lunedì 5 agosto 2013

Le lettere giovanili di Cioran, dardi contro il demiurgo malvagio



Francesco Pullia

“Solo gli stati anormali sono fecondi... il destino individuale, come realtà interiore, irrazionale e immanente, ci è rivelato solo nel dolore, che rappresenta la sola via che ci permette di comprendere in maniera più profonda i problemi personali”. Inviate a diversi destinatari, e in particolare all’amico d’infanzia Bucur Ţincu, le Lettere al culmine della disperazione (1930-1934) di Emil Cioran (1911-1915), pubblicate da Mimesis a cura di Giovanni Rotiroti, nella traduzione di Marisa Salzullo e con postfazione di Antonio Di Gennaro, non solo non appaiono datate ma costituiscono un sano antidoto alla mediocrità sempre più dilagante nella nostra società. Fustigatore dell’umana miseria e della viltà di chi, concependo l’esistenza come “solo un piacevole cullarsi”, sceglie di galleggiare nell’acquitrino del “senso comune”, il filosofo rumeno in queste epistole giovanili lascia presagire temi che caratterizzeranno, nell’arco degli anni, il suo pensiero: il pessimismo catartico, la critica serrata e irriverente nei confronti del razionalismo, la demolizione della sistematica, l’infiammata invettiva antiumanistica, l’attacco, di matrice gnostica, all’influenza su questo mondo di un demiurgo malvagio.
In alcune missive risalenti al 1933-34 si ammette la fascinazione subita dal nazismo, conosciuto nel corso della permanenza a Berlino e a Monaco. Tuttavia, di questo cedimento Cioran non esiterà a provare profonda vergogna. Se, infatti, in una corrispondenza del 1934 si spinge a riconoscere avventatamente nel Führer colui che ha dinamizzato “con un soffio messianico tutto un sistema di valori che il razionalismo democratico ha reso solamente piatti e triviali”, più tardi, nei Quaderni, ammetterà di avere condotto a Berlino, nel 1934-35, “una vita da allucinato, da pazzo, in una solitudine quasi totale” e di essere “segnato per sempre” da quel soggiorno (considerato come “l’apice negativo” della sua vita): “Mi viene in mente all’improvviso”, scriverà, “quel film sulla carriera di Churchill. Ci sono alcune scene di vita tedesca […], in particolare una manifestazione nazista. Hitler vi appare in primo piano, e ha tutta l’aria di un pazzo da manicomio, con gli occhi persi, i tratti tesi e sconvolti, il viso attonito. Se una pallottola lo avesse ammazzato si sarebbero salvate milioni di vite. Ma la Provvidenza ha protetto il mostro e lo ha fatto vivere…”. La riprova del repentino superamento dello sbandamento è attestata, d’altronde, dalla costante demistificazione, in lui presente, di ogni sorta di fanatismo e di infatuazione ideologica. Ben distante da una visione esaltante, il nazismo gli si rivelerà, dunque, ben presto una delle tante sfumature della retorica strisciante e predominante nella società. In queste lettere si riscontra un’attitudine tutta particolare a “vedere al di là delle forme simboliche d’espressione” e a demolire ogni forma d’insopportabile ipocrisia, sia nel pensiero (come l’erudizione che “corrompe le inclinazioni filosofiche dell’uomo, lo storicizza e lo sottrae alla pura contemplazione che è la fonte della creazione filosofica”) che nella quotidianità (“la falsa modestia” tipica di chi è mellifluo e frustrato). Il giovane Cioran denuncia un mondo appiattito nel conformismo, “privo di distinzione interiore, incapace di paradosso, profondità o irrazionalità”, trova terreno prediletto in Pascal (“Tutto quello che ho pensato sul dolore e sulla malattia l’ho trovato lì”, annota riferendosi ad una biografia del filosofo francese), Kierkegaard, Nietzsche, Dostoevskij, Malraux (“un autore con cui ho grandi analogie spirituali”), lancia i suoi strali all’indirizzo del giornalismo visto come antitetico al filosofare.


