sabato 6 aprile 2013

Richard Coudenhove-Kalergi, profeta disarmato dell’Europa







Gennaro Malgieri
                                 

Quando il 27 luglio 1972 Richard Coudenhove-Kalergi si spense a Schruns in Austria – era nato a Tokio il 17 novembre 1894, figlio di un diplomatico austro-ungarico e di Mitsuko Aoyama, discendente da una nobile famiglia di samurai -  l’Europa era senza speranza.
La divisione del mondo in blocchi la rendeva sostanzialmente irriconoscibile dal punto di vista politico perché non dotata di una sua autonomia. Si potrebbe dire che essa era la sintesi di tutto ciò contro cui aveva combattuto per oltre cinquant’anni Coudenhove-Kalergi, visto che il suo movimento “Paneuropa” non era riuscito a creare, nonostante le ottime intenzioni dei molti che vi cooperarono, le condizioni per la creazione, quanto meno, dei presupposti sui quali fondare l’unione europea. Uno sconfitto, dunque, l’aristocratico austriaco? Non si direbbe, dal momento che le sue idee, ben dopo la sua morte, hanno registrato attenzioni non sporadiche o frammentarie e “Paneuropa” continua ancora oggi ad essere un riferimento per quegli europeisti che non si accontentano di compromessi al ribasso per costruire l’unità continentale.
In altri termini, il lavoro appassionato di Coudenhove-Kalergi, riceve quotidianamente conferma da quanti si ostinano a ritenere la costruzione dell’Europa indispensabile al fine di dare al mondo un nuovo ordine.
Se oggi risulta non d’attualità uno degli obiettivi che “Paneuropa” si prefiggeva, cioè a dire la costruzione dell’alleanza difensiva politico-militare contro la Russia e l’America, perché si sono prodotti negli ultimi decenni cambiamenti radicali al punto che “quella” Russia, la Russia sovietica, non esiste più, resta attualissimo lo scopo di dare vita ad una Europa dei popoli, delle culture e degli Stati per fronteggiare i nuovi pericoli che la minacciano e favorire la coesione di un Continente che potrebbe esercitare un ruolo primario nella ricostruzione degli equilibri mondiali.
Un Continente, come verifichiamo ogni giorno, preda di egoismi nazionali (affatto diversi dalla sovranità che dovrebbero tutelare) che fanno temere il peggio di fronte ai quali il Trattato costituzionale su cui si fonda l’Unione europea risulta a dir poco inadeguato e l’ “allargamento” della stessa, legato essenzialmente a parametri economico-finanziari, piuttosto che ad oggettive necessità politiche, fa intravedere non una Grande Europa, ma un’Europa confusa, lacerata, incapace di darsi una politica per come i tempi richiedono.
Non diversamente da altri europeisti del suo tempo, che avevano vissuto nelle carni la tragedia della prima guerra civile europea, come Aristide Briand, innanzitutto, che il 5 settembre 1929 lanciò all’Assemblea della Lega delle Nazioni una proposta non dissimile da quella dello studioso austriaco, o da Stresemann, tutti preoccupati per la pace in Europa ed inclini a riconoscere nelle distorsioni di certo sciovinismo nazionalista le cause di nuove tragedie, Coudenhove-Kalergi considerava gli orizzonti geopolitici dell’avvenire modellati sull’antica aspirazione a dare al Continente una sostanziale unità fondata sulle radici culturali comuni dei popoli che l’abitano. Così come l’avevano pensata Dante Alighieri ed il coevo giurista francese Pierre Dubois. Ma fu un re boemo, Giorgio di Podiebrad, che nel XV secolo tentò di formare un’alleanza per difendere l’Europa dal pericolo dell’invasione turca: purtroppo chi avrebbe dovuto guidarla, il re francese Luigi XI, non se la sentì e l’Europa perse un’occasione per costituirsi come “nazione” davanti ad un oggettivo pericolo incombente. 
La prima guerra mondiale che apparve a Coudenhove-Kalergi come una catastrofe di prima grandezza, lo fece decidere per la creazione di “Paneuropa”: una decisione presa di fronte allo smembramento dell’Impero absburgico, all’emergere di risentimenti nazionalistici, al nuovo disordine europeo che la caduta dell’ecumene politico più antico e solido, dopo la Chiesa cattolica, aveva prodotto.
Nel suo libro Paneuropa del 1923, Coudenhove-Kalergi scriveva: “L’unica forza che possa realizzare Paneuropa è la volontà degli Europei; l’unica forza che possa essere formata da Paneuropa è la volontà degli Europei. Nelle mani di ogni singolo Europeo si trova parte del destino del suo mondo”.
Coudenhove-Kalergi era giunto a questa conclusione l’anno precedente, quando, dopo una serie di colloqui con importanti uomini politici europei, a cominciare da Thomas Masaryk, presidente della Repubblica Cecoslovacca, capì che non sarebbero venuti dalla classe politica gli aiuti indispensabili per “fare” l’Europa. Fu logico, quindi, per lui ricordare esempi illustri che potevano suggerirgli la strada: Mazzini con la Giovine Italia, Herzl con il Movimento Sionistico, Suhraworthy che inventò il Movimento Panislamico.
Furono sostanzialmente tre i motivi che indussero Coudenhove-Kalergi a dare vita al suo movimento. Nell’autobiografia, Una vita per l’Europa, li indica chiaramente: “Paneuropa era la sola via per evitare una seconda guerra mondiale. Il continente era diviso senza speranza in nazioni revisionistiche ed antirevisionistiche. La Germania, l’Ungheria, la Bulgaria e la Lituania premevano per ottenere la revisione. La Russia stava dalla loro parte per via della questione bessarabica e l’Italia, che col trattato di pace non aveva avuto soddisfazione alle sue rivendicazioni coloniali, minacciava di passare dalla parte dei revisionisti. La revisione di pace di Mustafa Kemal accendeva nuove piccole speranze nei revisionisti. La Francia, la Polonia e la Piccola Intesa erano decise a combattere con le armi ogni tentativo di revisione. Non occorreva essere profeta per prevedere che questi contrasti avrebbero portato presto o tardi a una nuova guerra mondiale. Soltanto Paneuropa poteva evitarla poiché sia i revisionisti che gli antirevisionisti potevano unirsi in un programma che avrebbe fatto sparire le frontiere in contestazione”.
