sabato 16 maggio 2015

Le “occasioni perdute” della politica secondo Venditti




Luciano Lanna

Ancora una volta Antonello Venditti si mostra come un cantautore davvero libero da schemi e automatismi, in piena sintonia con i nostri tempi di rottura dei vecchi sensi di appartenenza. Intervistato da Mario Ajello sul Messaggero alla domanda se lui si considera di sinistra (o di altro) sbotta: “Io non mi pongo questo problema e non me lo ponevo neanche prima. La parola ‘compagno’ non mi ha mai entusiasmato. Io sono Antonello, ragiono con la mia testa e mi schiero per le cose giuste in cui credo…”. E anche quando il giornalista gli chiede se Matteo Renzi è di sinistra, risponde: “Ma perché lei si fa questa domanda? Io a questo interrogativo, posto così, non posso rispondere…”. Alla fine arriva l’unica definizione che riguarda sé stesso: “Il mio cuore è ribelle”.

Proseguendo, Venditti spiega che a lui non interessano le etichette ma la possibilità di creare condizioni per cambiare le cose. E via con le “occasioni perdute” in Italia, a partire da quel ’68 in cui “Nietzsche e Marx si davano la mano”. Una grande occasione per cambiare l’Italia e il quadro politico, dice Venditti, la si è perduta “nel 2010, prima che cadesse il governo Berlusconi…”. Ovvio il riferimento ai parlamentari che avevano “strappato” con l’allora premier e avrebbero potuto determinare un’altra maggioranza e una nuova sintesi… “Poi, nel 2013, dopo le elezioni – prosegue Venditti – se Bersani e il Movimento 5 Stelle, soprattutto quest’ultimo, avessero parlato seriamente, si poteva anche allora cambiare il nostro Paese”. Insomma, abbiamo perduto ben due occasioni. E adesso? “Dopo questi passaggi, l’Italia non aveva alternativa. C’era soltanto Renzi. Gli altri sono stati non soltanto lenti ma inconcludenti. Adesso la speranza è che in il Movimento 5 Stelle, composto in realtà da tante anime e da tante posizioni, sia capace di entrare in un discorso costruttivo, se fosse possibile”. 

venerdì 3 aprile 2015

Addio a Giampiero Rubei, nel suo locale quello strano mix tra Tolkien e Charlie Parker



Luciano Lanna

Quando, nel 1997, ho collaborato a un programma televisivo della Rai che doveva raccontare e spiegare cos’era successo in Italia nel 1977, andai convinto a intervistare, tra gli altri, Giampiero Rubei, lo straordinario personaggio che ci ha lasciato a Roma ieri mattina. Proprio nel ’77, infatti, si era determinata una “rottura” generazionale, anche se non sempre consapevole, nell’immaginario della società italiana secondo cui, sia a sinistra che a destra, nel mondo giovanile si scopriva un nuovo modo di comunicare e partecipare al proprio tempo. E Giampiero Rubei, pur se da una prospettiva difficile e non allora maggioritaria, ne era stato tra i protagonisti, per quanto improvvisati e un tantino inconsapevoli. E il cui lavorio e impegno sarà destinato a durare nel tempo.
Come ha spiegato il compianto Renato Nicolini, “alcuni fenomeni di quell’anno  stavano indicando nuovi modelli di comunicazione politica”. E in effetti l’elemento unificante dei fermenti che trovarono manifestazione in tante cose del ’77 stava probabilmente in un fattore sociologico: la crescita e la consapevolezza sociale di un nuovo ceto medio creativo. E sarà infatti sul filo dell’esperienza esistenziale e della comunicazione che si giocò la novità dei fenomeni emersi in quell’anno e che segneranno nei decenni successivi i nuovi luoghi e i nuovi linguaggi della società italiana. Era la cosiddetta metapolitica, il privilegiare l’immaginario, le idee, la mentalità rispetto a una politica intesa solo come elezioni e acquisizione di spazi di potere. Tra cui, appunto tutto ciò che sperimentò da allora in avanti Giampiero Rubei…

Classe 1940, romano di Roma, cresciuta tra Monteverde e i Palazzi di Donna Olimpia, Giampiero è un bel ragazzone dai tratti da antico legionario, che in loden e Ray-ban frequenta attivamente la destra creativa dell’epoca, quella che si riconosce nel circolo intellettuale di via degli Scipioni, che frequenta il pensatore tradizionalista Julius Evola, che nel 1968, comunque, sta con gli studenti di Valle Giulia nella celebre battaglia contro gli sbirri… Sì, Giampiero era uno di quelli che – sampietrini alla mano – affronta e sfida la repressione dei poliziotti e che consentirà al cantautore Paolo Pietrangeli di celebrare il giorno in cui “non siam scappati più…”. Un “fascio” eretico e curioso, più un “fascista immaginario” che un destrorso, appassionato alla lettura di Céline e Jünger, che agli attivisti duri e puri preferisce la frequentazione degli irregolari. Tanto che si schiererà col centro studi di Pino Rauti e aderirà al Msi solo nel 1969 con l’adesione di quel gruppo al presunto processo di rinnovamento ventilato dal nuovo segretario Giorgio Almirante. Coerentemente Rubei diverrà segretario della sezione romana di Monteverde in quei primi anni Settanta fatti di scontri, equivoci, sangue e lutti… Esilaranti gli aneddoti che raccontava su quel periodo, quando Giampiero insieme agli amici Carlo Carocci, professore di scuola da poco anche lui scomparso, e Virgilio Ilari, oggi accademico di vaglia e uno dei massimi studiosi italiani di geopolitica e storia militare, andavano di notte ad attaccare i manifesti senza dirlo alle rispettive mogli. Come quella volta che per quella affissione si tolsero le scarpe per montare uno sull’altro, e a manifesti attaccati non trovarono più le scarpe e dovettero tornare a casa scalzi subendo i rimbrotti delle consorti…

