venerdì 6 febbraio 2015
Brasillach, un contestatore al servizio della vita
Luciano Lanna
Oggi è la volta di Robert Brasillach, essendo il 6 febbraio il giorno della ricorrenza della sua morte. Infatti, a tanti anni di distanza, qualcosa va aggiunta a quanto è stato annotato negli anni scorsi. Qualcosa che ha a che fare anche con il trattamento riservato ad altri grandi scrittori o pensatori del Novecento: Ezra Pound e Ernst Junger, Céline o Giovanni Gentile, Heidegger o Drieu La Rochelle… Certi ambienti, forse per via una sorta di riflesso condizionato, scattano subito a rievocare il santino, il martire, il perseguitato, quasi tralasciando e censurando i contenuti, le suggestioni e le idee di cui le opere di cui gli autori in questione sono state portatori. Eppure, guardando altrove, quasi nessuno scrive di Federico Garcìa Lorca, di Majakovskij, di Cesare Pavese o di Piero Gobetti limitandosi alle fini tragiche della loro biografie oppure ai loro suicidi. Ma anche questo è un segnale dello sforzo che ancora occorre per restituire al dibattito pubblico e all’immaginario condiviso una visione serena e oggettiva della cultura – di tutta la cultura – del secolo scorso. C’era forse bisogno che fosse il Corriere della Sera, e solo nel 2007, a titolare un lungo articolo “Se Evola diventa il filosofo della libertà”? E c’era bisogno di un filosofo della scienza come Giulio Giorello per scrivere un “Elogio libertario di Ezra Pound”?
Brasillach, allora, di cui una casa editrice (Caravella) pubblicò negli anni Sessanta i primi testi tradotti. Il 6 febbraio 1945, ad appena tre mesi dalla vittoria degli alleati in Europa, Brasillach veniva condannato a morte dal governo della Liberazione francese col reato di collaborazionismo. A niente varrà un appello per la grazia sottoscritto dalla stragrande maggioranza degli intellettuali francesi, da François Mauriac ad Albert Camus. Oltretutto, nei suoi libri c’era il senso del percorso di tutta una generazione. Uno storico come Jean-Louis Loubet Del Bayle cercando, nei primi anni ’70, di rievocare quella temperie in Francia titolò infatti un suo importante saggio I non conformisti degli anni Trenta, presentandolo proprio come il «diario di una generazione». La quale era, nei fatti, la seconda generazione di “contestatori” del ’900, i francesi che avevano 25 anni nel 1930: Robert Aron, Robert Brasillach, Daniel Rops, Jean Lacroix, René Daumal, Alexandre Marc, Thierry Maulnier, Emmanuel Mounier, Denis de Rougemont e qualcun altro poco più grande d’età, come Drieu, Céline, Abel Bonnard, Alphonse de Chateaubriant, Lucien Rebatet… Benché di origini sociali, culturali e religiose diverse, essi, per solidarietà di generazione, collaborarono alle stesse riviste, parlarono lo stesso linguaggio e sognarono insieme di rinnovare e cambiare la Francia e l’Europa del loro tempo…In Italia, fino al secondo dopoguerra, di Brasillach in realtà non si seppe più di tanto. Sappiamo solo che Alberto Moravia nel ’41 fece pubblicare la traduzione di un suo racconto (“Morte improvvisa”, del ’35), inizialmente apparso sulla rivista francese Je suis partout che era diretta proprio dal giovane intellettuale francese. Da noi, in realtà, solo nel maggio 1961, e solo grazie al coraggio di un editore non-conformista e di area socialista-libertaria come Massimo Pini, arriva nelle librerie Romanticismo fascista di Paul Sérant, con cui per la prima volta veniva portata alla diretta conoscenza nel nostro contesto culturale quell’importante movimento generazionale. Le 350 pagine di quel saggio – ripubblicato poi nel 1971 dalle Edizioni del Borghese curate da Claudio Quarantotto – provocheranno curiosità, traduzioni, approfondimenti. E il primo interprete sarà Giano Accame con il suo saggio “Contraddizioni di un romanticismo a destra” che solleciterà anche una lunga e articolata risposta dello stesso Sérant.