Più hai cultura”, si sfoga con parole amare e veritiere, “più il giornalismo rappresenta un grandissimo pericolo che ti spinge progressivamente a smettere: ciò non vale per gli inconcludenti, per loro costituisce un contesto stimolante per aspirazioni vaghe ed embrionali”. Da questi semi nascerà di lì a breve il primo libro, Al culmine della disperazione (1934), che lo imporrà alla pubblica attenzione, sancendo, nero su bianco, la sua rottura con la filosofia occidentale.
“Al culmine della più terribile disperazione”, scrive a Petre Comarnescu nel 1933, “mi prende la gioia di avere un destino, di vivere una vita con la morte e le sue successive trasfigurazioni, di fare di ogni istante un bivio. E sono fiero che la mia vita inizi con la morte, a differenza della vita della maggior parte degli uomini che finisce con la morte. Io sento la morte nel passato e il futuro lo vedo come una specie di illuminazione personale… Come puoi notare da ciò, ho finito di saldare completamente i miei conti con la filosofia ufficiale”.    

venerdì 2 agosto 2013

Una piccola storia della "sindrome di Badoglio"



Annalisa Terranova

Il tradimento non è una cosa bella, questo ci sta. Anche se, va detto, i primi “traditori” furono Adamo ed Eva e, dal loro tradire la parola data al Signore, venne fuori il genere umano, cioè anche noi. Ma lasciamo stare… Nel mondo della destra, in cui sono cresciuta, il tradimento è un’ossessione, è la grande metafora cui si ricorre per ricompattare le file in momenti di crisi, è la fedeltà lessicale al fascismo, per cui si ritiene di dover bandire badogliani e venticinqueluglisti. Nessuno è immune da questa tendenza, che si sposa assai spesso con la difesa della destra identitaria (ovviamente anche sul tipo di identità prescelta le definizioni divergono e gli stessi identitari, divisi in microgruppi, si accusano volentieri tra loro di tradimento, ma lasciamo stare anche questo…).
Il primo traditore per me poco più che adolescente fu Marco Tarchi. Nulla ne sapevo di lui e però mi dissero di quella frase, “bisogna uscire dal tunnel del fascismo”, che me lo rese antipatico e ovviamente badogliano tutto d’un botto. Faccio ammenda del tempo sprecato a polemizzare, in nome dell’identità, dei sacri valori e dell’evolismo, con una delle persone più intelligenti che abbiano attraversato il mondo della destra (e neanche me lo potevo permettere, ma la presunzione è un’altra caratteristica, diciamo, d’ambiente…). Salvo poi eleggerlo a martire da difendere sempre e comunque quando lo cacciarono via dal partito, prefigurando la sorte riservata spesso, in quel mondo, alle persone che pensano in proprio. E lì fu il compianto Pino Rauti ad apparire ai miei occhi un po’ traditore per non avere difeso il suo pupillo fiorentino.  
E poi persino io devo essere sembrata agli occhi di mio padre una traditrice quando osai criticare durante una cena serale con la famiglia Giorgio Almirante e lui mi ordinò di andare in camera mia, lasciandomi senza minestra perché, femmina insolente, avevo detto una parola di troppo sul “capo”.  Ma più tardi anche mio padre, divenendo romualdiano, avrebbe lambito pericolosamente l’etichetta infamante del “traditore”…