Bene, proprio nel ’77 Giampiero – che nel frattempo era stato anche il custode dell’ultimo respiro di Evola e l’esecutore testamentario delle volontà del maestro – fu tra gli ideatori e organizzatori del Campo Hobbit, una due giorni di happening dei ragazzi di destra all’insegna non degli slogan e della militanza ma del nuovo modo di essere dei giovani: la grafica, i fumetti, le radio libere, la poesia, l’ecologia, l’alimentazione, i gruppi musicali, i cantautori, in una parola… la creatività. Era l’anno in cui lo hobbit Frodo Baggins diventava il simbolo di una nuova destra giovanile. Nascevano circoli culturali dai nomi tolkieniani, veniva fondata l’associazione La Terra di Mezzo, si inaugurava la rivista d’impegno femminile Eowin…  E si imponeva, anche a destra, un nuovo modo di vivere e praticare l’impegno, oltre i cortei militarizzati, gli slogan e i comizi. Non a caso lo scrittore di sinistra Piero Meldini arriverà a scrivere solo un anno dopo: “Poniamo che qualcuno di noi abbia uno spiccato interesse per la letteratura fantastica. Che farà? La tratterà come una perversione da coltivare in gran segreto o si iscriverà, per amore di coerenza, al Fronte della Gioventù?”.
Giampiero Rubei non si fermerà, comunque. E tre anni dopo realizzerà – insieme a Teodoro Buontempo e Umberto Croppi – il terzo Campo Hobbit, il culmine di un tragitto e di un processo di consapevolezza politica, culturale e, per lui e qualcun altro, anche professionale. Dopo una serie di esperimenti – una manifestazione musicale nel 1982 con le band di tutte le scuole medie superiori romane, qualche concerto musicale – Rubei punta tutto sulla creazione e affermazione di un locale, l’Alexanderplatz di via Ostia, nel quartiere Trionfale, che in breve si affermerà come il migliore jazz club italiano. E a poco a poco, proprio nel jazz, Giampiero troverà la sua vera vocazione umana, metapolitica e professionale. “Nel jazz – ha spiegato una volta – c’è il linguaggio adrenalinico del Novecento, la vitalità dell’improvvisazione, la forza dell’elementare…”. Quel locale diverrà un punto di ritrovo fisso per gente come Chet Baker, per lo scrittore beat Gregory Corso, verrà frequentato da Fausto Bertinotti, da Renzo Arbore, da Nanda Pivano, da Giancarlo Governi, dallo scrittore Filippo La Porta, dal compianto Gianni Borgna. E negli anni Novanta Rubei darà vita a uno dei più importanti festival italiani di musica e sonorità afro-americane: Jazz & Image a Villa Celimontana. Qui si esibiranno i maggiori musicisti sul piano internazionale, da Michel Petrucciani a Wynton Marsalis, da Dionne Worwick a Burt Bacharach, da Sarah Jane Morris a Luis Bacalov. E da Rubei si faranno conoscere italiani come Stefano Di Battista e Ada Montellanico ma anche, gli argentini, Aires Tango. E arriveranno i riconoscimenti da oltre Oceano: Downbeat, la prestigiosa rivista internazionale di jazz, arriverà a celebrarlo in prima pagina con tanto di foto a cinque colonne, coronando così un lungo percorso di una passione autentica. Nel jazz Rubei aveva ritrovato – e individuato – la declinazione creativa di tutto quanto aveva assorbito negli anni dalle sue letture, dalle sue passioni, dal “suo” Sessantotto, da Evola, da Kerouac, da Céline.
Ma tutto il suo percorso venne sempre pensato come coerente e intrecciato. Tanto che nel 1998 a Roma, nel corso di Villa Celimontana, Rubei fece esordire Hobbit/Hobbit, un’opera jazz ispirata al Signore degli Anelli: “Tutto è partito – raccontò – dalla mia intuizione di ritrovare nel jazz la stessa carica di libertà e la stessa creatività del mondo tolkieniano”. E allo stesso modo, nel 2000 e nel 2005 Rubei fece rappresentare, sempre a Villa Celimontana, due lavori teatrali e musicali, ispirati uno a Ezra Pound e l’altro a Céline e realizzati con il contributo del suo amico, jazzista oltre che scrittore, Filippo La Porta.
Personalmente vorrei ricordare la volta – era il 1996 – che Giampiero mi telefonò per propormi di condurre una trasmissione radiofonica quotidiana in Rai insieme a un mostro sacro della critica musicale quale Peppe Caporale. “Giampiero”, gli dissi imbarazzato, “ma non sono un esperto di jazz…”. La sua risposta racconta tutto il suo personaggio: “Ma che te frega, Lucià, sei un giornalista, sai parlare, sai improvvisare… E quindi il jazz lo hai già capito… Poi, prenditi qualche libro e studia. Piuttosto – e concluse – va’ a firmare, che poi è tardi…”. Grazie, Giampiero, te ne sarò sempre grato.