È del 1964, come dicevamo, la pubblicazione per le edizioni Caravella di Lettera a un soldato della classe ’40, un testo coinvolgente, un diario dal carcere, in cui Brasillach iniziava con «caro ragazzo», rivolgendosi ai giovani della generazione successiva alla sua e si concludeva così: «Tu che mi leggerai, e che vivrai in un mondo diverso, avrai fatto la tua scelta, e guarderai le nostre disgrazie, contemporanee alla tua infanzia, con la stessa obiettività storica che noi abbiamo avuto per la prima grande guerra del secolo. Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza». Ma perché, a differenza di altri “maledetti” come Céline o Drieu, Brasillach non sfonderà davvero mai in Italia nella grande editoria? Ce lo spiegava, già nel 1965, Giano Accame: «Perché Drieu è attuale, Céline è ancora attuale, e Brasillach non lo è? Perché Drieu e Céline erano dei disperati e Brasillach era pieno di felicità». Per cui un certo ambiente ne ha apprezzato più la dimensione tragica e l’eroismo della fine che la sua estetica e la sua visione della vita… Tardi, troppo tardi, abbiamo infatti riscoperto I sette colori, Il nostro anteguerra e La ruota del tempo. Brasillach, il poeta morto giovane, è stato soprattutto il cantore della giovinezza, della bellezza, della modernità con l’anima, della speranza, del cambiamento, dell’ottimismo… Ha scritto Stenio Solinas: «Brasillach sta a Stendhal così come Flaubert sta a Céline. Per i primi la vita vale la pena d’essere vissuta, per i secondi l’orrore e la stupidità che ne sono alla base fanno sì che essa non meriti altro che la sua descrizione, come un biologo che osservi al microscopio una coltura di batteri». E aggiunge: «Il grande equivoco sul quale poggia il giudizio, ideologico più che critico, nei confronti di Brasillach è quello di non perdonargli proprio questo atteggiamento di fronte alla vita». È vero l’ambiente degli “sconfitti” ha sempre preferito il martire allo scrittore.
Ma Brasillach, per dirne una, era invece un contestatore al servizio della vita. Era affascinato come pochi dalla magia della modernità: amava il jazz, il teatro, il cinema, i cartoni animati, la musica, i caffè, tutto ciò che era estetica. Niente di decadente, niente di recriminatorio, tanto meno nessuna tentazione conservatrice o passatista. Il fascismo stesso lui lo interpretò in maniera molto personale e intellettuale, come la rivolta dei giovani contro la decadenza e la bruttezza. «La gravità – scriveva – non è tutto nell’esistenza, e persino assai meno importante della leggerezza». Libertario, in fondo, non conformista, ribelle e vitalista, quasi anarchico. Gli piacerà ai tempi dell’occupazione tedesca la battuta di un ragazzo deluso dall’esito autoritario, oppressivo, moralistico e bigotto dei fascismi storici: «In fondo noi siamo degli anarco-fascisti». Una inclinazione che, a ben leggere, nella visione di Robert Brasillach è tutt’uno con l’essenza della giovinezza, il grande mito politico del Novecento. Un mito che Brasillach così definiva: «Spirito anticonformista per eccellenza, antiborghese sempre, irriverente per vocazione».
scritto nel 2012
mercoledì 4 febbraio 2015
Fascistelli: il film. Ecco com'era il Msi al di là delle retoriche postume
Annalisa Terranova
Ho visto il film Fascistelli, tratto dal romanzo omonimo, dove Stefano Angelucci Marino fa il regista e l'attore. Lui è anche quello che il romanzo l'ha scritto. Fa teatro. E' uno di quelli che in genere a destra non trovi e che se per caso li trovi, dopo un po' se ne scappano. E nella vicenda di Fascistelli - tormenti e iniziazione alla politica di Vittorio Brasile, sedicenne di Civitella, paesino abruzzese fuori dalla storia - Stefano Angelucci Marino di disillusioni personali a mio avviso ne dissemina una buona dose. Il film è divertente, si nota l'impegno di superare il dilettantismo che caratterizzava pellicole più ambiziose (come Sangue sparso), ci ritrovi i tic d'ambiente, vecchi e nuovi, ci rintracci certe ingenuità arroganti che abbondavano tra i militanti tutti d'un pezzo. Colpisce per l'assenza di retorica e per la capacità di "tipizzazione" dei personaggi. Vittorio è l'adolescente di destra in cui in tanti si possono riconoscere. L'altro protagonista, Tonino Fendente, il segretario del Msi locale e consigliere comunale trombone, intriso di luoghi comuni sul fascismo, è il classico dirigente di partito che tutti, più o meno, abbiamo conosciuto, e per il quale manteniamo magari un affetto appena appena venato di rimprovero.