Non sto a farla lunga. Le ultime vicende le conosciamo e le conoscete. C’è oggi un “Giuda Superiore” che, come una sorta di primo mobile aristotelico, avrebbe dato la spinta dissolutrice al mondo della destra rovinando tutto. Non esiste davvero nella realtà, ovviamente, ma esiste nel racconto rassicurante che un mondo continua a farsi per sentirsi nonostante tutto puro e incontaminato. Una faccia, una storia, è stata incollata all’archetipo e la narrazione funziona a meraviglia. E in fondo quella faccia, quella storia neanche meriterebbero l’onore di trovarsi in cima alla classifica della cattiveria. La caccia al traditore, tuttavia, distoglie da altri compiti più impegnativi. Ai funerali di Pino Rauti, dentro la basilica di San Marco, ho visto “camerati” che si affaccendavano schiumanti a cercare di raggiungere il “traditore sommo”. Li ho sentiti dire: “Datecelo, questo traditore di merda, ‘sto infame…”. Uno mi venne pure a dire: “Digli ai tuoi amici finiani che sono in Chiesa che è più salutare se se ne vanno”. Risposta: “Ma come, loro erano tutti con Rauti, hanno più diritto di te a stare qua…”. E quello si fece una risata. Perché la logica della caccia al traditore, quando parte, non sta a fare distinzioni razionali giungendo fino a ribaltare la realtà, sicché tutti quelli che, in accordo con il traditore sommo, avevano in passato osteggiato Rauti arrivando a togliere voti al Msi pur di far cadere la sua segreteria, ora davano la caccia, in chiesa, al loro ex capo imputandogli di essere stato antirautiano. Una scena penosa. Ma una scena che spiega perché la destra è finita come è finita, crogiolandosi nell’incapacità di liberarsi di alcuni tabù d’origine che ne hanno sempre minato la credibilità e che l’hanno fatta identificare con un settarismo indigeribile e incomprensibile alla gente normale. In ogni caso una scena rivelatrice.




Bisogna studiare la filosofia medievale per capire dove va a parare l’ossessione del tradimento. Invece purtroppo non si studia mai, né al liceo né all’università (tranne poche eccezioni, tra cui la sottoscritta). Bisogna risalire alla disputa sugli universali: Abelardo diceva che gli universali, in fondo, non sono “res” (cose, sostanza) ma immagini delle “res”, nomi insomma. E i nomi cambiano mentre le “res” stanno sempre lì, fisse e immobili. I nomi sono frutto della mente dell’uomo e dunque si possono mettere in discussione senza tradire la legge divina. Per i nominalisti esiste il tavolo ma non la “tavolitudine”, per gli universalisti esiste la “tavolitudine” di cui il singolo tavolo è solo un riflesso. San Bernardo fece condannare Abelardo nel Concilio di Sens del 1141. Quando studiai queste cose pensai automaticamente che Abelardo fosse di “sinistra” e San Bernardo di “destra”. 



Oggi non penserei più queste sciocchezze. Ha fascino, il tormento di Abelardo. E ha ragione pure Bernardo di Chiaravalle quando privilegia l’ascesi rispetto alla vana ricerca razionale.

Questa disputa attraversa per intero la storia del pensiero occidentale e si riflette anche in politica. I conservatori sono gli universalisti dei tempi moderni e i rivoluzionari sono gli eredi dei nominalisti. Ovviamente, sto semplificando. Per arrivare a dire che questo schema fisso non può più reggere dinanzi a un mondo complesso così come non regge la pura appartenenza alla destra o alla sinistra. Da lì si parte ma non si può restare immobili nel recinto dell’identità chiamando “traditori” tutti quelli che si mettono in cammino. In fondo, chi fa così è colui che tradisce davvero l’urgenza che ha la politica di andare anche su sentieri sconosciuti (cito un po’ a memoria Drieu La Rochelle, fascistissimo, dunque non potete accusarmi di tradire il “pantheon di riferimento). Non mi piacerebbe identificare la destra con la difesa di ciò che è immobile, con la paura di un mondo che si muove. Certo, scoprire che il “tradimento”, nella forma che ho cercato di spiegare, è necessario in qualche modo alla vita dell’uomo e anche alla vita dei movimenti politici per introdurre salutari elementi di novità nella fissità delle ricette ideologiche, per uno di destra può costituire uno choc. Ma non è detto che non gli faccia bene. In caso contrario fatti suoi. 



