria. Inoltre, quando faccio un western, ho delle cose da dire. Mentre preparavo Per un pugno di dollari, il mio primo western, mi sentivo come William Shakespeare che, ho scoperto, avrebbe potuto scrivere ottimi western... Così come sono convinto che il più grande scrittore di western sia stato Omero. Ha scritto storie favolose sulle vicende di singoli eroi come Achille, Aiace, Agamennone, tutti prototipi per i personaggi interpretati da Gary Cooper, Burt Lancaster, Jimmy Stewart e John Wayne…”.
Terza e ultima intervista da segnalare quella di Luca Mastrantonio al filosofo sloveno – hegeliano e lacaniano – Slavoj Zizek e che compare sull’ultimo numero de La lettura, il supplemento domenicale di cultura del Corriere della Sera. Nel suo studio, descrive il giornalista. campeggiano mini-busti di Marx e Lanin, eppure Zizek viene criticato per alcune sue uscite provocatorie e per il suo modo di vestire, gira ad esempio con una maglietta nera di Melville press: “Dicono che è da fascista! Io rispondo con un motto di Mussolini: ‘Cari amici soldati, i tempi della pace sono passati!’…”. Lui è un avversario dichiarato del neoliberismo trionfante e sogna “un super-Stato contro le derive di finanza e biogenetica”. Eppure, qualcosa non gli torna: “Sono uno di sinistra e bla bla… Ma ho avuto problemi con i sindacati che sono nelle mani dei lavoratori, come gli statali, che difendono i propri privilegi e non i diritti dei poveri: giovani, precari, disoccupati. E se li tocchi dicono che sei un neoliberale”. I suoi prossimi lavori? “Mi piacerebbe fare un libro su personaggi da rivalutare, come Cesare Borgia o Galeazzo Ciano: l’Albania fascista con lui visse un’età d’oro…”. Non è un caso che a molti Zizek risulta un po’ urticante. Lui ammette: “Mi odiano, mi danno del fascista di sinistra, dello stalinista, mi accusano di plagi: accetto però il rischio di essere frainteso…”.


venerdì 24 ottobre 2014

Il libro di Griner sulle "anime nere": chi erano gli stupratori del Circeo



Di seguito ampi stralci del capitolo "I fatti del Circeo" dall'ultimo libro di Massimiliano Griner "Anime nere. Personaggi, storie e misteri dell'eversione di destra" (Sperling & Kupfer)

"Una delle foto simbolo della violenza degli anni Settanta l'ha scattata il fotografo del Tempo Antonio Monteforte. La sera del primo ottobre 1975 la sua radio era sintonizzata, come al solito, sulle frequenze della polizia. Aveva captato una richiesta di intervento per uno strano 'miagolio' che proveniva dal bagagliaio di una Fiat 127 parcheggiata in via Pola, nel signorile quartiere del Salario. L'obiettivo del fotografo inquadra il bagagliaio aperto e una ragazza viva, pesta e stravolta, che viene aiutata a uscire dalla polizia. Si chiama Donatella e ha solo 17 anni. Nel bagagliaio c'è anche il corpo della sua amica Rosaria Lopez, diciannove anni, avvolto dal cellophane. Sono sufficienti poche ore per chiarire che cosa si nasconde dietro quell'immagine orribile. Il pomeriggio del 29 settembre le ragazze sono state attirate con il pretesto di una festa in una villa di San Felice Circeo dal ventenne Angelo Izzo e dal suo coetaneo Gianni Guido. Per due giorni i due, sotto l'effetto di cocaina e anfetamina, le hanno denudate, segregate, minacciate con una pistola, costrette ripetutamente a compiere sesso orale e a inscenare un rapporto lesbico. La situazione è precipitata con l'arrivo di un amico dei due carnefici, Andrea Ghira, che ha violentato Rosaria per via vaginale e anale. Tutti poi hanno concorso a toglierle la vita immergendole la testa nella vasca da bagno piena d'acqua. Donatella si è salvata solo perché gli assassini, dopo averle fatto un'iniezione di sedativo, averla percossa con un bastone e soffocata con un cuscino, la credevano morta. Rintracciare Guido, al cui padre è intestata la Fiat 127, e fermare Izzo, è solo questione di ore. La polizia invece non riuscirà mai ad arrestare il più scaltro Ghira, che gode di un'efficace rete di protezione e sparirà nel nulla.
(...)
Lo stupro è ancora considerato un delitto contro la morale, e in molti casi a finire sul banco degli imputati è la donna. Perché se è stata violentata forse è di cattivi costumi, indossava abiti succinti o aveva scatenato il desiderio del maschio, Per il movimento femminista il Circeo rappresenta così un'ottima occasione per denunciare le storture, l'arretratezza e il maschilismo dell'intera società italiana degli anni Settanta dove la condizione della donna rimane quella tipica di un paese premoderno. La presenza in corteo delle donne femministe anima il processo che si tiene a Latina. Le femministe fanno di Donatella un simbolo (...)



Il padre di Izzo, Rocco, è un professionista affermato. La madre di Ghira è una triestina di origini nobili; il padre, Aldo, è un ex atleta olimpionico di nuoto, animatore della squadra Settebello alle Olimpiadi di Londra del 1948, e possiede un'impresa edile. Il padre di Guido è un importante funzionario di banca. Tutti poi li conoscono come fascisti...Izzo era già finito sotto processo, insieme con altri due amici, per aver sequestrato due minorenni, in questo caso di buona famiglia, e averle costrette a un rapporto orale. Era stato condannato a due anni per violenza carnale, ma la pena era stata sospesa con la condizionale. Anche perché Izzo era stato in cura da uno psichiatra, che aveva riscontrato un'alterazione della personalità provocata da un iposviluppo anatomico, da una fimosi operata solo tardivamente, a sedici anni. Ghira invece era stato condannato per rapina a tre anni, ma era uscito dopo soli 18 mesi. La giustizia era stata particolarmente clemente nei loro confronti anche perché i loro famigliari avevano messo mano al portafoglio e risarcito le vittime.