Ed ecco la storia: Vittorio, sentendosi diverso, sentendosi "contro", trova che iscriversi alla sezione del Msi del suo paese, nel 1993, possa rappresentare il massimo della trasgressione. Lì trova il dirigente di cui sopra, Fendente il fascistone, consigliere comunale che tira a campare, appagato da una sopravvivenza politica che si reputa bastare a se stessa per le gite periodicamente organizzate a Predappio. E trova anche camerati caricaturali, quelli che raccontano di risse e di performance amorose o che leggono Evola a tutte le ore del giorno. E ancora ci trova l'immancabile busto del Duce, a cui rivolge la domanda delle domande: ma tu chi sei? Perché i fascismi, nel Msi, erano tanti, e molti "immaginari". Finché l'ingranaggio di un sistema che sembrava inespugnabile si rompe, senza che i fascistelli abbiano contribuito in nulla a determinare la svolta storica (il loro merito essendo stato appunto quelli di sopravvivere e testimoniare) e la possibilità di inserirsi nel sistema (strategia del resto inseguita dal Msi fin dai tempi di Michelini, al di là delle retoriche postume) conquista i cuori neri. Che cosa significa a Civitella inserimento nel sistema? Spartizione degli appalti. Né più né meno. Poco per farci rinnegare Fendente come traditore. Abbastanza perché il giovane Vittorio volti le spalle a un partito dove capisce che la rivoluzione non si farà mai. E poi c'è il sacrificio, simbolico, del bravo ragazzo. L'uccisione di quell'angolo di coscienza che chi fa politica a certi livelli non può permettersi di ascoltare. O meglio si racconta questa scusa per lavarsela del tutto, la coscienza. E allora riconosciamo in Vittorio quei ragazzini che negli anni Novanta con sorprendente tenacia si offrivano alla politica in modo disinteressato, prima che An ne facesse dei carrieristi insopportabili. Mi ricordo, a tale proposito, una conversazione con Tony Augello. Io sostenevo che erano meglio quelli della mia generazione, che negli anni Settanta le scelte politiche conducevano a una formazione granitica, forse limitata ma di sicuro definibile come scuola di vita. Lui era più indulgente, diceva che i ragazzini che in un decennio post-ideologico bussavano a una sezione di partito erano più eroici di chi faceva gli scontri negli anni di piombo. Perché chi glielo fa fare di trascinarsi tra queste macerie? Ora, a parte i pochi che hanno ricevuto ricompensa per il loro farsi portaborse (ma sempre rivoluzionari, per carità) i molti continuano a farsi quella domanda. E magari anche a sorriderne, un sorriso amaro e liberatorio, osservando ormai distanti le gesta del camerata Vittorio Brasile.
lunedì 2 febbraio 2015
Sorpresa: sarà il cattolicesimo a guidare la riscossa, Houellebecq ha torto...
Riproponiamo di seguito un estratto di un interessante articolo di Antonio Carioti (da La Lettura del Corriere di domenica 1 febbraio 2015) su come la religione cattolica stia conoscendo un risveglio inedito a dispetto di una secolarizzazione che si vorrebbe irreversibile. Lo spunto di Carioti è lo studio di Manlio Graziano, Guerra santa e santa alleanza. Religioni e disordine internazionale nel XXI secolo (Il Mulino). Graziano riprende lo scenario che troviamo nel romanzo Sottomissione di Houellebecq ma approda a conclusioni diverse: l'Islam non dominerà in Europa e l'Occidente conoscerà una riscossa della chiesa cattolica.
"Fornire sicurezza, afferma Manlio Graziano, sarebbe appunto il compito principale dello Stato, che però ci riesce sempre meno: 'La sua sovranità è erosa dalla finanza globale e dalle organizzazioni internazionali. In più la crisi fiscale lo costringe a tagliare i servizi sociali su cui basa il consenso. Opprime i cittadini comuni con le tasse e non li aiuta a risolvere i problemi. Così si è creato un vuoto che le religioni tendono a colmare, offrendo un riferimento identitario ma anche prestazioni assistenziali. La vita sociale non si può fondare solo sulla ricerca del profitto: la fede diventa così un correttivo rispetto all'individualismo esasperato'. Lascia perplessi l'idea che sia la chiesa cattolica la massima beneficiaria di questo processo. Non è la rinascita islamica il fenomeno più vistoso e purtroppo anche violento? '... Non bisogna sopravvalutare i fautori della guerra santa, le cui posizioni estreme non derivano dall'islam originario ma piuttosto dall'imitazione di movimenti rivoluzionari moderni. L'imperversare del Califfato, in Siria e in Iraq, è un effetto della rivalità geopolitica tra Iran, Arabia Saudita e Turchia. Boko Haram, in Nigeria, è un gruppo tribale che nobilita la sua sete di potere con il richiamo all'Islam. E va ricordato che il fanatismo sanguinario si incontra anche tra seguaci di altre religioni: in ambito musulmano ha più spazio perché l'Islam sunnita, largamente maggioritario, manca di autorità religiose investite del compito di delimitare il perimetro della legge divina, la sharia, e condannare i devianti'.