Può sempre consolarsi pensando che in fondo anche Benito Mussolini fu un “traditore”  niente male: socialista e poi fascista, ateo e poi ispiratore del Concordato, pacifista e poi guerrafondaio, antitedesco e poi alleato del Reich, per non parlare delle storie di letto. E allora, se non altro in nome di Nonno Benito, che si provi a farla finita con la sindrome del maresciallo Badoglio… 

martedì 30 luglio 2013

Calabria cristiana. Una pagina di diario (30 dicembre 2004)


Sandro Consolato

Giornata piovosissima, ma da ricordare per la gita sulla Jonica con Rocco e Sonia. La mattina siamo stati a Bivongi, a San Giovanni Theristis, l’antico luogo di culto bizantino (XI secolo) riportato alla vita spirituale dall’athonita padre Kosmas (nella foto qui sopra) a partire dal 1994: è l’unico monastero greco-ortodosso d’Italia fondato, anzi “ri-fondato”, da monaci del monte Athos. Ci ero stato con Fulvio, greco per parte di madre, un po’ d’anni fa, rimanendo a pranzo col monaco, accolti con parole omeriche in questo sito in cui le uniche luci ammesse sono quelle del sole e delle candele. Padre Kosmas si ricorda bene di me, e ci tratta con un certo riguardo, lamentandosi di contro delle visite banali dei turisti. E’ invecchiato un po’, appare più moderato in certi giudizi, ma non ha perso in vivacità. “Voi vi interessavate delle religioni orientali” mi dice quasi subito, con buona memoria, aggiungendo: “Io dico: prima guardate l’Oriente vicino, cristiano; poi se non vi ha soddisfatto andate pure oltre”. Parliamo - un po’ a salti perché arriva anche altra gente - della Calabria (“è una terra sacra, con una grande forza spirituale, ma ai calabresi lo spirito non interessa, pensano ai consumi”), dei rapporti Ortodossia-Cattolicesimo (“da noi si ha paura, perché hanno sempre voluto conquistarci”), dell’ingresso in Europa della Turchia (“forse finirà per esserci una divisione, una Turchia spaccata in due”). Rocco gli fa sapere che è stato sul Monte Athos, e che ricorda un tale padre Stefan: "E' morto”, risponde sbrigativo. Quando poi gli chiede dell’esicasmo, la risposta è identica a quella che diede a me al primo incontro: “Tanti vogliono sapere dell’esicasmo, ma lo prendono come uno yoga. L’esicasmo è un approfondimento della spiritualità… bisogna avere la spiritualità!”. Aggiunge che la vita del monaco è la preghiera, e che la preghiera continua è come la dose di droga giornaliera del monaco. “Bisogna continuamente mortificare i pensieri con la preghiera” spiega. La Chiesa latina avrebbe perso il senso della preghiera, della mistica, a causa del razionalismo filosofico, figlio di un’ubriacatura di aristotelismo. Trova un sintomo classico del degrado spirituale le chiese moderne: “Si chiama a Roma a costruire una chiesa un ebreo americano… che c’entra?” ripete più volte. Andando via, in macchina, guardo il catechismo ortodosso datoci da padre Kosmas: è pieno di invettive storico-dottrinali contro i “Franco-cattolici”…