Altro argomento favorevole a “Paneuropa” era che “soltanto con la creazione di un grande mercato europeo senza barriere doganali c’era la speranza di rialzare rapidamente il tenore di vita europeo”. Infine, in favore di “Paneuropa” militava la considerazione della minaccia russa: “Era da prevedersi che la Russia,  dopo il termine della guerra civile, si sarebbe rapidamente ripresa, grazie alle sue ricchezze naturali e alla sua potenza demografica. Nessuno dei suoi vicini europei avrebbe poi potuto resistere da solo alla sua pressione”
Il primo articolo di Coudenhove-Kalergi apparve  nell’estate 1922 contemporaneamente sulla berlinese Vossische Zeitung  e nella viennese Neue Freie Presse, nel quale osservava: “La questione europea si riassume in due parole: unificazione o disintegrazione”. E aggiungeva, con straordinaria lucidità e preveggenza: “L’Europa diventerà, ineluttabilmente, sempre meno potente nella politica mondiale, meno importante nell’economia mondiale, se continuerà a frantumarsi in divisioni interne, mentre il mondo extraeuropeo si concentra in imperi sempre più grandi e sempre più chiusi”.
Il solo modo, per il fondatore di “Paneuropa”, di scongiurare tale pericolo era la confederazione dell’Europa continentale , dal Portogallo alla Polonia: una sorta di Stati Uniti d’Europa. A tal fine Coudenhove-Kalergi concepì il suo movimento lanciandolo nella mobilitazione dell’opinione pubblica europea a favore dell’unificazione continentale con l’obiettivo di forzare i governi ed i partiti a prendere posizione sulla questione europea.
Il simbolo dell’ “Unione Paneuropea” era una croce rossa sopra un sole dorato. La prima ricordava le Crociate medioevali ed era il più antico simbolo della comunità europea al di sopra dei nazionalismi; il sole doveva rappresentare lo spirito europeo che ha illuminato il mondo nelle sovrapponibili espressioni della grecità e del cristianesimo: la croce di Cristo sul sole di Apollo.
Al movimento aderirono non soltanto eminenti uomini politici, ma anche leader spirituali ed intellettuali come Paul Claudel, Paul Valéry, Jules Romains, Thomas ed Heinrich Mann, Gherard Hauptmann, Rainer Maria Rilke, Stefan Zweig, Franz Werfel, Arthur Schnitzler, Sigmund Freud, Albert Einstein, Ortega y Gasset, Miguel de Unamuno. Ma anche artisti come Richard Strass, Bruno Walter, Max Reinhardt.
Il già ricordato Briand, ministro degli Esteri francese, promise ogni appoggio al nuovo movimento perché per lui, ricordò Coudenhove-Kalergi, “Paneuropa era una questione di cuore, non si accontentava di lodarla a quattr’occhi, come facevano tanti altri, ma era pronto a battersi apertamente per essa”.
Il primo congresso di “Paneuropa” ebbe luogo a Vienna dal 3 al 6 ottobre 1926 e fu presieduto da sei statisti: Eduard Benes, Joseph Caillaux, Paul Loebe, Francesco Saverio Nitti, Nicola Politis, Ignaz Seipel. Sulla parete di fondo della sala campeggiavano i ritratti di Carlomagno, Sully, Comenio, l’Abate di Saint-Pierre, Kant, Napoleone, Victor Hugo, Mazzini e Nietzsche. Il clima culturale era facilmente intuibile.
La storia di Paneuropa è una storia complessa, nutrita di fiducia, di speranza da parte del suo fondatore, ma è anche la storia di un’illusione che nulla toglie alla bontà dell’idea che porta avanti ancora oggi quando un’Europa incerta, confusa, dalla problematica identità si sta facendo strada. Comunque, va sottolineato, che soltanto un vero europeo, per cultura, vocazione e soprattutto per ascendenze familiari come Coudenhove-Kalergi poteva crederci.
La sua famiglia, come testimonia il doppio cognome, aveva origini olandesi e greche; nato in Giappone, dalla madre donna colta ed affascinante che ebbe un ruolo fondamentale nel suo sviluppo, il giovane Richard si formò in Austria ed in Boemia e nella ricca biblioteca paterna entrò in contatto con la storia, la filosofia, soprattutto con la cultura europea e le vicende dei popoli del Continente. In quella biblioteca maturò la sua idea di Europa spesso facendo girare il gigantesco mappamondo che troneggiava nella sala. Nella sua autobiografia raccontò che gli “piaceva farlo girare e sognare così Paesi lontani. Spesso tracciavo col dito il lungo viaggio che ci aveva portato da Tokio a Ronsperg. Quando i miei sguardi cadevano sulle isole giapponesi, pensavo ai miei nonni Kihachi e Yonne…La grande macchia verde che separava l’Austria dal Giappone era la Russia, Paese d’origine dell’altra mia nonna, dove per quarantasei anni suo zio Nesselrode era stato governatore. L’Austria, la Boemia e l’Ungheria mi erano naturalmente più familiari e anche la Germania, di cui varcammo spesso la frontiera durante le nostre gite nei boschi. Nei Paesi Bassi vedevo il Paese d’origine dei Coudenhove nel Belgio quella che fu per secoli la loro patria. I nostri nonni si erano incontrati a Parigi e a Versailles, il mio antenato che portava ancora il nome mezzo francese di Coudenhove  de la Fretture, era stato paggio dell’infelice Maria Antonietta. La Spagna mi rammentava Jacques de Coudenhove che venne a cavallo da Roma per portare a Carlo V la paurosa notizia che i suoi lanzichenecchi ammutinati avevano preso e saccheggiato Roma. Guardando il Mediterraneo, pensavo ai Kalergis di Creta e Venezia, mentre Bisanzio era la città per la quale il nostro capostipite Gerolfo Coudenhove aveva combattuto nella quarta Crociata. L’Inghilterra mi rammentava il nostro bisnonno inglese Kalergi, il milionario misantropo, mentre in Scandinavia cercavo la città di Bergen, patria di sua madre. A sud dell’Equatore, in Africa, vedevo mio zio Hans seduto tra i negri, mentre teneva in grembo la sua scimmia addomesticata. E dall’altra parte dell’Atlantico, mio padre mi indicò dove aveva abbattuto i due giaguari le cui teste erano fissate sul camino della biblioteca. Così la sfera terrestre tutt’intera mi pareva piccola e strettamente legata alla nostra famiglia sparsa ovunque”.