La forza della Chiesa cattolica, sostiene Graziano, risiede invece proprio nella sua struttura centralizzata e gerarchica, che ha ricominciato a far valere con Giovanni Paolo II: 'Papa Wojtyla non si è limitato a combattere il comunismo... ha opposto allo scontro di civiltà, teorizzato da Samuel Huntington, il progetto di una santa alleanza tra tutte le grandi religioni per far arretrare il secolarismo e riportare la fede al centro della sfera pubblica". (...) 'Su scala globale - dice Graziano - dal 1978 al 2012 i seminaristi sono raddoppiati e anche i sacerdoti sono aumentati, sia pure non di molto, mentre i diaconi sono passati da meno di 8mila a 41mila. In diversi Paesi, persino in Gran Bretagna, si registra una crescita della pratica religiosa cattolica. Non bisogna confondere l'Europa con il mondo'. Tuttavia la battaglia di Ratzinger sui valori non negoziabili sembra fallita, tanto che Papa Francesco l'ha abbandonata: '... La campagna ratzingeriana è comunque servita a mobilitare gruppi militanti, le minoranze creative, che hanno ridato visibilità e influenza alla Chiesa. Lo stesso Bergoglio ha smorzato i toni sulla bioetica ma ha rilanciato lo spirito missionario, che consente ai cattolici di fronteggiare la concorrenza dei gruppi evangelici in America Latina'. "
Antonio Carioti
sabato 31 gennaio 2015
Il centenario di Merton, precursore della Chiesa di Bergoglio
Luciano Lanna
Cento anni fa, il 31 gennaio
1915, nasceva Thomas Merton, un poeta, uno scrittore, un monaco trappista che
con la sua opera letteraria definisce in pieno non solo l’altro Novecento, la
parte non vincente e incompiuta del secolo scorso, ma anche una grande
prefigurazione della Chiesa di Papa Bergoglio. E con lui si completano i
tasselli di quel cattolicesimo, per lo più espresso da convertiti, manifestatosi nel Novecento
nella cultura anglosassone: G.K. Chesterton, C.S. Lewis, R.H. Benson, T.S. Eliot…
“L’ultimo giorno di gennaio
dell’anno 1915, sotto il segno dell’Acquario, in un anno di una grande guerra,
al confine con la Spagna, all’ombra di monti francesi, io venni al mondo…”.
Così Merton esordiva all’inizio del suo libro più famoso, La montagna dalle sette balze, pubblicato nel 1948, e tradotto in
Italia da Garzanti già nel 1950. Il titolo di quell’opera, che era l’autobiografia
dello stesso Merton, non era altro che la riproposizione dell’immagine dantesca
del Purgatorio. E un viaggio, un percorso biografico e interiore, di
purificazione era in effetti quello descritto dall’autore. Thomas Merton, era
allora un trappista americano dal pedigree
decisamente novecentesco: nato in Francia da una coppia di artisti anglosassoni
(il padre, Owen, era neozelandese, la mamma americana), aveva vagato a lungo
tra l’Europa e gli Usa, inseguendo lo spirito dell’epoca, tra ricerca
intellettuale e, anche, militanza politica. Coltissimo e poliglotta, perennemente
inquieto, aderì, negli States, alle battaglie dei comunisti locali. Ma mai
convinto del tutto da quelle parole d’ordine e da quelle logiche, nauseato dal
rumore profondo e dalla violenta tipici delle manifestazioni della politica
rivoluzionaria, scoprì a un certo punto l’orizzonte del cattolicesimo. I
rivoluzionari? Così arrivò a definirli nella sua autobiografia: “Gente
rumorosa, leggera e violenta, uomini divisi da meschine gelosie e odi faziosi,
da invidie e da lotte. Urlano e si fanno avanti e in generale danno l’impressione
di detestarsi cordialmente anche quando si suppone appartengano alla stessa
setta…”. La fede cristiana gli arriva improvvisamente, una grazia dirà, attraverso
la lettura di un libro, Lo spirito della
filosofia medievale di Etienne Gilson. Poi approfondirà attraverso l’opera
di William Blake e gli Esercizi spirituali
di Ignazio di Loyola. La conversione piena al cattolicesimo avviene però nel
1938, quando Thomas aveva 25 anni e presagiva in qualche mondo la violenza che si
sarebbe manifestata da lì a poco nella seconda guerra mondiale. Nel 1941 il
passo decisivo: intraprende il noviziato al Gethsemani, un’abbazia trappista
(ovvero di benedettini di alta osservanza) del Kentucky dove avrebbe trascorso per il
resto della sua vita con il nome di padre Louis. Era la scelta del silenzio e
della pax monastica medievale, compiuta oltretutto in una comunità dalla
collocazione periferica anche rispetto alla carta geografica degli Stati Uniti.