Per l'Europeo sono semplicemente di razza fascista... Antonio Caprarica, che in quel tempo scrive per l'Unità, li definisce "i discendenti dei dignitari del regime mussoliniano". Sulle colonne del Corriere Lietta Tornabuoni parla di "ragazzi della Roma-male, figli di ricchi professionisti, facce carine, pullover alla moda, belle automobili, belle case, belle estati e dietro tutto il nero brulicare che può fare d'un ragazzo un assassino... gli ultimi eredi della colce vita sono neri, e ammazzano"!. Italo Calvino non ha dubbi. Quelli del Circeo sono picchiatori fascisti e quello che hanno commesso è intimamente legato alla loro idoelogia politica. Ancora una volta l'unica voce dissonante dal coro è quella di Pier Paolo Pasolini: 'I poveri delle borgate romane possono fare e fanno effettivamente le stesse cose che hanno fatto i giovani dei Parioli...'.
(...)
Ogni qualvolta Izzo entra in un nuovo carcere, così come farà Guido, si qualifica come detenuto di destra. Fin dalla terza media ha frequentato la sezione del Msi di via Tolmino e la Giovane Italia, e ha un nonno che è stato un acceso fascista ancora prima della marcia su Roma. Ma se riesce a convincere i carcerati per reati comuni non sempre ha successo con i 'politici'. Valerio Fioravanti e Franco Freda, per esempio, lo guardano con fastidio. Per loro non è un fascista ma solo uno stupratore. Questo però non gli impedisce di coltivare rapporti con personaggi noti dell'ambiente, da Ermanno Buzzi a Mario Tuti, da Pierluigi Concutelli e Edgardo Bonazzi. Contatti che gli consentiranno di raccogliere informazioni che poi, a partire dalla metà degli anni Ottanta, quando si trasforma in collaboratore di giustizia, gli risultano estremamente utili.

(Izzo ottiene la libertà anticipata nel 2005 e uccide una donna e sua figlia di soli 14 anni. Gianni Guido fu condannato in primo grado all'ergastolo, poi a 30 anni in appello. Nel 1981 evade e scappa in Argentina. Nel 1994 viene intercettato a Panama e scattano le procedure per l'estradizione. Andrea Ghira, da subito latitante, si arruola nel Tercio spagnolo e muore di overdose nel 1994)

Queste le parole di Donatella Colasanti sui suoi aguzzini: "Sono ragazzi malati che andavano curati. Né estremisti di destra né pariolini. Solo malati bisognosi di cure". (intervista a La Stampa del 3 settembre 1993)

martedì 7 ottobre 2014

"Confini e conflitti" di Marco Valle: il filo perduto dell'identità italiana





Dall'introduzione al libro di Marco Valle "Confini e conflitti. Uomini imperi e sovranità nazionale"(Eclettica)

La memoria di un popolo è il risultato di innumerevoli, minuscole memorie, di una miriade infinita di carte, appunti, documenti, racconti. Un patrimonio immenso di conoscenze, esperienze, sentimenti che, attraverso il passato, si trasmettono da padre in figlio, da generazione a generazione. L'identità di un popolo è un sottile filo d'Arianna snodato tra le porte del tempo, un giacimento spirituale che dà sostanza, forza ai nomi illustri, alle ricorrenze ufficiali. Alla retorica dei vivi, al ricordo dei morti.
La storia di un popolo è un colorato mosaico formato da tante piccolissime tessere, tutte da leggere e interpretare. Per ritrovare un senso. Un destino.
Purtroppo in questo presente superficiale, liquido, comprendere il passato diventa sempre più questione complessa, complicata e la memoria rischia - come nell'Egitto post Tolemaico - di sembrare un incomprensibile geroglifico e l'identità somiglia ormai a una vuota piramide. Immagini pittoresche e inoffensive. 
Per ritrovare il mitico filo e tentare di capire l'Italia - una realtà complessa e incompleta, sorta tra mille incertezze e sviluppatasi in modo strampalato e confuso - non basta l'incandescenza delle passioni, non servono ragionamenti algidi o visioni moralistiche e, tantomeno, ubbie nostalgiche. Per comprendere i crinali di crisi della contemporaneità è urgente scardinare gabbie ideologiche, abbandonare vecchie abitudini e indagare le contraddizioni, ricostruire i contesti, sforzandosi di ritrovare le motivazioni che mossero i protagonisti del nostro ieri. Come ci insegna il grande Marc Bloch non è più tempo d'antiquari rassicuranti ma è ora di "analizzare il passato in funzione del presente e il presente in funzione del passato". Da qui questo libro. Un tentativo di esplorare, attraverso una somma di ipotesi di lavoro aperte e volutamente frammentarie, alcuni passaggi... L'Italia come una tavolozza confusa in cui i colori fiochi del conformismo si alternano ai bagliori d'intelligenza e coraggio dei soliti pochi, un'equazione impossibile in cui l'ignavia dei più si oppone pervicacemente all'orgoglio lungimirante delle minoranze. Ecco, quindi, Luigi Rizzo e Mattei, Missoni e Broglio, Brazzà, Verdi e Cavour. 

L'indagine sul Novecento del libro di Marco Valle esamina anche il "miraggio cattivo" del comunismo e la sua influenza nello scacchiere geopolitico e infine la decolonizzazione in Asia e in Africa dalla quale non si può prescindere per capire la catastrofe umanitaria che oggi oscura il Mediterraneo.