Un destino europeo, quello di Coudenhove-Kalergi. Al punto che precocemente riuscì ad intravedere un nuovo ordine del mondo a cavallo di avvenimenti che avevano squassato l’antico ordine europeo. Divenne, infatti, forse un po’ ingenuamente, fervente ammiratore del presidente americano Wilson convinto dal suo progetto di pace assecondato in Austria dal giovane imperatore Carlo. “Nulla – scrisse – mi legava al mondo dell’imperatore Guglielmo, tutto al mondo di Wilson. La mia grande speranza era la Società delle nazioni”. Quanto fallace si sarebbe rivelata la sua giovanile speranza, non tardò scoprirlo.
La filosofia di “Paneuropa” si ispirava a sentimenti personali e a valutazioni storico-politiche profondamente ponderate. Nel suo libro più importante dal titolo Paneuropa. Un grande progetto per l’Europa unita Coudenhove-Kalergi avvertì, con molta lucidità per l’epoca: “La causa della decadenza dell’Europa è politica e non biologica. L’Europa non muore di vecchiaia; muore perché i suoi abitanti si trucidano gli uni con gli altri e corrono verso la rovina con l’ausilio di tutte le risorse della tecnica moderna”. Ma, nello stesso tempo, nutriva una speranza che non l’avrebbe mai abbandonato riconoscendo che “l’Europa è ancora il serbatoio umano qualitativamente più ricco del mondo. I dinamici Americani sono degli Europei trapiantati in un altro contesto politico. I popoli europei non sono affetti da senilità, lo è il loro sistema politico. La trasformazione radicale di questo sistema può e deve portare al risanamento totale di questo continente ammalato”.
La constatazione lo portava a chiedersi se l’Europa frammentata politicamente e divisa economicamente poteva assicurarsi un avvenire di fronte alle potenze mondiali extra-europee in pieno sviluppo oppure se non sarebbe stata costretta ad organizzarsi in una federazione di Stati per poter sopravvivere e recitare un ruolo degno della sua storia sul palcoscenico mondiale. Coudenhove-Kalergi dispiegò tutti gli sforzi possibili per dare una risposta adeguata a questa prospettiva. L’Europa poteva vivere soltanto se le sue nazioni si fossero unite in un disegno comune fondato su una cultura comune. L’unità delle nazioni, insomma che esistono, diceva, e “sarebbe assurdo negarne l’esistenza”. Ma immediatamente aggiungeva, per sgombrare il campo da possibili equivoci che stavano malauguratamente prendendo piede in Europa, che “queste nazioni non sono comunità basate sul sangue, bensì comunità spirituali. Esse non hanno antenati carnalmente comuni, ma spiritualmente dei maestri comuni”.
Per Coudenhove-Kalergi “ogni nazione è un santuario”. Essa, asseriva con grande forza persuasiva, “è il laboratorio della cultura, il nucleo di cristallizzazione delle virtù civiche e del progresso. Come nei tempi andati le cattedrali erano il centro della vita religiosa, oggigiorno le università sono il centro della vita nazionale. Una guerra contro l’idea nazionale sarebbe una guerra contro la cultura. La lotta contro lo sciovinismo verrebbe gravemente compromessa se toccasse l’idea nazionale. Lo sciovinismo nazionale non può essere combattuto con un internazionalismo astratto, ma con un approfondimento ed un allargamento della cultura nazionale in una cultura europea, e con la diffusione del principio che tutte le culture nazionali d’Europa, nella loro stretta ed inestricabile interdipendenza, non sono altro che elementi costitutivi d’una sola grande cultura europea”.
La nazione europea, dunque, per Coudenhove-Kalergi, si configurava come una unità spirituale e culturale, cementata da un dato religioso inestirpabile. Si legge nel suo libro-manifesto: “L’Europa forma un tutto unico grazie alla religione cristiana, alla scienza europea, all’arte e alla cultura che poggiano su basi greche e cristiane. La storia comune dell’Europa iniziò con l’impero romano e le grandi invasioni, e continuò col papato ed il feudalesimo, la riforma e la controriforma, l’assolutismo e l’illuminismo, il parlamentarismo, l’industrializzazione, il nazionalismo ed il socialismo. Le costituzioni e le leggi dei diversi Stati europei sono senza confronto più vicine alle une e alle altre di quanto, in altri tempi, fossero quelle delle città-Stato greche. Gli Europei hanno in comune lo stesso stile di vita, la stessa maniera d’essere, la medesima struttura sociale, gli stessi punti di vista sulla morale e la famiglia, gli stessi costumi ed abitudini, lo stesso modo di vestire le cui mode sono sottoposte alle medesime variazioni. Gli orientamenti artistici nella pittura, nella letteratura e nella musica in Europa hanno un carattere altrettanto internazionale: romanticismo e naturalismo, impressionismo ed espressionismo. Del tutto identici sono i problemi della politica interna e della vita economica”. Insomma “l’unità della cultura occidentale ci dà il diritto di parlare d’una ‘nazione europea’ che si suddivide in diversi gruppi linguistici e politici. Se questo sentimento della cultura paneuropea riesce ad imporsi, ogni buon Francese, Tedesco, Polacco o Italiano sarà anche un buon Europeo”.