Un’alternativa vera e profonda rispetto a quelle sirene dell’Estremo Occidente
che stavano egemonizzando tutto il globo…
Pubblicato, come abbiamo
detto, nel 1948, il suo libro-autobiografia, arrivò a vendere 10mila copie in
un solo giorno, anche se il New York
Times non volle mai censirlo in quanto testo religioso… Ma, non solo negli
Usa, la popolarità di Merton andò crescendo, anche per la sua vastissima
produzione: testimonianze biografiche, saggi, trattati di vita spirituale,
studi sulla spiritualità zen e orientale in genere… Una popolarità sotterranea
che non accenna a diminuire neanche nei nostri anni: alcune sue frasi, ad
esempio, figurano in epigrafe agli episodi della serie televisiva Criminal Minds… Merton intrattenne
rapporti strettissimi con gli intellettuali del suo tempo, dal filosofo
cristiano Jacques Maritain allo scrittore maledetto Henry Miller… In
particolare, il trappista del Kentucky sviluppò un fortissimo interesse per le
tradizioni orientali non cristiane, vedendo e sottolineandone tutti i punti di
contatto con la fede cattolica. Merton va infatti ricordato come profeta dell’ecumenismo
e del dialogo interreligioso, anticipando con i suoi scritti e la sua testimonianza
quanto si esprimerà con il Concilio con l’incontro di Assisi voluto da Giovanni
Paolo II e, soprattutto con le posizioni di Papa Francesco. Nel dialogo
interreligioso, Merton fu infatti pronto ad aprirsi a induisti, buddhisti,
ebrei e musulmani, a cercare le fonti vitali di tutte le religioni (“Se affermo
di essere cattolico solamente con il negare tutto ciò che è musulmano, ebreo,
protestante, indù, buddhista, alla fine troverò che non mi è rimasto molto da
affermare per dimostrare che sono cattolico, e certamente non avrò il soffio
dello Spirito con cui affermarlo…”), oltretutto con una spiccata
predisposizione per le espressioni religiose orientali, dallo zen, al taoismo, passando
per il sufismo.
L’altro aspetto che connette
Merton a Bergoglio – oltre alla interlocuzione e alla corrispondenza che il
trappista ebbe con Papa Giovanni XXIII – è senz’altro l’apertura fiduciosa
verso i non credenti in buona fede, un dialogo declinato nella capacità di
vedere segni di “fede inconscia” in molti atei dichiarati o di “ateismo
inconscio” in molti credenti (“Il grande problema – scrisse – è la salvezza di
coloro i quali, essendo buoni, pensano di non aver più bisogno di essere
salvati e immaginano che loro compito sia rendere gli altri buoni come loro”).
Infine, fu una vita contemplativa, quella di Merton, mai isolata dalla realtà.
Tra le sue opere tradotte in italiano, ricordiamo: Nessun uomo è un'isola, Diario
asiatico, Mistici e maestri zen, Diario di un testimone colpevole, Semi di distruzione, Scrivere è pensare vivere pregare… Sulla
biografia e l’opera mertoniana, da poco, in Italia è uscito un lavoro di
Antonio Montanari, Maurizio Renzini e Mario Zaninelli: Il sapore della libertà (Paoline).
Merton scomparve, a soli 53
anni, tragicamente fulminato da un ventilatore nella stanza di un bungalow di
Bangkok, dove si era recato per un convegno di benedettini e cistercensi
asiatici. Era il 10 dicembre, l’anniversario esatto del suo ingresso al
Gethsemani. Su di lui, ha scritto il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo
Bianchi: “Ormai dedito alla vita eremitica, Merton accosterà la figura del
monaco ad altre figure ‘marginali’ della società del suo tempo: i poeti, gli
hippies, tutte le persone ‘inutili’ di cui il mondo potrebbe benissimo fare a
meno, a scapito però del gusto della vita, della ricchezza della gratuità,
della leggerezza propria della libertà interiore”.
giovedì 29 gennaio 2015
Ricolfi: il governo di Atene fa saltare lo schema di Bobbio
Pubblichiamo un estratto dell'editoriale di Luca Ricolfi dal Sole 24 Ore di oggi sul nuovo governo greco, dal titolo "Il rosso e il nero"
"Chissà che cosa avrebbe detto Norberto Bobbio di fronte alla nascita di un governo come quello che si è formato in Grecia tre giorni fa?... Perché il nuovo governo non è semplicemente rosso-nero, ossia di sinistra e di destra, ma è un'alleanza tra un partito di strema sinistra, Syriza di Alexis Tsipras, e un partito radicale di destra, Anel di Panos Kammenos. E nello schema di Bobbio destra e sinistra estreme hanno un solo elemento in comune: il rifiuto della democrazia. Destra e sinistra, in altre parole, convergono solo sul piano dei mezzi, mentre sul piano dei fini restano irriducibilmente nemiche perché la sinistra vuole ridurre le diseguaglianze mentre la destra le accetta. Dunque un'alleanza tra destra e sinistra è concepibile solo fra le loro versioni moderate... Quel che sembrava inconcepibile invece è successo.
La convergenza di destra e sinistra estreme sui fini, per alcuni studiosi, non è una novità assoluta. Esiste un importante filone di pensiero politico e storiografico che ha sottolineato con forza le radici comuni del fascismo e del comunismo non solo sul piano del metodo (il rifiuto della democrazia parlamentare) ma anche sul piano intellettuale e dei contenuti politici: derivazione dal socialismo rivoluzionario, primato dello Stato sull'individuo, regolazione collettivistica dell'economia, politica sociale, apertura al mondo del lavoro. Tutti elementi di convergenza sostanziale segnalati fin dagli anni '60 e '70 da Eugen Weber, James Gregor e soprattutto Zeev Sternhell".