  

domenica 22 marzo 2015

Suite francese, i tedeschi "cattivi" del film e il vero senso del romanzo





Annalisa Terranova

Non è brutto il film di Saul Dibb ispirato al romanzo incompiuto Suite francese. Non è brutto ma poteva essere migliore, con un più onesto finale aperto al posto di quello, scadente, che fa diventare la protagonista un'affiliata della Resistenza. Anziché preoccuparsi di mostrare allo spettatore quanto erano cattivi i tedeschi, bisognava forse preoccuparsi di mostrare l'essenza del capolavoro di Irene Nemirovsky, uccisa dai nazionalsocialisti ad Auschwitz nel 1942. E dove risiede quell'essenza? Nel raccontare la prova dell'umanità piegata dalla sciagura e dalla guerra, quel venir fuori negli uomini e nelle donne, nell'imminenza di un grave pericolo, del lato meschino o più eroico, quel loro farsi esempi di malvagio egoismo o di mirabile dedizione. E provare, ancora, a spiegare la contaminazione con il nemico nel villaggio di Bussy. Quella freddezza con cui vengono accolti al principio i tedeschi che si trasforma in tiepida, complice accoglienza nel riconoscere lo statuto umano che va oltre l'appartenenza a una terra e a una razza. 

La celebrazione dell'essere umano fatta da Irene Nemirovsky è l'affronto letterario più grande che poteva essere fatto all'ideologia della razza, all'esasperazione dei nazionalismi. E all'affronto si aggiunge la sfida di raccontare l'amore tra Lucile, la francese e Bruno, l'ufficiale tedesco. Di mostrarne la bellezza e la purezza, oltre i pregiudizi e le convenzioni. L'archetipo dell'amore impossibile fornisce in letteratura il clima tragico e catartico più soddisfacente (basti pensare a Romeo e Giulietta) ma in questa coppia di Suite francese c'è il contesto della modernità a rendere più commovente la narrazione. Lui è un soldato qualunque, lei una qualunque borghese. Entrambi sono sposati ma non resistono, neanche razionalmente, all'emergere delle reciproche affinità elettive. Una comunione spirituale da cui non nascerà una passionale storia d'amore. 



Si tratta di due individui che soccombono alle legge spietate di un destino che non li calcola e hanno appena il tempo di scambiarsi uno dei più brevi e intensi dialoghi d'amore. " 'Io la prego, in mia memoria, di aver cura per quanto possibile della sua vita'. 'Perché significa qualcosa per lei?', domandò lui ansiosamente. 'Sì perché significa qualcosa per me'. Si strinsero la mano, lentamente". 

Ma un finale che coinvolgesse solo due esseri in preda al tumulto e alla sofferenza non poteva essere il giusto finale di un affresco come Suite francese: c'è quello spiare dei francesi dalle finestre il reggimento tedesco che se ne va verso la Russia, rimuginando sull'occupazione come esperienza che è prima di tutto umana (il piccolo tedesco che aveva imparato le canzoni francesi, il soldato che acquista in un negozio francese il bavaglino per il neonato che lo aspetta a casa, quell'altro che aiuta la donna francese a curare il marito), capace di determinare quello spazio di relazioni da dove scompaiono la morte e il sangue. I francesi guardano il nemico andare via e provano malinconia per quei ragazzi che forse finiranno sepolti sotto la neve della Siberia. Se ne vanno cantando un canto "lento e grave che si perdeva nella notte", un reggimento di ragazzi, di cui resta il ricordo di risate e battute. 



Possiamo leggere la sorte di Lucile e di Bruno come quella di un'antitesi inconciliabile tra la paziente legge dell'alveare e l'urgenza delle libertà individuali, il diritto alla felicità anche quando un mondo va in rovina. L'ufficiale spiega alla donna francese in cosa consiste lo spirito tedesco: "La guerra è opera collettiva per eccellenza, noi tedeschi crediamo nello spirito comunitario, così come si dice che le api hanno lo spirito dell'alveare. Gli dobbiamo tutto: nutrimento, splendore, profumi, amori...". Lei vorrebbe opporre a tutto ciò una ribellione anarchica: "Odio questo spirito comunitario di cui ci riempiono le orecchie. Su una sola cosa tedeschi, francesi, gollisti la pensano tutti allo stesso modo: bisogna vivere, pensare, amare con gli altri, in funzione di uno Stato, di un paese, di un partito. Oh mio Dio, non voglio, sono una povera donna inutile ma voglio essere libera...". Ma tutto questo stridere di pensieri opposti non fa che produrre una fantasia, una celia, una speranza che dura il tempo di una bevuta, di una breve passeggiata nella campagna dorata di giugno, una dichiarazione d'amore: "Signora, dopo la guerra tornerò. Mi permetta di tornare. Tutti questi problemi tra Francia e Germania saranno vecchi... superati... per quindici anni almeno. Una sera suonerò alla porta. Lei mi aprirà e non mi riconoscerà, perché sarò in borghese. Allora dirò: 'Sono l'ufficiale tedesco ricorda? Adesso c'è la pace, la felicità, la libertà. La porto via con me. Venga, partiamo insieme' ". 


sabato 28 febbraio 2015

Salvini, gli antifa e le allettanti promesse




Annalisa Terranova

Pensando alle piazze contrapposte di oggi (i #maiconsalvini e i #consalvini) mi viene in mente la canzone di Lucio Battisti, Le allettanti promesse. Il cui senso è: non posso perdere tempo a parlare di cose che non hanno senso (la politica del curato contro quella della giunta, tutti lì a vedere chi la spunta, non posso parlare solo di calcio e di donne, di membri lunghi tre spanne non posso parlare...) e che pure costituiscono il contesto rassicurante in cui adagiarsi per andare avanti. Pensiamoci un attimo: gli antifa che pensano di fare la nuova Resistenza, i fascistelli che pensano di emulare le gesta dei camerati eroici degli anni Settanta. Tutto per far tenere un comizio a Matteo Salvini, un propagandista di livello mediocre, che dice cose prevedibili, appena appena dignificate dai consigli di un intellettuale oscillante tra anticonformismo da salotto e neofascismo all'acqua di rose. Intendiamoci: è legittimo che Salvini tenga il suo comizio (e in questo, dinanzi all'incredibile sceneggiata violenta degli eredi dell'antifascismo militante ha non solo la mia solidarietà, ma avrebbe dovuto avere la solidarietà di tutte le forze politiche). 