Pranziamo a Stilo, dopo esser arrivati con la macchina fin sotto al bel monumento a Campanella, di sapore massonico. E mi viene in mente che il monte Consolino, luogo di eremitaggio degli antenati spirituali di padre Kosmas, quando la Calabria era la “Tebaide d’Occidente”, è legato pure ad esperienze ermetiche dell’autore de “La Città del Sole”. Anche la pizzeria è intitolata al frate domenicano, che sorveglia il pranzo attraverso la copia di un suo famoso ritratto.
Dopo pranzo saliamo alla Cattolica, meta classica dei turisti; poi andiamo fino a Badolato. Sapevamo che il paese era spopolato e che era stato riabitato dai profughi curdi approdati in Calabria nel 1997 con una nave disastrata: l’“Ararat”, dal nome della montagna che si vuole custodisca i resti dell’Arca di Noè. Al bar del paese una barista finto-bionda, procace e vivace, ci spiega che gli autoctoni sono ormai solo cinquecento e i curdi in realtà una decina: quelli senza documenti a posto, perché gli altri sono partiti per luoghi più promettenti.
Sempre a Badolato, visitiamo il convento del Seicento già detto “degli Angeli”, ora sede di una delle comunità di padre Eligio, chiamate “Mondo X”. Il monastero è molto bello, in via di risistemazione ad opera della comunità. Ora ci sono sedici persone. Una ragazza ci fa da guida e ci spiega come funziona il tutto. “Padre Eligio dice: io non vi do il metadone ma il metodone”. Il “metodone” è ammazzarsi di fatica dall’alba al tramonto, nell’orto, in falegnameria, in lavori edilizi interni. Gli ospiti sono auto-organizzati, non hanno sorveglianza o guida di operatori. Tutto è basato sulla volontà personale e il senso di responsabilità. Ma si deve stare sempre in coppia. Di padre Eligio ricordavo le cronache degli anni 60, con le foto nei nights (da bambino mi rimase impressa la storia delle mutande rosse esibite sotto la tonaca…). Il sodalizio con Rivera (“E’ il presidente di ‘Mondo X’, ogni tanto viene anche qui” ci dice la ragazza) è rimasto, ma sembra votato definitivamente al bene, e non alla mondanità.
Quando lasciamo il monastero mi sento, tra l’oriente di San Giovanni “il Mietitore” e l’occidente di Badolato, un po’ riconciliato col cristianesimo. Giunti infine a casa, a Bagnara Calabra, passiamo dalla madre di Fulvio, al loro rinomato ristorante “Kerkira”, per portarle i doni di padre Kosmas: calendario ortodosso, foto di San Giovanni Theristis...


Addenda 2013: padre Kosmas (laureato in lettere classiche, parte di quella covata di giovani greci - anche dell’emigrazione - che dopo il ’68 cercò rifugio spirituale nel monachesimo ortodosso) si è spento nella sua cella il 12 dicembre 2010, all’età di 57 anni, per arresto cardiaco (l’esicasmo è “la preghiera del cuore”). Ha lasciato un ricordo indelebile tra i calabro-greci e tra tutti coloro che poterono apprezzarne le doti spirituali e umane, sottratte alla terra di Calabria nel 2006 in ossequio a logiche politico-religiose implicanti greci, rumeni e amministrazione locale. Sono tornato a San Giovanni Theristis nel 2012: ora è affidato a dei giovanissimi monaci rumeni.

domenica 28 luglio 2013

La storia del Msi non si fa con la categoria del golpismo




Pubblichiamo di seguito le valutazioni di Antonio Carioti (giornalista e studioso della storia del Msi) sul libro L'anima nera della Repubblica (Laterza) di Davide Conti. La breve recensione di Carioti è apparsa oggi, 28 luglio, sull'inserto culturale del Corriere, La Lettura. Ci sembrano, le sue, parole risolutive su uno studio mediocre e certo più incisive di tante recensioni che, dall'interno dell'area della destra, erano mosse solo dalla preoccupazione di giustificare in toto il percorso del Msi. 

Antonio Carioti

"Va riconosciuto a Davide Conti il merito di aver trovato i materiali d'archivio nuovi, anche se forse non sempre attendibili, utilizzati nel libro sulla storia del Msi L'anima nera della Repubblica. Sono interessanti anche le sue osservazioni circa il neofascismo come comunità d'ambiente, estesa oltre i confini del msi, e sui limiti che impedirono al partito della Fiamma di pesare a livello governativo e lo ridussero a termometro di cui la Dc si serviva per misurare gli umori dell'elettorato conservatore. Colpisce però che oltre i due terzi del testo (più di 140 pagine su 210) siano dedicate al periodo 1969-74 (5 anni su quasi 50 di storia missina), segnato dalle stragi nere e dalla strategia della tensione. Un vistoso squilibrio che rimanda alla meccanica identificazione tra Msi ed eversione violenta, certo comprensibile nella polemica antifascista di allora, ma oggi fuorviante in sede storiografica. Nient'affatto estranea alle turbolenze di piazza e anche alle pulsioni autoritarie, la complessa vicenda politica missina non può tuttavia essere appiattita sul binomio golpismo-manganello". 