Al di là dei riferimenti bibliografici però Ricolfi sottolinea che il governo di Atene non c'entra nulla con questa tradizione interpretativa dei fascismi. In quel caso destra e sinistra stanno insieme perché hanno un unico nemico, le autorità europee, e un unico obiettivo, il desiderio di liberarsene. Ciò significa che quello che è accaduto in Grecia potrebbe succedere anche altrove. Ma dove porta questa strada? Verso un'Europa migliore o verso un impoverimento maggiore dei popoli europei?
venerdì 9 gennaio 2015
Marco Tarchi sul terrorismo islamista: c'è chi ha attizzato i focolai
intervista pubblicata sul quotidiano ItaliaOggi venerdì 9 gennaio 2015
Goffredo Pistelli
Insegna alla prestigiosa
Cesare Alfieri, la facoltà di Scienze politiche dell’Università di Firenze,
Marco Tarchi, classe 1952, politologo apprezzato soprattutto per i suoi studi
sul populismo. E i partiti di matrice populista di tutta Europa potrebbero
capitalizzare lo sdegno e la paura suscitati dalla strage parigina dell’altro
ieri.
Domanda.
Professore, l’Europa fa di nuovo i conti con una minaccia terroristica, di
matrice islamica. A differenza delle bombe nel 2004 e del 2005, a Madrid e a
Londra però, è cambiato il contesto: siamo nel mezzo di una crisi economica
durissima e crescono fenomeni populisti, alcuni dei quali con caratteri xenofobi
marcati. Chi ha progettato l’attentato di Parigi puntava ad alimentare quei
fenomeni e ad alzare il livello di scontro?
Risposta. Non lo credo
affatto. Il contesto che ha determinato questa azione è un altro: quello di
Isis, del bellicismo esasperato dei nuovi crociati dell’Occidente alla
Bernard-Henri Lévy che hanno indotto la Francia a impegnarsi in tutti i
conflitti mediorientali dopo il tanto vilipeso rifi uto di Jacques Chirac di
unirsi alla coalizione anti-irachena, dell’anti-islamismo crescente e
multiforme, che viene sistematicamente condannato dai media quando è associato
all’ostilità verso i fenomeni migratori di massa, come nel caso dei partiti
populisti, ed è invece esaltato quando lo si considera un esempio di «sano»
anticlericalismo liberale, come nel caso delle vignette su Maometto.
D.
Un doppio registro, lei dice…
R. Sì e mi sembra opportuno
notare che né il quotidiano danese che le pubblicò per primo (il
Jyllands-Posten, ndr), né Charlie Hebdo sono giornali di destra; il secondo è
semmai schierato all’estrema sinistra.
D.
E dunque?
R. Dunque ad alzare il
livello dello scontro non è un ipotetico odierno complotto qaedista in stile
«strategia della tensione»; è stato piuttosto il clima che è dilagato in
Occidente dopo l’11 settembre e ha nutrito lo scontro tra due fondamentalismi
simili e contrari. È in questi giorni sugli schermi il bel film di Clint
Eastwood American Sniper…
D.
Basato su una storia vera, mi pare…
R. Certo e da cui si impara
che negli Usa del 2001 si poteva essere convinti che, se non si fosse fatta la
guerra all’Iraq, gli arabi («quei bastardi») sarebbero dilagati a San Diego o a
Houston, uccidendo donne e bambini. E magari c’è un bel po’ di gente che lo
pensa ancora…
D.
Senta professore l’unione politica degli stati europei mostra in questo
frangente tutti i suoi limiti: è praticamente priva di politica estera,
l’esecutivo è debole, il potere legislativo lento. In questi frangenti, siamo
solo un’intesa monetaria e poco più. L’euroscetticismo crescerà?
R. Malgrado il cordone sanitario
eretto dalle élites culturali, politiche e fi nanziarie, e forse proprio a causa
di esso (in virtù del discredito di cui oggi sono oggetto partiti, governi,
intellettuali e istituzioni), credo di sì. L’Unione europea non sta soltanto
mostrando i propri limiti politici.
D.
Vale a dire?
R. Fa di più e di peggio:
rischia l’autoannientamento come soggetto autonomo, condannandosi alla totale
subordinazione ai disegni geopolitici ed economici statunitensi, cosa che si
verifi cherà se fi rmerà il Trattato transatlantico per il commercio e gli
investimenti Ttip tanto desiderato da Washington. E, quel che è peggio, ciò
rischia di accadere nella totale disinformazione dell’opinione pubblica, a
causa del silenzio in materia dei media che contano.
D.
Sul Ttip, ItaliaOggi è stata assai puntuale denunciando per prima le derive con
gli articoli di Tino Oldani. Ma torniamo sulla questione islamica. Nel Vecchio
Continente ci confrontiamo spesso con posizioni islamiche che usano le forme
democratiche per teorizzare posizioni politiche antidemocratiche se non
teocratiche, oppure per difendere Stati o posizioni autoritarie (vedi Isis e
Hamas). Che strumenti hanno le democrazie europee per difendersi senza
rinnegare se stesse?