Ma occorre fare un passo indietro e guardare la giornata odierna da una distanza di sicurezza che impedisca coinvolgimenti emotivi. Occorre pensare a quanto le piazze contrapposte siano funzionali a ciò che sta accadendo oggi in Italia e cioè la formazione di un'area di potere post-ideologica, simile ma non uguale alla vecchia Dc (perché non ne possiede la cultura politica), frutto maturo di una finanziariazzazione della politica che lascia mani libere al mercato inserendo nei parlamenti e nelle assemblee elettive personaggi che sono costruiti sulla pura immagine. Per rafforzarsi questo progetto necessita di un'estrema destra lepenista e di un'estrema sinistra radicalizzata i cui leader saranno da un lato Salvini e dall'altro Landini. Salvini, al contrario di un Beppe Grillo (che ha ormai esaurito le sue potenzialità) è molto più controllabile e prevedibile e si adatta allo schema alla perfezione. Le contrapposte mobilitazioni odierne, con le passioni e le emotività che le percorrono, sono anch'esse utilissime al clima di restaurazione neocentrista in atto (non dimentichiamo che il ministro degli Interni è Alfano, legato a Renzi e all'immarcescibile Casini). Uno schema simile agli anni Settanta che potrebbe produrre anche le stesse violenze di quegli anni, magari con un'intensità diversa ma con identico impatto psicologico sull'elettorato moderato. 

Ciò che accade è il frutto di due fallimenti: quello di Berlusconi e quello di Gianfranco Fini. Il primo aveva portato il vento nuovo del bipolarismo e dell'alternanza. C'erano due poli, c'erano due opzioni che però, anziché proporre una visione per il Paese, hanno prodotto un berlusconismo irrazionale e incapacitante e un antiberlusconismo odioso e infantile. Le potenzialità di un assetto politico nuovo (tra cui il superamento delle logica del nemico, l'abbandono dell'antifascismo viscerale, l'archiviazione dell'anticomunismo) sono evaporate in una serie di errori, di immobilismi, di interessi personali che hanno interagito con l'attività politica e di governo. E tuttavia quello scenario è addirittura da rimpiangere dinanzi a quello, tristissimo e plumbeo, che si profila oggi all'orizzonte.

Quanto a Gianfranco Fini, la sua operazione di trasformare la destra nostalgica in una forza matura e di governo è stata supportata (anche grazie alle scelte da lui stesso fatte sui dirigenti chiamati a interpretare tali istanze) solo da slogan e asfittici documenti. Alla prova dei fatti la destra di governo è apparsa meno credibile di quanto ci si aspettava, né ha saputo abbandonare il vizio antico della subalternità (prima a Berlusconi e oggi a Salvini) che nasconde un mero interesse elettorale. E tutto ciò a discapito di comunità (che sono cosa distinta dall'elettorato) che pure con dedizione, onestà e corretto spirito militante hanno cercato di fornire un contributo disinteressato a questo progetto. La destra oggi deve tornare dunque nel suo recinto ghettizzante di forza estremista, protestataria, in ultima analisi inservibile. E meglio se ogni tanto si arriva a qualche scontro fisico con gli avversari. Il renzismo gliene sarà grato. 

mercoledì 25 febbraio 2015

Ma la "sottomissione" di Houellebecq non è una "conversione"