Questa convinzione indusse, non senza scetticismo, Coudenhove-Kalergi ad intraprendere un lungo viaggio tra i politici europei al fine di sensibilizzarli all’idea di “Paneuropa”. In questo peregrinare si avvicinò anche a Mussolini e all’Italia fascista intrattenendo con il regime rapporti contraddittori, altalenanti, difficili insomma.
Non fu tanto la diffidenza ispirata dall’aristocratico tedesco in alcuni ambienti del fascismo, quando la sua propensione ad un certo pacifismo (di tipo wilsoniano, come abbiamo visto) che all’epoca, in Italia, veniva scambiato per avversione alle rivoluzioni nazionali. Si trattava di un equivoco poiché Coudenhove-Kalergi simpatizzò inizialmente con la rivoluzione fascista, considerando il movimento di rinnovamento nazionale ai suoi esordi – così disse – erede di Mario e di Cesare. Questa convinzione lo spinse nell’estate del 1922, quando “Paneuropa” stava prendendo forma e la marcia su Roma ancora lontana, ad indirizzare a Mussolini , che reputava aperto ai problemi europei, una lettera con la quale lo invitata a farsi promotore di una conferenza per l’unificazione del Continente e per affermare una sorta di “dottrina di Monroe” europea fondata sull’assunto dell’identità spirituale e culturale dell’Europa. La proposta cadde nel silenzio, ma non nell’indifferenza. All’epoca Mussolini era preso da altri pensieri, ma non risulta che fosse preconcettamente ostile all’idea dell’unità continentale dal momento che si rendeva ben conto che l’emergere della potenza americana dopo la la guerra mondiale e la minaccia russa ponevano all’Europa problemi che prima del conflitto erano inimmaginabili.
Se Mussolini, del resto, fosse stato ostile all’idea dell’unione europea, Margherita Sarfatti non avrebbe potuto scrivere nella biografia del Duce che “se il presidente Wilson, che voleva ricostruire l’Europa con il programma la mentalità di un americano che non conosce affatto il vecchio mondo, fosse stato almeno coerente al suo pensiero, egli avrebbe parlato di Stati Uniti d’Europa e questo avrebbe costituito una speranza. Inoltre l’Europa, in paragone al globo terrestre, non è altro, anche se in una proporzione maggiore, che una piccola magnifica Ellade”. Dunque, la nozione di Stati Uniti d’Europa, cara a Coudenhove-Kalergi, circolava in Italia.
Il silenzio di Mussolini indusse comunque lo studioso austriaco a rivolgersi altrove. Per lui, nel suo progetto, l’Italia era troppo importante per poterla trascurare. Fu negli ambienti del fuoriuscitismo italiano antifascista, specialmente in Francia, che il fondatore di “Paneuropa” riuscì a fare breccia. Soprattutto Francesco Saverio Nitti si entusiasmò per il programma prospettatogli dal conte austriaco. A lui, insieme con altri, come abbiamo ricordato, Coudenhove-Kalergi affidò la presidenza del primo congresso del Movimento.
Tra fascismo ed antifascismo Coudenhove-Kalergi seppe muoversi abilmente, per nulla infastidito dal pregiudizio verso l’uno o verso l’altro. A lui interessava il risultato, perciò se le autorità italiane ufficialmente lo tenevano a distanza, lui, pur deluso, non abbandonava la partita che giocava su un piano diplomatico per quanto concerneva il rapporto con l’Italia fascista e su quello più propriamente politico-culturale per ciò che atteneva il rapporto con l’antifascismo militante.
In questo secondo ambiente, ricco anche di umori patriottici, dominato da un profondo sentimento liberale, Coedenhove-Kalergi seminò il suo paneuropeismo raccogliendo l’interesse, oltre che di Nitti, di Benedetto Croce, di Guglielmo Ferrero, di Gaetano Salvemini, di Guido Manacorda, di Carlo Sforza. Quest’ultimo ricordò nelle sue memorie che Coudenhove-Kalergi “non era un nazionalista illuminato, ma un vero patriota dell’Europa; europeo per cultura e pensiero, egli voleva porre la propria nazione al servizio dell’Europa, e non viceversa”. Sforza invitò Coudenhove-Kalergi, nel 1925, ad assistere ad una seduta del Senato del regno “per osservare Mussolini da vicino”. “Fui sorpreso – annotò Coudenhove-Kalergi – per il contrasto per le immagini monumentali del Duce e il suo aspetto niente affatto monumentale. Non aveva nulla dell’antico romano, ma tutto di un italiano moderno. Sembrava gli riuscisse difficile star tranquillamente seduto ad ascoltare i noiosi discorsi del Senato. Nervoso e irrequieto,sembrava irritabile e affaticato. Le sue belle mani erano in continuo movimento, i suoi occhi stralunati e roteanti ardevano, ma non luccicavano. Senza equilibrio interiore, sembrava sospinto dalle furie. Adesso capivo perché quell’uomo aveva lasciato senza risposta la lettera che gli avevo inviato due anni prima scongiurandolo di interessarsi alla questione europea. Quello che Mussolini cercava non era la quiete, ma il movimento; non la pace, ma la guerra”.
Il ritratto psicologico che Coudenhove-Kalergi tracciò di Mussolini, risentiva, con tutta evidenza, del momento politico. Il 1925 fu un anno cruciale per il fascismo ancora stordito dall’effetto dell’assassinio di Giacomo Matteotti. L’anno si era aperto con il discorso del 3 gennaio che introdusse la “costituzionalizzazione” della Rivoluzione. Mussolini non poteva essere tranquillo e “Paneuropa” non poteva essere in cima ai suoi pensieri.