R. Se si riferisce a
posizioni come quelle di Tariq Ramadan, non sono d’accordo. La via di un «islam
europeo» è certamente ardua, ma sospettarla di essere un cavallo di troia del
fondamentalismo, come fanno gli ambienti conservatori, mi pare fuori luogo.
D.
Qual è il punto, allora?
R. Il punto vero invece che
la democrazia è diventata, dopo la caduta del muro di Berlino, lo stendardo
dietro il quale si celano le ambizioni di dominio planetario di un «Occidente»
che è, di fatto, una proiezione della politica statunitense. E dalla
«democratizzazione a mano armata» condotta, in questo quadro, dagli Usa e dalla
Nato non potevano non scaturire le tensioni di cui oggi siamo spettatori e
talvolta vittime.
D.
Spieghiamolo meglio…
R. Se non ci fossero state
le due guerre del Golfo e non si fosse disegnato lo scenario dello «scontro di
civiltà» previsto da Samuel Huntington, non solo i paesi del Medio Oriente si
sarebbero risparmiati milioni di vittime, ma quell’area del mondo non sarebbe
finita fuori controllo.
D.
Professore, veniamo alle conseguenze politiche dei fatti parigini. Se si
votasse domani, la Francia sarebbe certamente governata dal Front National,
Ukip se la giocherebbe in Gran Bretagna e altri paesi europei si potrebbero
spostare a destra. Ciò che non poterono l’euro e l’austerità, lo potranno Al
Qaeda e Isis?
R. Non sono sicuro che le
cose andrebbero così, sa?
D.
Che cosa glielo fa pensare?
R. Ascoltando i commenti
sulle reti televisive francesi nelle ore successive all’attacco parigino,
sembrava che la responsabilità della strage andasse addebitata a Marine Le Pen:
si evocavano, come cause, la sensazione di isolamento dei giovani musulmani
delle periferie cittadine, la xenofobia, l’ostilità verso gli immigrati…
D.
Che cosa significherebbe?
R. Questo clima massmediale,
in caso di campagne elettorali, si intensificherebbe e lo spauracchio populista
verrebbe agitato da mattina a sera. Tutt’al più,a trarre vantaggio dalla
situazione, sarebbe la destra conservatrice, che ormai da tempo fa più o meno
le stesse politiche della sinistra socialdemocratica, differenziandosi solo nei
toni verbali.
D.
Ci sono studiosi, come l’antropologa Ida Magli, che vedono nel
multiculturalismo un tratto decisivo (e deleterio) del moderno europeismo.
Un’ideologia che, da Bruxelles, vorrebbe annientare le identità dei singoli popoli,
imponendone una europea del tutto posticcia. Lei intravede qualcosa di simile?
R. Non ho mai pensato che
l’identità dei popoli sia minacciata dall’organizzazione multiculturale delle
società multietniche; penso anzi che consentire agli immigrati di conservare
quelle tradizioni che non contrastano con le leggi vigenti nei paesi in cui si
sono stabiliti, sia un buon modo per evitare, o quantomeno ridurre, il rischio
di alienazione che può colpire soprattutto le giovani generazioni ed indurle a
comportamenti ribelli e violenti. Del resto, la Francia che ora è stata così
duramente colpita è proprio il paese che da sempre è più rigido nel limitare le
espressioni comunitarie della popolazione immigrata.
D.
Il divieto del velo a scuola, certo…
R. Il tanto vantato «modello
repubblicano» è fondato
sull’assimilazione, non su forme alternative di integrazione. Vero è invece che
a minacciare l’identità dei popoli è, in sé, il fenomeno dell’immigrazione di
massa, quando oltrepassa certi livelli fisiologici, che non è possibile fissare
statisticamente, ma che l’esperienza quotidiana consente agevolmente di
percepire, checché ne pensino gli ambienti accademici. Piuttosto…
D.
Piuttosto?
R. La tematica della
«sostituzione di popolazione» sollevata da qualche tempo in Francia dai
cosiddetti ambienti identitari (che sono abitualmente etichettati come di
estrema destra, ma in realtà raccolgono numerosi esponenti con un passato nella
sinistra anche radicale, come Alain Soral o Reynaud Camus) può apparire
eccessiva, ma tocca un tema centrale, per quanto scomodo. La domanda che pone è
«politicamente scorretta» ma cruciale.
D.
Facciamola…
R. In nome di quale
principio una società multietnica deve essere per forza giudicata preferibile a
una monoetnica? Perché l’elogio del «meticciato» deve essere applaudito e
quello della difesa di una identità etno-culturale denunciato come un crimine?