Luciano Lanna


“Se attualmente c’è qualcuno, nella letteratura mondiale e non solo francese, che pensa questa sorta di enorme mutazione che tutti noi sentiamo essere in corso senza avere i mezzi di analizzarla, e che non concerne soltanto la civiltà occidentale ma lo status dell’umanità, questi è lui…”. Il riferimento è a Michel Houellebecq e al suo romanzo Sottomissione (Bompiani) e a sostenerlo è un altro grande scrittore francese a noi contemporaneo, Emmanuel Carrére, autore del recentissimo Il Regno (Adelphi).
Il romanzo di Houellebecq, comunque, a leggerlo (e saperlo leggere) bene non è affatto – come molti pensano o cercano di farlo pensare – una denuncia “à la Fallaci” sull’invasione musulmana o sulla minaccia jihadista in corso ma un libro sulla più complessa e contraddittoria mutazione di civiltà che l’Europa starebbe attraversando.
Che il libro sia la cronaca di una mutazione attraverso le vicende di un personaggio-io narrante è un dato di fatto. Il protagonista è una tipica figura houellebecqiana: docente universitario, specialista di Huysmans, vive solo e sradicato, non vede i familiari e i parenti da decenni, non ha legami affettivi stabili, non crede in nulla. Si scalda, da solo, piatti al microonde,  sperimenta solo rapporti erotici prima con una ragazza ma che la sua onestà patologica gli impedisce di amare. Non aspira che ad andare a dormire verso le quattro del pomeriggio con una bottiglia di alcol forte, una stecca di sigarette, una pila di buoni libri che non molti ormai leggono, e la prospettiva a questo ritmo di morire rapidamente, infelice e solo. Ovvio che la sua esistenza è pensata e descritta da Houellebecq come quella di milioni di persone in una postmodernista società globale sempre più diffusa…
Ma il romanzo, a un certo punto, introduce la trasformazione in corso della percezione pubblica della politica attraverso la descrizione della elezione presidenziale francese del 2020. Nella precedente tornata, quella del 2017, François Hollande era stato rieletto per sbarrare la strada a Marine Le Pen, ma intanto s’era manifestata una nuova forza politica: la Fratellanza musulmana. Il suo leader, Mohammed Ben Abbes, è un musulmano francese, dal fisico rassicurante del “vecchio droghiere tunisino di quartiere”, che non si riconosce nell’antisemitismo, sostiene la causa palestinese ma con circospezione, recluta i suoi seguaci ben al di là delle popolazioni musulmane. La situazione è quindi inedita: i due grandi partiti, di centrodestra e di centrosinistra, attorno ai quali si strutturava la vita politica francese, ma non solo, dalla fine della seconda guerra mondiale, sono ormai fuori gioco, privi di funzione e rappresentanza. Così come perdono di centralità i media e il loro teatrino a buon mercato: “La brutale implosione del sistema di opposizione binario centrosinistra/centrodestra – si legge nel romanzo – aveva inizialmente sprofondato l’insieme dei media in uno stato di stupore ai limiti dell’afasia”. Si potevano vede i più popolari commentatori televisivi “trascinarsi da uno studio tv all’altro, incapaci di commentare una mutazione storica che non avevano previsto…”. Il dibattito pubblico è cambiato, è straordinariamente diverso da quelli visti in Europa negli ultimi decenni, ne sono cambiati gli elementi di discussione. Non più quelli strettamente economici o di logica economici, ma semmai di ordine morale. Non a caso, nella Francia di Mohammed Ben Abbes, riprendono vigore le idee del distributivismo cattolico d’inizio Novecento, l’orientamento prospettato da HIlaire Belloc e G.K. Chesterton: “La sua idea di base – ricorda Houellebecq – era la soppressione della separazione tra capitale e lavoro. La sua forma sostanziale di economia era l’impresa familiare; nel caso si presentasse la necessità, per determinate produzioni, di riunirsi in entità più ampie, si doveva fare di tutto perché i lavoratori fossero azionisti della propria impresa e corresponsabili della sua gestione”. All’inizio del Novecento declinato in versione cattolica, nel 2020 in versione musulmana, il distributivismo spinge la nuova Francia verso una serie di trasformazioni: totale soppressione degli aiuti di stato ai grandi gruppi industriali, adozione di trattamenti fiscali molto vantaggiosi per l’artigianato e l’autoimprenditorialità, sollecitazione ai giovani a “mettersi in proprio” più che a cercare un posto nelle burocrazie. Il passaggio novecentesco al lavoro salariato generalizzato, spiega ancora Houellebecq, aveva necessariamente provocato l’esplosione della famiglia e l’atomizzazione completa della società che, di contro, sarebbe riuscita a rifondarsi solo quando il modello di produzione normale fosse tornato a basarsi sull’impresa individuale e familiare.
Su questo sfondo, nelle pagine di Sottomissione, mentre la mutazione di civiltà avviene, all’inizio, si è leggermente turbati nel non vedere più, da nessuna parte, donne che indossino la gonna né, ben presto, donne che frequentino i luoghi pubblici, ma la Francia ritrova comunque un ottimismo che aveva perso dalle “Trente glorieuses” (i trenta gloriosi anni di crescita economica dalla fine della seconda guerra allo choc petrolifero). Visto che le donne escono dal mercato del lavoro, la curva della disoccupazione si inverte e si ridefinisce una sorta di società tradizionale e organica… Ed è proprio sull’organicismo come alternativa al nichilismo e al disincanto postmoderni che si dipana la trama (come la riflessione filosofica e politica) dell’intero romanzo. La religione e la spiritualità in quanto tali non c’entrano nulla: in gioco entra semmai una certa idea della religione come collante di civiltà, che porta i protagonisti a vivere e praticare l’adesione a una fede come risoluzione ai problemi personali e sociali. E se all’inizio del Novecento l’opzione era quella del cattolicesimo così come prospettato da Charles Maurras e altri autori – progenitori degli identitari e lepenisti di oggi – Houellebecq delinea un analogo processo possibile attraverso l’adozione dell’islam. Non è un caso che, nel romanzo, molti ex identitari di estrema destra passano direttamente all’islam dopo averlo contrastato scoprendo, in realtà, che la prospettiva possibile è assai simile… E il punto culminante del libro è la  conversazione del protagonista con un il nuovo rettore della Sorbona islamizzata che, autore di una tesi su René Guénon, è passato dagli ambienti identitari per approdare all’islam. Tutto sommato, è forse nelle osservazioni condotte sugli scrittori cattolici di fine Ottocento e inizio Novecento – Huysmans e Bloy in primis, ma anche Maurras – si può cogliere l’essenza del romanzo insieme alla sua incomprensione di fondo del vero cristianesimo. È infatti vero che la prospettiva viene prospettata come “sottomissione” a una fede e non come “conversione”, interiore e spirituale. Il narratore alla fine del romanzo si converte. Ma si tratta di una vera conversione o, piuttosto, di una risoluzione ai suoi problemi di vita pratica, tutti umani troppo umani (il posto di lavoro, l’unione e la convivenza con una o più donne, l’alternativa alla solitudine e al non senso, una rete di contatti e amicizie)? Tutto questo emerge chiaramente nella non comprensione della visione e della “conversione” di Charles Péguy, che viene citato come convertito ma di cui, nel libro, non traspare nulla delle pagine speranza e della trasformazione del cuore apportate dall’incontro con Cristo.
Ribadiamo che la “sottomissione” del protagonista del romanzo non ha nulla di spirituale ma viene descritta solo come l’approdo a un orizzonte organico da parte di un soggetto disorientato e vuoto che vi si appiglia – come disperato – quale ultima spiaggia. Niente di diverso, sia ben chiaro, dalla visione del cristianesimo fatta propria da Maurras, una modalità di presentare il cattolicesimo come strumento politico e quale collante organico della civiltà occidentale. Tesi che presentava la presunta identità cristiana non come una prospettiva di fede, di speranza e di carità ma come sovrastruttura ideologica di unificazione politica e di civiltà. Tesi che però già negli anni Trenta del Novecento erano state condannate ufficialmente e sanzionate dalla Chiesa cattolica. Preparata già dal 1913 da papa Pio X – con l’esplicito rimprovero di subordinare la religione alla politica e all’ordine civile – la condanna arrivò infatti il 29 dicembre del 1926 quando papa Pio XI metteva all’indice i libri di Maurras per decreto del Sant’Uffizio e l’8 marzo del 1927 agli iscritti all’Action française venivano interdetti i sacramenti. Ma questi tesi, lo sappiamo bene, hanno ripreso vigore all’inizio del nuovo millennio, attraverso la propaganda teo-con dei conservatori statunitensi e la vulgata catto-identitaria dell’estrema destra europea e sono, fortunatamente, state stoppate e rinviate al mittente dal pontificato di Papa Bergoglio.