Probabilmente le idee di Coudenhove-Kalergi vennero “catturate” da Mussolini soltanto dopo l’assemblea del Consiglio della Società delle Nazioni, nel giugno 1929 a Madrid, quando Aristide Briand, come ricordato, discusse il suo piano europeo.
Gli “Stati Uniti d’Europa”, come venne definito il progetto di Briand, non ebbero una favorevole accoglienza in Italia. Una delle più prestigiose riviste del fascismo, “Politica”,  diretta da Francesco Coppola e da Alfredo Rocco, prese posizione censurando l’iniziativa di Briand e bollandola come “un subdolo e futile espediente politico” tendente a conservare lo status quo. Briand – scrisse Coppola – “vuole che le attuali rispettive condizioni delle varie nazioni europee siano gelosamente e perennemente conservate, che il ricco resti ricco… La sua Paneuropa non è, in fondo, che un nuovo sistema complementare escogitato ad abundantiam in aggiunta alla Lega di Ginevra, al Patto Kellogg e simili statuti della ‘organisation de la paix’, per consolidare in perpetuo le attuali posizioni internazionali in una immobilità, che i Francesi chiamano ‘sécurité’, nella quale, in definitiva, i poveri, i digiuni, gli insoddisfatti, e, diciamo pure, i traditi, i defraudati, gli spogliati, dovrebbero volenterosi e riconoscenti, acconciarsi in eterno a montar la guardia intorno alla opulenta digestione degli altri”.
Tuttavia qualcosa in Italia, nel senso sperato da Coudenhove-Kalergi, si muoveva. A Roma si pubblicava, per iniziativa del giovane intellettuale Asvero Granelli, la rivista “Antieuropa” che pur non perdendo occasione per criticare Briand, rivelava nel profondo tendenze paneuropee, a dispetto perfino del titolo. Coudenhove-Kalergi concluse che “si trattava di una manovra subdola di Mussolini per guadagnare la classe intellettuale italiana all’idea di Paneuropa senza perdere la faccia”.
L’insistenza del conte austriaco sortì, infine, gli effetti sperati. Tramite Dino Grandi, ministro degli Esteri, riuscì nel 1933 finalmente ad incontrare Mussolini. “Lo trovai molto cambiato – ricordò anni dopo – da quando lo vidi l’ultima volta al Senato”. L’incontro fu caratterizzato da due temi, solo in apparenza “impolitici”: l’europeismo di Nietzsche e la questione razziale che cominciava ad espandere le sue ombre minacciose in Europa. Mussolini definì assurdo il razzismo di Hitler concordando con Coudenhove-Kalergi che gli fece osservare come un nazista “non poteva mai ritenere suo eguale un italiano, dato che considerava i popoli mediterranei dai capelli neri come incroci tra ariani biondi e negri”. Mussolini consentì con il suo interlocutore: peccato che cinque anni dopo dimenticò quella conversazione e quel tale articolo, ricordato a Coudenhove-Kalergi, scritto qualche anno prima nel quale sosteneva come i popoli mediterranei avessero dato origine a tutte le grandi opere culturali e come “i barbari del Nord” avessero cercato sempre di distruggerle.
Parlarono anche di Nietzsche che Coudenhove-Kalergi interpretava come un precursore del movimento paneuropeo, tanto che sulla sua rivista “Paneuropa” aveva pubblicato pagine di citazioni del filosofo tedesco. Anche su questo punto Mussolini fu d’accordo, ritenendo Nietzsche suo maestro.
Su temi più squisitamente politici, la consonanza tra lo statista italiano e l’aristocratico austriaco fu totale. Mussolini si mostrò favorevole all’idea di un’unione latina con la Francia quale baluardo contro le mire pericolose del terzo Reich; e si disse pure interessato alla complessiva idea paneuropea. Insomma, un’inversione di rotta totale, sintomo del mutato atteggiamento del regime verso il movimento di Coudenhove-Kalergi che colse accenti nuovi nella pubblicistica di politica internazionale fascista  ed in particolare nell’ “Antieuropa “ di Gravelli. Scopo di questi, secondo il conte “era di guadagnare l’opinione pubblica alle mie idee e di organizzare, con l’approvazione di Mussolini, la sezione italiana dell’Unione Paneuropea”.
Delegazioni italiane parteciparono da quel momento  all’attività di “Paneuropa”. Mussolini stesso non nascose le proprie simpatie per il movimento. In un’intervista rilasciata nel 1934 al quotidiano “L’Intrasigeant” sembrò quasi voler prendere il posto del non amato Briand. Dichiarò in quell’occasione: “E’ logico che il destino dei grandi popoli europei dipenda dalle decisioni di piccoli e lontani popoli, che meritano senz’altro, a ogni riguardo, la nostra stima, ma di cui tre quarti degli europei ignorano perfino la posizione geografica?  No. La Società delle Nazioni è stata una creazione ideologica delle democrazie, essa non ha mantenuto il contatto con la realtà, e la pace è divenuta pertanto un ideale vacillante, metafisico e instabile. L’Europa l’ha guidata e ne ha tratto profitti. Oggi l’Europa, presa tra l’America ed il Giappone, sta per mancare al suo compito. Se l’Europa vuole di nuove prendere piede e salvarsi, deve trovare un minimo di unità. Quello che occorre ai grandi popoli europei, quello che deve unirli, è lo spirito europeo”.