E, in subordine, perché non deve essere lecito porre dei limiti all’ingresso in
un dato paese di individui stranieri? Conosciamo la risposta delle Chiese
cristiane, che vanno affermando il dogma dell’accoglienza incondizionata; ma
per quale motivo uno Stato laico dovrebbe accettare questo punto di vista?
D.
Quella dell’accoglienza non è affatto l’unica posizione in campo, direi…
R. Infatti. Un politico
liberale francese, Dominique Reynié, ha scritto che, la difesa combinata del
proprio modo di vivere, legata alle tradizioni e all’educazione, e del proprio
livello di vita, è la carta vincente del «populismo patrimoniale» oggi in ascesa in Europa. Chi non se ne rende
conto e chiude gli occhi di fronte a questa realtà è corresponsabile di questo
successo e rischia di farlo diventare incontenibile.
sabato 3 gennaio 2015
Quando i prigionieri italiani costruivano chiese sulle Isole Orcadi
Di seguito un estratto dell'articolo di David Randall, La chiesetta delle Isole Orcadi, tratto da Internazionale che racconta la costruzione sulle isole Orcadi della Capella Italiana ad opera dei prigionieri italiani del Campo 60 a Lambholm. Un luogo molto suggestivo e una storia poco conosciuta che vale la pena di ricordare...
"Dato che in questo periodo di notti lunghe e giorni freddi abbiamo bisogno di qualcosa che ci riscaldi il cuore, vorrei raccontarvi quello che fecero alcuni italiani nel Regno Unito durante la Seconda guerra mondiale. Come tutte le più belle storie a lieto fine, anche questa comincia piuttosto male: nel 1942, in Libia, dopo che l'esercito canadese aveva catturato migliaia di italiani. Li mandarono in un campo di prigionia nel nord dell'Inghilterra... Il governo britannico aveva deciso di costruire delle strade sulle isole Orcadi, un piccolo arcipelago al largo della costa nordorientale della Scozia, e aveva pensato di far partecipare ai lavori alcuni dei prigionieri italiani più qualificati. Così, all'inizio del 1943, qualche centinaio di loro arrivò sulla minuscola isola abitata di Lambholm e si sistemò nelle baracche di latta che avrebbero preso il nome di Campo 60.
Gli italiani lavoravano e nel tempo libero cercavano di rendere quel posto un po' più accogliente. Ben presto cominciarono a raccogliere il materiale necessario per costruire un rudimentale teatro e una sala comune, e disegnarono alcune aiuole per tentare di far crescere qualche piantina nell'ingrato clima di Lambholm. Questo fu solo l'inizio. Il coordinatore dei lavori, Domenico Ciocchetti, un pittore di Moena, vicino Bolzano, costruì una statua di San Giorgio usando filo spinato e cemento. Poi lancò un'idea apparentemente assurda: perché non costruire una chiesetta italiana su quella desolata isola britannica? Il cappellano, padre Giacobazzi, appoggiò il progetto, le autorità diedero il permesso, ma misero a disposizione solo due grandi baracche di lamiera ondulata unite tra loro a formare una sorta di mezza botte. I prigionieri rivestirono l'interno di intonaco, ricoprirono l'esterno di cemento e usarono tutto quello che riuscirono a trovare per trasformare quel guscio di metallo in una cappella simile a quelle che si vedono nei paesini italiani. Costruirono l'altare con il legno recuperato da un naufragio, ricavarono l'acquasantiera da un vecchio tubo di scappamento e i candelieri da qualche scatoletta di carne. Giuseppe Palumbi usò dei rottami per creare l'inferriata che avrebbe diviso la navata dall'abside. Gli ci vollero quattro mesi. Domenico Buttapasta decorò la facciata costruendo un architrave sostenuto da pilastri di cemento e un campanile ornato da pinnacoli. Giovanni Pennisi modellò una testa di Cristo in argilla rossa. I prigionieri usarono i pchi soldi della loro paga per comprare delle tendine di stoffa dorata per il tabernacolo. Intanto Domenico continuava a dipingere. Il suo capolavoro fu un incredibile quadro della madonna con il bambino da collocare sull'altare, ispirato a un santino che aveva portato con sé quando era partito per la guerra. Quando furono liberati i prigionieri rimasero sull'isola ancora diverse settimane per completare l'acquasantiera".
La Cappella Italiana fu apprezzata dagli abitanti dell'isola che fecero di tutto per tenerla in piedi. Quando alcune parti cominciarono a cedere si creò un comitato per la sua conservazione. Domenico Ciocchetti tornò alle Orcadi per restaurare la cappella e i dipinti nel 1960. Quattro anni dopo eccolo ancora a Lambholm per abbellire la cappella con un crocifisso e una Via crucis donata dai cittadini di Moena. Agli abitanti delle Orcadi lasciò questo messaggio: "La cappella è vostra, amatela e conservatela". Ogni anno accoglie più di centomila visitatori tra cui diverse coppie di sposi che scelgono quella chiesetta per unirsi in matrimonio.
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