L'esibizione narcisistica del corpo è l'elogio funebre della bellezza




Gennaro Malgieri
  
L'estate è il trionfo del corpo. Almeno così sembra. Ma da qualche tempo io non ne sono così sicuro. Più che amato il corpo (e non soltanto d'estate) lo vedo umiliato, costretto a "recitare" una parte che non è la sua, quella di merce esposta senza ritegno. E non mi riferisco soltanto al corpo delle donne professionalmente votate all'ammirazione, a catturare sguardi interessanti che facciano ricordare il prodotto che reclamizzano, né a quello di fanciulle in fiore alla ricerca di una qualche notorietà per cui si sottopongono ad estenuanti rassegne per farsi scrutare centimetro,per centimetro da "giurati" chiamati a decidere dei loro labili destini. Quel che mi intriga è l'esibizione gratuita dei corpi (non solo delle donne, naturalmente, ma anche degli uomini) che pur ammettendo che possono farne quello che vogliono, mi inducono a chiedermi se la seduzione a cui mirano sia davvero alla portata lanciando le loro bellezze, presunte o reali, in pasto ad occhi puntati più che sull'estetica sulla voluttà che innescano consapevolmente e sull'altrettanto consapevole elementare passione che innescano.
Ne traggo la conclusione che l'ossessione del corpo ci costringe nella prigione del narcisismo. Avendo perduto altri riferimenti, sembra non rimanerci altro che  la materialità più prossima per riconoscerci in un qualche ideale. Il nostro ideale di contemporanei avvizziti è la cura estenuante, la  spettacolarizzazione volgare, il linguaggio indecente (e a volte indecifrabile) del corpo. Al di fuori di esso, perfino la parola se non le è correlata, nulla esiste perché niente è così tangibilmente vero. E allora alla religione del corpo ci siamo votati come fedeli della liquidità sociale nella quale sono già naufragate tutte le idee che trascendono la materialità più nobile perché più nostra: quella delle membra che si muovono, che giacciono, che si fanno ammirare, che suscitano repulsione, che accendono i desideri, che spengono gli entusiasmi, che elevano fino allinverosimile la vertigine del potere di sopraffare altre membra. Insomma, il corpo è tutto. È il demiurgo della modernità.



È l'oggetto-evento intorno al quale si celebrano i trionfi della creazione e del disfacimento, della morte e della resurrezione, del dinamismo e della atarassia. È simbolo e rappresentazione del successo. Soltanto nel corpo la vita assume un senso, ha un significato. 
E il corpo, con la sua finta maestosità, copre le asprezze delle nostra esistenza edulcorandole con la trasfigurazione della bellezza nel possesso carnale. Perciò tutto si ricompone nel corpo che parla da solo, senza bisogno di suoni o di parole. La sua espressione è connaturata alla sua essenza. Perciò la pubblicità lo usa, luomo e la donna lo commercializzano, lindustria dei consumi se ne serve. È una macchina, un meccano. Senzanima ormai nellapparenza delle realtà che riproduce allinfinito. Non è il corpo dei santi, dei poeti, degli eroi, degli artisti, dei tiranni, dei mendicanti, degli ingenui, dei puri di spirito e dei malfattori. È soltanto il corpo: una cosa. Anzi, la Cosa. 
Non si rileva nientaltro  nei corpi massacrati come carni appese ai ganci di un macello che materia su cui esercitare i pensieri più diversi. Nei corpi spogliati non c’è, generalmente, che induzione alla depredazione. Nei corpi cosparsi di unguenti e stesi al sole o manipolati da abili ricostruttori si vede soltanto la personificazione dellabbandono. Costeggiano i percorsi di immortalità apparenti i corpi deprivati di profondità, come carte che assorbono i nostri incubi e i nostri sogni ai margini di strade che svelano il potere della seduzione, ma non lo porgono al viandante che uccide i suoi stessi desideri nellaffannosa corsa verso violazione del mito che, se anche dovesse riuscire, non lo appagherà perché il corpo voluto, inseguito, ottenuto è il corpo di tutti: è tutti i corpi del mondo fissato in uno stereotipo che prevede un tanto di appeal, un tanto di nudità, un tanto ancora di sorriso ebete, e per finire un richiamo costante, incessante, nauseante ad abusare di quel che il cartellone pubblicitario, la televisione, il cinema, internet propongono generosamente. Ma è lillusione che illumina i nostri desideri. 