Accenti che non potevano lasciare insensibile Coudenhove-Kalergi il quale riteneva che l’unione europea non è soltanto una questione di mercati e di circolazione di merci, ma è una questione di cultura e di destino intorno a cui costruire un disegno politico. Coudenhove-Kalergi lo fece presente a Mussolini in varie occasioni. L’incontro che ebbe con il capo del Governo italiano il 9 maggio 1936 lo ricordò così: “Il duce era di splendido umore (la conquista dell’Etiopia era appena avvenuta, ndr). Mi salutò cordialmente. Ciano era con noi. Venimmo subito a parlare della situazione politica. ‘Hitler è sulla via di dominare l’Europa’, dissi. ‘L’unico mezzo per fermarlo è una stretta alleanza tra l’Italia e la Francia’. Questo pensiero era familiare a Mussolini. Il suo sogno difatti non era mai stato Paneuropa bensì una federazione palatina contrapposta all’Europa germanica, anglosassone e slava. Il nocciolo di questa unione doveva essere formato da una stretta alleanza franco-italiana che praticamente aprisse l’Africa del Nord alla colonizzazione italiana. Naturalmente questa unione latina si sarebbe estesa anche alla Spagna e al Portogallo, con l’appoggio dell’America Latina. Dopo aver parlato per un’ora, Mussolini mi accompagnò alla porta e mi promise di riflettere sulla cosa. Dovevamo rivederci due giorni dopo.
“Due giorni dopo Mussolini iniziò il nostro nuovo colloquio con le parole: ‘La sua politica è geometrica, è logica, ma purtroppo inattuabile’. Aprì il cassetto della sua scrivania e ne trasse un giornale: ‘Qui, guardi, nel Populaire, Léon Blum depreca che non sia riuscito alla Società delle Nazioni di strangolarmi’, e così dicendo si portò le mani alla gola: ‘come posso accordare la mia fiducia ad un uomo simile?’. Blum era appena uscito vincitore dalle nuove elezioni e doveva formare quanto prima il nuovo governo. Mi fu difficile contraddire Mussolini, quando mi disse che il nuovo governo del Fronte popolare non avrebbe certo avuto voglia di allearsi con lui. ‘Inoltre’, aggiunse, ‘l’Inghilterra non permetterà mai un’unione tra la Francia e l’Italia!’. Infine mi disse che avrei potuto tentare di parlare con i nuovi governanti della Francia. La sua condizione era che l’unione dovesse comprendere esclusivamente la Francia e l’Italia, senza includere l’Inghilterra e la Jugoslavia, e che dovesse andare al di là di una alleanza politica. La collaborazione coloniale ed economica avrebbe dovuto essere altrettanto stretta di quella militare. Senza troppe speranze andai a Parigi. Discussi delle proposte di Mussolini col nuovo vice-premier, Camille Chautemps, e con Léger. Presto riconobbi la completa inutilità di voler intraprendere simili trattative tra un governo fascista e uno nettamente antifascista. Mussolini aveva ragione: l’unione franco-italiana era necessaria, ma nel contempo impossibile. Ai primi di luglio ero di nuovo da Mussolini. Non rinunciava all’idea di un’alleanza con la Francia, ma voleva aggiornarla in attesa che un nuovo governo francese fosse al potere. Poneva le sue speranze su daladier. Mussolini sembrava ancora sostenere la indipendenza dell’Austria senza essere ancora deciso a diventare il compagno di Hitler”.
Questo ricordo di Coudenhove-Kalergi è di estrema importanza per comprendere le responsabilità dei governanti democratici nella nefasta alleanza tra l’Italia e la Germania nazista: Léon Blum fece di tutto per gettare Mussolini nelle braccia di Hitler e la testimonianza del fondatore di Paneuropa lo dimostra. Le speranze di quest’ultimo naufragarono, comunque, dopo il varo delle leggi razziali, sciagurato pegno pagato all’alleanza che Mussolini stesso soltanto qualche anno prima giudicava impossibile.
In Italia Coudenhove-Kalergi ebbe rapporti con il segretario di Stato vaticano Eugenio Pacelli, con il sostituto monsignor Montini, e poi, dopo la guerra, con don Sturzo, con De Gasperi che fu tra i fondatori nel 1948 dell’Unione parlamentare europea e tra i promotori, con Adenauer, Schuman, Spaak del Consiglio d’Europa nel 1949.
Negli anni Sessanta, Coudenhove-Kalergi provò a tracciare un bilancio di “Paneuropa”, dopo quarant’anni di attività. “Si tratta di un bilancio positivo”, scrisse. “In quarant’anni noi siamo riusciti a trasformare l’antica nozione di un’Europa unita da un bel sogno in un movimento politico, grazie al quale fatti storici si sono realizzati”. Restava il sogno nel cassetto: l’unione politica dell’Europa. Resta ancora sullo sfondo. E non c’è più per le contrade del Vecchio Continente un uomo che sappia animarlo come Coudenhove-Kalergi. Dopo la guerra questo grande europeista, generoso ed incompreso, con amara lucidità scrisse in un libro ricco di straordinarie suggestioni culturali e politiche, dal titolo pieno di speranza, L’Europa si desta: “L’Europa si è oggi smarrita e non sa ritrovare questo grande sentiero della sua civiltà e si perde nel deserto dello scetticismo, della demagogia, della barbarie, delle frasi fatte e del cinismo. In tal modo essa ha dimenticato la sua grande tradizione, che le conferiva tanta potenza e prestigio di fronte a tutta l’umanità. La sua potenza ed il suo prestigio sono ora scossi, per colpa degli stessi europei”. Chi può sostenere il contrario?