È pensabile, allora, quello che profetizza il romanzo di Houllebecq? E cioè che questo approccio “non spirituale” alla religione si riproponga, dopo l’epifania della postmodernità disincantata e secolarizzata, attraverso presunte parole d’ordine delll’islam, magari attraverso la mediazione intellettuale di Guénon, e che gli ambienti identitari possano trovare alla fine il loro cavallo di Troia proprio nell’islam? Come ha commentato Carrére, “non è impossibile che l’islam più o meno a lungo termine non rappresenti il disastro ma l’avvenire dell’Europa, come il giudeo-cristianesimo fu l’avvenire dell’Antichità pagana”. Noi, comunque, non vorremmo che ciò che non è riuscito ai maurassiani possa riuscire, domani, ai neo-guénoniani. Continuiamo infatti a pensare, proprio con Charles Péguy, che la conversione non è affatto una questione di risoluzione di vita pratica così come non è una questione di civiltà, ma un qualcosa che riguarda (e salva) il cuore della singola persona:  “Vi era il cattivo tempo anche sotto i Romani. Ma Gesù non si rifugiò affatto dietro la disgrazia dei tempi. Egli tagliò corto in un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Che significa che non incriminò, non accusò nessuno. Egli salvò i singoli. Egli non incriminò il mondo. Egli salvò”.

martedì 17 febbraio 2015

E nell'Italia bigotta e dc quel giorno nacque il Piper



Luciano Lanna

Il Piper compie cinquant’anni. Quel locale, che apriva i battenti alle 21 e 30 del 17 febbraio 1965, sarà la culla italiana di tutto ciò che fermentava nelle giovani generazioni alla metà degli anni ’60. “Il Piper – si leggeva in Roma alternativa, una guida del 1975 – fu il centro della Roma beat, freak, pop e rock”. Attraverso il Piper fece irruzione anche da noi la cultura beat: dapprima circoscritta alla sola musica elettrificata e amplificata, il termine si estenderà a definire un abbigliamento, un look, un’estetica, un modo di esprimersi e di sentirsi lontani dai vecchi schemi. Tutto parte dall’idea di due personaggi, un avvocato e un imprenditore, che volevano aprire un locale sul modello di quelli che i giovani frequentavano a Londra e a New York. Nacque l’idea del Piper, che tradotto in italiano suonava pressappoco come “pifferaio” o “zampognaro”. In realtà, soltanto le opere d’arte con cui fecero decorare il locale di via Tagliamento 9, nel quartiere Coppedè, bastavano e avanzavano ad attrezzare un vero e proprio museo d’arte contemporanea. C’erano due Andy Warhol, dei Rotella, degli Schifano, dei Rauschenberg, dei Manzoni… Pop art, beat generation e “Beatles revolution” trovavano un luogo di celebrazione a Roma. Per la serata d’inaugurazione i due fecero realizzare manifesti a sfondo rosso su cui campeggiava l’immagine di una bella ragazza svedese. Sopra c’era scritto: “Apertura del Piper 17 febbraio”. Ha raccontato Bornigia: “Nell’Italia democristiana, pruriginosa e bigotta del secondo dopoguerra, l’utilizzo di un’icona femminile, per di più scandinava, come logo di una neonata sala da ballo, venne subito letto, e in fondo era da leggersi, come provocazione e intento programmatico, come il segnale di una rottura che era nell’aria e che noi, più o meno consapevolmente, stavamo veicolando…”.
A rileggere le stesse biografie dei due, entrano subito in crisi i codici e gli schemi convenzionali di identificazione politico-culturale. Il Piper – ha scritto il giornalista e scrittore Paolo Conti – “era infatti la scommessa economica e culturale dell’avvocato Alberico Crocetta, a 15 anni volontario nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese, a 40 innamorato del rock e della pop art, e dell’imprenditore Giancarlo Bornigia…”. Anche il quale, del resto, si è raccontato così: “A casa mia non si faceva politica attiva, ma mio padre era fascista, stava dalla parte di Mussolini…”. Suo padre era stato uno dei primi a vendere automobili a Roma ed era un grande tifoso della Lazio, della quale fu anche presidente nella stagione ’54-55… Giancarlo cercava una sua strada e per tre anni va a lavorare in Africa. Al ritorno l’idea del locale insieme all’amico Alberico. “Erano anni che sognavano di far ballare i ragazzi in un locale popolare come questo” dirà all’inaugurazione l’avvocato. “Fu in America, a New York – ha raccontato Gianni Borgna nel suo fondamentale saggio Il tempo della musica. I giovani da Elvis Presley a Sophie Marceau – che andando da un night a un altro gli venne in mente di aprirne una a Roma sul tipo di Small Paradise, un noto locale di Harlem”. Trovati oltre 100 milioni di lire, fu Crocetta a individuare il posto, un nuovo palazzo a due pazzi da piazza Buenos Aires. “Era un ritaglio di Londra affacciato sui Parioli” lo definì Bornigia. Dentro si suonava una musica nuova, si ballava in modo nuovo. In poche settimane l’onda lunga montò, ben oltre i confini di Roma. “Il Piper – ha spiegato Tiziano Tarli in Beat italiano – era una zona franca rispetto all’autoritarismo di tutte le istituzioni. Ci si vestiva come voleva, si ballava scatenati senza inibizioni o si sedeva per terra. I ragazzi potevano esprimersi e comunicare con le nuove regole che stavano cercando. Era un posto liberatorio, senza formalismi”.
Lì dentro si dà convegno tutte le sere il meglio del beat musicale italiano: i Rokes di Shel Shapiro, l’Equipe 84 di Maurizio Vandelli, i Dik Dik, Renato Zero, Caterina Caselli e, soprattutto, Patty Pravo, che verrà lanciata proprio come “la ragazza del Piper”. Lì passano e si esibiscono, tra gli altri, i Rolling Stones, i Byrds, i Procol Harum, i Pink Floyd, i Genesis, David Bowie… Da lì parte il fenomeno che coinvolgerà i giovani di tutta Italia portando, tra l’altro, nel corso del festival di Sanremo del 1966, alla diffusione di un Manifesto del beat italiano. A stilarlo sono un giovane cantautore esordiente, Lucio Dalla, il paroliere Sergio Bardotti e un altro ex della Decima Mas, ma innamoratosi della rivoluzione di Guevara e Castro, come l’eretico pop Piero Vivarelli (regista, sceneggiatore, autore delle prime canzoni di Celentano). In quel manifesto, tra l’altro, si leggeva: “Noi attingiamo alla tradizione, ma non la rispettiamo. Una tradizione è valida solo in quanto si evolve. Altrimenti interessa solo i musei”. E ancora: “Siamo senza alcuna riserva, decisamente contro tutti quelli che non la pensano come noi. Prima che qualcun altro ce lo dica, riconosciamo subito da soli la necessità di aderire a questa tendenza che, partendo da Ray Charles, passa attraverso i Beatles e Bob Dylan”.
Ovviamente la reazione dei benpensanti, democristiani e comunisti essi fossero, non tardò ad arrivare. Ha raccontato Bornigia:  “Il questore di Roma, Di Stefano, il 21 dicembre 1966 chiuse il locale nel pomeriggio dicendo che costituivamo ‘mezzo di distrazione dei giovani con conseguente sviamento da occupazione e studi’. Pochi giorni dopo un’interrogazione Dc, firmata da Agostino Greggi e altri, chiedeva al Viminale di applicare la norma in tutta Italia perché  ‘è dovere costituzionale dei genitori educare i figli e sottrarli ai richiami di chi offre suggestioni per lucro’…».