Pensateci: il corpo è morto. Noi diventiamo automi quando riduciamo noi stessi alla materialità che dovrebbe riempire e appagare i nostri giorni e le nostre notti. Camminiamo tra cadaveri sparsi, inanimati proprio perché ai corpi non si chiede altro che di mostrarsi, indipendentemente dallo scopo. E se una volta era un Tempio, come si diceva, oggi non è neppure un pagliericcio.
Loffesa che rechiamo a noi stessi si riassume nellassuefazione agli stereotipi carnali che sembra dominino ogni cosa: la politica, leconomia, la cultura, larte, la guerra (ma questa è storia antica). E il possesso dei corpi, della più grande quantità di corpi è segno riconoscibile di un potere tanto più forte quanto più si levano dal sottosuolo le grida di corpi infangati, prostrati, profanati, desiderati, amati, usati, gettati, usurati.
Cera una volta la bellezza del corpo. Raccontava di dèi ebbri e innamorati; raccontava la solitudine splendente di mistici assetati di eterno; raccontava di poeti erranti per le vie dello spirito e dellamore; raccontava di soldati e cavalieri a difesa di civiltà ancestrali; raccontava di guerrieri e di fanciulle, di vecchi e di vecchie, di ladri e di benefattori. Dove sia finita quella bellezza dei corpi che erano torri eburnee, io non lo so, ma credo non lo sappia nessuno. Ritornerà? Forse, si spera perlomeno. Tuttavia quando la caduta diventa fragorosa, non sappiamo più dove rifugiarci per non vedere, per invocare la cecità, per desiderare che il sole si spenga, che la luce manchi, che la disperazione ci soffochi. Poiché tutto è più accettabile della rassegnazione alla fine della bellezza. E il corpo, per lo più si è ridotto oggi in un mesto canto funebre che neppure un miracolo potrebbe tramutare in sinfonia. A meno che Dio non riappaia e ridia al corpo la sontuosa eppure discreta anima che s’è assentata per prendersi gioco di esso, per vedere, di nascosto, che cosa ne sarebbe stato lasciandolo.
Ecco: noi ora lo sappiamo. Noi che leggiamo i giornali, guardiamo la televisione, andiamo al cinema,  frequentiamo i teatri,  stiamo in mezzo alla gente, ci nutriamo di pubblicità. Noi sappiamo che i corpi sono apparenze. Sbiadite immagini una volta seducenti,come il volto di chi li ha creati. Cosa resta degli occhi in cui non si legge unemozione? Che effetto fa una bocca serrata nel silenzio? Che significato ha il gesto che richiama a un banale consumo che potrebbe essere illustrato da altri elementi, ma non necessariamente da un corpo? Nulla. Ed è la nullificazione della persona diventata oggetto che diventa essenziale alle nostre vite frastornate nelle quali niente è al posto in cui dovrebbe essere. Ci guardiamo dentro e non riusciamo più a leggerci niente, infatti. E ci domandiamo: ma come, fino a qualche tempo fa parlavo perfino con me stesso e adesso vedo il vuoto dentro di me? Già, per riconoscerci abbiamo bisogno dello specchio. E quel che vi vediamo riflesso è ciò che gli altri vogliono vedere di noi. Tutto, ma non la bellezza. 
Sarò fuori dal tempo, ma continuerò ad amare il corpo come tabernacolo dellanima. E lo onorerò. E pregherò per lui. E lo sosterrò quando sarà debole. E alla fine chiederò che su di esso scenda una benedizione. E, spero, che lultima immagine che passerà davanti ai miei occhi sia quella di una bellezza infinita che mi porti laddove le immagini si affollano e gli incontri si infittiscono. Dove le anime accarezzeranno i corpi che hanno abitato, finalmente riconoscendoli per quello che sono. Finirà allora la pandemia che ci assedia e che ci ha rubato la bellezza. Se Dio vorrà.  