Frequentando il Consiglio d’Europa dal 2001 mi è accaduto di soffermarmi spesso davanti al busto di Richard Coudenhove-Kalergi affiancato a quelli di noti fondatori dell’Europa ricordati. Credo di essere stato il solo o uno dei pochi a riconoscerlo come grande europeista degno di trasmettere la sua creatura Paneuropa all’arciduca Otto d’Asburgo, figlio dell’ultimo imperatore Carlo e di Zita di Borbone Parma. Una volta una deputata baltica mi chiese a chi appartenesse quella testa in bronzo davanti al quale tutti passavano frettolosamente. Faticosamente provai a spiegarglielo. Qualche mese dopo, incontrandola, ne sapeva più di me. E mi confessò il suo stupore avendo appreso che in Austria, politici ed intellettuali, lo avevano rimosso. Mi ringraziò dicendomi che soltanto uomini del genere potrebbero dare un’anima all’Europa. Già, ne avessimo o se soltanto li ricordassimo…
                                                                          



venerdì 5 aprile 2013

Il volto amico dell'austerity: un aiuto a riscoprire l'essenziale




Gennaro Malgieri
La crisi economica ci ha costretti a fare i conti con ciò che è essenziale e con ciò che non lo è. È pur vero che alcune rinunce sono state, e sempre più lo saranno, dolorose in termini di appagamento individuale e di gratificazione collettiva. Ma pensarci come fruitori e non più soltanto come consumatori, non è detto che sia un male. Beninteso, nessuno è talmente folle da scambiare la sobrietà con la povertà: chi intende muoversi su questa strada si esercita in una ignobile demagogia i cui effetti non è difficile individuare in una depressione generale con l’inevitabile conseguenza di far regredire la società a uno stadio quasi barbaro. È possibile muoversi, però, in tempi di magra lungo il percorso dell’austerità dei costumi e dei consumi, dello stile di vita insomma, dopo aver a lungo indugiato attorno a un narcisistico compiacimento di noi stessi nutrito dalla certezza di poter contare su inesauribili risorse, fosse pure a scapito dell’ambiente e dei rapporti umani.
Sono quasi tutti concordi – economisti, sociologi, studiosi dei mutamenti sociali e individuali, osservatori delle tendenze – che il consumismo e gli effetti a esso legati siano da considerarsi relegati in un’epoca che difficilmente rivivrà. Aggiungono che è bene attrezzarsi psicologicamente, soprattutto, ai tempi nuovi se non si vuole restare prigionieri di un passato che, a dirla con un minimo di onestà intellettuale, è stato attraversato più da ombre che da luci. E, forse, proprio per questo siamo finiti così male.
Mi ha colpito un dato nelle analisi sugli effetti della crisi: quello alimentare. Dal 2007 fino al 2011, quando la crisi si è fatta più acuta, il 13% del cibo che finiva nel carrello della spesa e intasava il frigorifero veniva puntualmente gettato nel secchio dell’immondizia. La percentuale poi si è ridotta al 4%. Effetto della necessaria autoregolamentazione? Non vedo altra spiegazione. E lo stesso dicasi per ciò che concerne l’abbigliamento, i gadget elettronici, i prodotti di bellezza e via seguitando. La materialità, insomma, ha subito una contrazione le cui conseguenze sul piano della resistenza delle abitudini va ovviamente accertato con il passare del tempo. Infatti, è giusto porsi domande “cruciali” al riguardo.


Può, per esempio, non essere un bene in termini macroeconomici soprattutto per le ricadute sull’occupazione. Ma questo problema potrebbe essere affrontato e magari risolto immaginando l’avviamento a mestieri desueti per giovani che attendono un primo impiego, per esempio nell’agricoltura, nella cura del paesaggio,nell’incentivazione dell’artigianato che in Italia è praticamente morto. Sicuramente non è un male se l’eccesso di materialismo pratico, rappresentato dal consumismo compulsivo, ci mette davanti al nostro destino di sperperatori di risorse e di avidi distruttori della natura e della nostra stessa anima in rapporto con la bellezza, la cultura, la riflessione sul tempo, la caducità di ciò che come surrogato dovrebbe riempire le nostre esistenze non avendo altro a cui rivolgerci se non alla devastante abbondanza del superfluo tanto per immergerci in qualcosa che dia un senso all’attraversamento della nostra vita.
Indipendentemente dalle considerazioni che pur sarebbero (e sono) legittime sul divario insanabile tra aree del Pianeta ricchissime e altre (assai più vaste) poverissime, immagino che sia venuto il tempo di regolare i conti con noi stessi riscoprendo il piacere di vivere senza strafare e di non morire ricoperti delle inutilità agghiaccianti di cui sono ricolmi i nostri armadi e le nostre case le quali, lungi dall’essere oggettivamente belle e confortevoli, sono perlopiù magazzini in cui ammassiamo di tutto soltanto perché sollecitati da un impulso insano al possesso.
La riscoperta del piacere delle piccole cose, delle cose cioè che danno gioia autentica, è perfino possibile che contribuisca a riconnetterci a una visione austera, ma non per questo grigia o mortifera, dell’esistenza. Consapevole di far parte di una minoranza e di attirarmi le critiche degli “sviluppisti”, ritengo che la cultura del condizionamento abbia devastato individui, famiglie e comunità. L’invidia sociale, ampiamente analizzata anche dai morfologi della storia del secolo scorso, ha il suo fondamento nella corruzione del sentimento di solidarietà che è stato a fondamento della civiltà occidentale almeno fino all’avvento della rivoluzione industriale. Da questa sono scaturite le guerricciole che, assumendo dimensioni imponenti, hanno legittimato teorie come quelle formulate da Marx e dai suoi epigoni. Ma questo è un altro discorso.


Ciò che mi preme sottolineare nelle circostanze attuali è lo smarrimento di fronte alle oscene cattedrali del consumo dove si trova di tutto e si scopre, tornando a casa, che si è acquistato l’irrilevante, l’inutile, l’inessenziale. La gioia di poter finalmente scegliere, limitandosi a incursioni dove si sa che cosa trovare, e non essere scelti dall’ammiccante offerta, dovrebbe rendere il consumatore nuovamente arbitro di se stesso, responsabile dei suoi gusti e delle sue tendenze, protagonista di un mercato che nessuno dovrebbe condizionare e soprattutto invogliarlo a preferire la qualità piuttosto che la quantità. Tutti abbiamo provato a girovagare nei freddi ipermercati dove dagli scaffali vengono sollecitazioni che muovono la mano dell’acquirente quasi mai cosciente del gesto compiuto. Che cosa si porta via se non un’illusione di abbondanza il più delle volte non necessaria?