Da sinistra, erano le femministe di Noi donne ad andare all’assalto, già il 27 marzo 1965: “Il Piper è un mastodontico ingranaggio culturale basato sul mondo dello ye ye, dello shake che dietro l’aspetto della ribellione nasconde invece una rivolta prefabbricata che porta stampato il marchio dell’approvazione ufficiale…”. Il sociologo Alberto Abruzzese lo ha spiegato bene: “Il Piper e la nuova musica beat? La routine del Pci non consentiva di riconoscere come ‘cultura’ tutto questo anche per una semplice questione di linguaggio: erano nuovi consumi culturali, come la tv, che vedevano il partito ben poco attento. E poi era roba venuta comunque dall’America, quindi suscettibile di riserve…”. Infine è stato Tito Schipa Junior, il quale nel 1967 proprio lì su musiche di Bob Dylan aveva messo in scena Opera beat, a ricordarlo a Paolo Conti in occasione del quarantennale del Piper: “Nel coro cantava anche un giovanissimo Giuliano Ferrara, alla batteria c’era Achille Manzotti, poi produttore cinematografico. La sinistra ufficiale italiana ci giudicava borghesi orientati verso ciò che loro consideravano disimpegno”.  Quella del Piper, concludeva Schipa Junior, “fu al contrario una rivoluzione, nata dalla borghesia: come tutte le vere rivoluzioni”. Un interrogativo è quindi lecito: non è che proprio quel vento di cambiamento, quello espressosi – anche attraverso il Piper – tra il 1965 e il 1969, fosse in realtà la vera rivoluzione dei costumi e della mentalità la quale, invece, i plumbei e ideologici anni ’70 hanno poi corrotto, deviato e  interrotto? Non è, insomma, che più che dalla celebrazione della battaglia di Valle Giulia e dalla successiva militarizzazione del mondo giovanile dovremmo, semmai, ripartire – ricercando cinquant’anni dopo la via italiana alla modernizzazione – proprio dallo spirito della Piper generation?

venerdì 6 febbraio 2015

Noi, che Houellebecq lo leggiamo da anni...