venerdì 26 luglio 2013

Yves Bonnefoy ovvero l’ insidia della parola, la verità della pietra


Francesco Pullia

“Un nome vi è cancellato a ogni pagina,/ Ma il tratto che lo depenna è la luce”. A distanza di tre anni dalla pubblicazione, nei “Meridiani” Mondadori, dell’intera produzione poetica di Yves Bonnefoy, esce nella prestigiosa collana “Lo specchio”, sempre a cura di Fabio Scotto, L’ora presente, nuova raccolta di liriche dell’autore francese giunto ormai al traguardo dei novant’anni. Un libro straordinario, edito in Francia nel 2011, in cui si ritrovano i tratti distintivi di un incalzante versificare divenuto, con il passare del tempo, sempre più stigma di una dilacerante tensione tra presenza e assenza, essere e apparire, evidenza sensibile e idea.
Da un lato si assiste, infatti, all'incontenibile spinta della nominazione (l'impossibilità di negare un nome alle cose nel loro manifestarsi), dall'altro prevale la percezione dell'inadeguatezza e insuffcienza del medesimo atto. Ciò che si dà e si offre alla visione sfugge, nella propria ricchezza e complessità, alla parola e, insieme, anela, in modo irrefranabile, a evadere alla propria sottrazione.
Ne scaturisce un processo decostruttivo che mima nella poesia un procedimento analogo a quello dell’archeologia. Si scava cioè facendo sì che, man mano che si va in profondità, si acquisisca alla superficie l’oggetto nella sua nitidezza, così com’è, senza la sovrapposizione di significati. La scrittura, dunque, come “trivello che fora livelli di difesa, dando accesso a ricordi rimasti sigillati”. Le cose, gli eventi, sono ben “al di là” della loro designazione. La parola vorrebbe spingersi verso questo “al di là” ma, non appena si solleva dal proprio nulla, vede sciogliersi la cera delle proprie ali e precipita rovinosamente nel vuoto.
Il nome, ci dice Bonnefoy, non è come la pietra, è destinato a dissolversi dinanzi all’incandescenza del fuoco e all’ineluttabilità della morte. Può presagire, certo, l’accadimento restando, però, prigioniero della propria ambizione. E allora, ecco parole “che s’incurvano sotto la nostra penna”, “che ci escoriano”, garbugli che “celano buchi, nei quali perdiamo l’appoggio e scivoliamo, lanciando grida”.
Oltre la parola, al di là del verbo, si afferma la visibilità, perentoria nel proprio silenzio, degli alberi, delle cime, della donnola furtiva, del “disordine di pozzanghere e giunchi”, dei cespugli spinosi, dell’onda sbatacchiante contro il legno consunto di una barca, del giorno che si plasma nell’oscurità della notte, del fiore che aspira a riscattarsi dalla propria idea.
“La parola non salva, talvolta sogna” e il suo è un sognare epico, collettivo, in cui si consuma e celebra il rituale della nostra debolezza, della morte che si avvicina per stringerci le mani, pronta a rimboccare su di sé “il lenzuolo della luce”. La parola, dunque, non ci salva, ci illude. Nell’intreccio di memoria e oblio che costella il nostro graduale sparire, il nostro progredire verso il dissolvimento, noi abbiamo, però, bisogno non di un’illusione ma della sfolgorante pienezza di una verità che squarci il velo della dominazione e ci restituisca, come nella pregnanza dell’arte quattrocentesca o fiamminga, il mistero dell’evidenza.
Potrebbero esserci i presupposti per una rassegnazione senza via d’uscita, ma, con grande vigore, Bonnefoy ci invita a reagire, a risorgere, come araba fenice, dalle ceneri: “Ora presente, non rinunciare/ Riprendi i tuoi vocaboli dalle mani erranti della folgore, / Ascoltali fare del nulla parola, Osa/ Perfino nella fiducia che nulla prova./ Legaci di non morire disperati”.