Luciano Lanna


Dopo il suo romanzo "Sottomissione" tutti leggono (o fanno finta di leggere) Michel Houellebecq... Ripubblico, tra i tanti, un mio articolo (e ne scrivevo da un decennio) su di lui del 24 ottobre 2008


Che lo scrittore francese Michel Houellebecq sia inclassificabile è più di un dato di fatto, è una verità in discutibile. «Io sono – ha detto – troppo contro il sessantottismo per piacere a sinistra ma, allo stesso tempo, troppo legato al tema dell’eros per piacere ai conservatori». E mentre in Francia faceva molto discutere l’epistolario tra lui e il filosofo Bernard- Henri Levy – Nemici pubblici edito da Flammarion e Grasset – in Italia arrivava nelle librerie La ricerca della felicità (Bompiani, pp. 363, euro 18,00), prima raccolta di saggi dello scrittore pubblicata nel nostro paese a eccezione del suo precedente studio su Lovercraft – Contro il mondo, contro la vita (Bompiani) – uscito nel 2001. Sullo sfondo di questi «saggi dissimulati » – così come li definisce Simone Barillari nella postfazione – c’è, intanto, un attacco spietato al progressismo a buon mercato e alle conseguenze esistenziali e sulla vita di relazione del sessantottismo come ideologia del ”tutto è facile”, ”tutto e subito”: «Il capitalismo liberale – scriveva già nel suo saggio su Howard Philip Lovecraft – ha allargato la propria presa sulle coscienze; di pario passo sono andati affermandosi il mercantilismo, la pubblicità, il culto cieco e grottesco dell’efficienza economica, l’appetito esclusivo e immorale per le ricchezze materiali. Peggio ancora, il liberalismo è passato dal campo economico al campo sessuale. Tutte le convenzioni sentimentali sono andate in pezzi. La purezza, la castità, la fedeltà, la decenza sono diventati marchi infamanti e ridicoli. Oggigiorno il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico». Le conseguenze di una “modernizzazione senz’anima” sono chiare a Houellebecq: «Il fatto che esista soltanto il rapporto individuale fa sì che il fallimento delle coppie diventi un evento ancora più drammatico perché la coppia rappresenta l’ultimo nucleo comunitario che separa l’individuo dal puro mercato».
E non sono pochi in La ricerca della felicità gli attacchi alla cultura “politicamente corretta”, come nel capitolo “Jacques Prévert è un coglione”, in cui Houellebecq ridicolizza il facile «ottimismo» della generazione degli anni Settanta: «All’epoca si ascoltavano gli chansonniers... Innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine, baby-boom, costruzione massiccia di case popolari per alloggiare tutta quella gente. Molto ottimismo, molta fiducia nel futuro e un po’ di stupidità...».

Lo scrittore francese, autore di autentici best seller come Estensione del dominio della lotta, Le particelle elementari, Piattaforma nel centro del mondo, La possibilità di un’isola (tutti tradotti e pubblicati in Italia da Bompiani) arriva in quest’opera saggistica a chiarire fino in fondo il suo pensiero. Quel ragionare fuori degli schemi che negli anni lo ha fatto collocare sulla scia della lezione di Louis-Ferdinand Céline. E, non casualmente, di Houllebecq aveva scritto il narratore italiano Alessandro Baricco: «Da lui ho imparato cosa vuol dire essere di destra oggi» (ovviamente si parla di destra culturale, della tradizione del pensiero della crisi, non certo di politica e schieramenti partitici...). D’altronde in questo libro leggiamo a chiare lettere: «L’errore del marxismo è stato quello di immaginare che bastasse cambiare le strutture economiche, che il resto sarebbe seguito. Ma il resto, come si è visto, non è seguito, Se, per esempio, i giovani russi si sono adattati così rapidamente all’atmosfera ripugnante di un capitalismo mafioso, è perché il regime precedente si era dimostrato di promuovere l’altruismo». Efficace il suo ricordo personale del ’68, nel capitolo “La poesia del movimento arrestato”: «Nel maggio del 1968 – annota – avevo dieci anni. Giocavo con le biglie, leggevo Pif le Chien, era una bella vita. Degli “avvenimenti del ’68 serbo solo un ricordo, ma abbastanza vivo. All’epoca mio cugino Jean-Pierre faceva la prima liceo a Le Raincy. Il liceo mi appariva allora come un posto vasto e spaventoso in cui dei ragazzi più grandi studiavano con accanimento materie difficili. Un venerdì, non so perché, mi recai con mia zia ad aspettare mio cugino all’uscita delle lezioni. Lo stesso giorno il liceo entrava in sciopero a oltranza. Il cortile, che mi aspettavo di vedere pieno di centinaia di adolescenti indaffarati, era deserto. Alcuni professori si attardavano senza scopo fra i pali della pallamano. Mi ricordo di avere camminato lunghi minuti in quel cortile mentre mia zia cercava di raccogliere briciole di informazioni. La pace era totale, il silenzio assoluto. Era un momento meraviglioso...». Houllebecq, insomma, si mostra in linea con quanto aveva affermato tempo fa decretando il fallimento tale della cultura cosiddetta “impegnata” successiva al ’45, quella che secondo molti – soprattutto in Italia – costituirebbe lo scenario dell’egemonia che ancora oggi condizionerebbe il discorso pubblico: «Sul piano della letteratura e del pensiero il crollo è quasi incredibile e il bilancio costernante». E va giù pesante contro «la crassa ignoranza scientifica» di un Sartre e Simone de Beauvoir, contro le «sciocchezze» di Bourdieu e Baudrillard e tutto il «gradino di abbrutimento al quale ci avrà portato la nozione di impegno politico». Rievocando i «misfatti» degli intellettuali di sinistra, Houellebecq si mostra poi impietoso: «Marxisti, esistenzialisti ed estremisti di sinistra di tutti i tipi hanno potuto prosperare e infettare il mondo conosciuto proprio come se Dostoevskij non avesse mai scritto una riga. Hanno almeno apportato un’idea, un pensiero nuovo rispetto ai loro predecessori del romanzo I demoni? Neanche un po’». Si torni al grande russo, quindi. Altro che Prévert.