Non vorrei si confondesse la recessione con l’austerità, naturalmente. La prima, incide non soltanto sui consumi superflui, ma soprattutto sulla vita pubblica di ciascuno di noi e sulla mercede di cui abbiamo bisogno oltre che sui servizi essenziali e irrinunciabili. La seconda è uno stile di vita che, per quanto sollecitata dalle contingenze, non soltanto non fa male, ma produce una piccola rivoluzione interiore che se coincide con la decrescita delle illusioni consumistiche non credo sia un male. L’austerità, in altri termini, se correttamente intesa, dovrebbe farci riscoprire la semplicità delle piccole cose ed immetterci in una dimensione più naturale e comunitaria, nella quale perfino la lentezza diventa un valore mentre finora è stata vista come un handicap. E, soprattutto, lo spreco delle risorse spirituali dovrebbe essere limitato a vantaggio di una maggiore consapevolezza di se stessi nell’ambito di un universo complesso che è stato maledettamente ingiusto e crudele ridurre a una semplice “cosa” dalla suggere il massimo del piacere effimero, cedendo alle lusinghe delle agenzie di consumo e alle culture della materialità e del relativismo per le quali il massimo delle passioni a cui votarsi dovrebbe essere l’accaparramento dei beni.
Dalla “produzione” di avidità a quella di prodigalità e di frugalità il passo è indubbiamente molto lungo. Ma non è detto che non lo si possa fare. Se non si è capito, dalla crisi si esce abbracciando una rivoluzione sottile destinata a durare e a cambiare il nostro modo di vita che nessuno può immaginare peggiore di quello che abbiamo conosciuto, venerato, santificato negli ultimi trent’anni.
Il solo fatto di riappropriarci del nostro destino è un fattore di crescita. La sola crescita alla quale dovremmo essere sensibili.

giovedì 4 aprile 2013

E il 4 aprile di trentacinque anni fa arrivò Goldrake




Giovanni Tarantino

4 aprile 1978, esattamente trentacinque anni fa: la voce di una giovane presentatrice, Maria Giovanna Elmi, dà via a una rivoluzione. Trentacinque anni fa faceva infatti la sua comparsa nelle televisioni italiane il personaggio di Goldrake, il cartone animato che avrebbe poi cambiato gusti e sogni di un’intera generazione di bambini. Poco prima delle 18,45 di quel giorno l’annunciatrice presentava la prima messa in onda di Atlas Ufo Robot, nell’ambito del contenitore televisivo “Buonasera con...”. Nessuno sapeva di cosa si trattasse esattamente: si vociferava di una serie animata molto amata all’estero, sicuramente differente dalle varie serie che popolavano la tv di allora, come quelle di Disney, Hanna & Barbera o della tradizionale Warner Bros. E tutto cominciò con un errore: il titolo. Il robot, che in Giappone era chiamato Grendizer, nella versione europea divenne Goldrake, nome facile da memorizzare, anche se per i primissimi tempi qualcuno fece fatica scambiandolo per Mandrake, altro genere, altra saga rispetto al robot. Altri ancora, ovvero i fratelli maggiori a loro volta bambini negli anni ’60, sorridevano ricordando un fumetto erotico dal titolo simile.
Così, il titolo originale con cui Goldrake andò in onda fu Atlas Ufo Robot. Dove sta l’errore? La serie giapponese fu acquistata in Francia, dove il manuale di istruzioni di un programma tv si chiama tecnicamente Atlas. Questo venne ignorato dai funzionari Rai che pensarono che quella parola, Atlas, facesse parte del titolo Ufo Robot. Introdotto da una sigla divenuta poi mitica composta da musicisti come Luigi Albertelli, Vince Tempera e Ares Tavolazzi (gli ultimi due poi divenuti componenti fissi della band che supporta Francesco Guccini), Goldrake divenne la liturgia di ogni fine pomeriggio: «Mangia libri di cibernetica/ insalate di matematica/ e a giocar su marte va/ Lui respira nell’aria cosmica/ è un miracolo di elettronica/ ma un cuore umano ha/ Ma chi è?, Ma chi è?/ Ufo Robot Ufo Robot!». La saga, assai semplice, e tratta da un fumetto del genio Go Nagai, autore tra gli altri di Mazinga Z e Grande Mazinger cui Goldrake è in parte collegato, nonché di altre storie come Jeeg Robot d’acciaio, vedeva protagonista il coraggioso principe Actarus, dai capelli romanticamente scombinati, nato sulla lontana stella Fleed, combattere il malefico Re Vega, distruttore di mondi intenzionato a dominare su tutto l’universo con fare tirannico. Actarus, fuggito a bordo del robot da battaglia Goldrake, si era rifugiato sulla Terra e aiutava quindi i terrestri a resistere contro le mire espansionistiche dei veghiani.
Il tutto condito di guerre spaziali, combattimenti contro alieni spietati, tempeste d’acciaio e dolori psicologici che tuttavia rappresentavano un’evasione sana che precedeva la triste realtà dei telegiornali di fine anni ’70, quasi sempre testimoni di realtà allora crudelmente violente. Era infatti quello l’anno delle Brigate Rosse e del sequestro Moro, della strage di Acca Larenzia, delle vittime della follia estremista e delle bombe. Ma vi è di più: quel cartone animato insieme agli altri già citati, gli anime per dirla alla giapponese, rese popolare in Italia la cultura tradizionale nipponica: vi era una riproduzione delle armature dei Samurai in quelle futuristiche dei robot, l’uso delle armi era sempre accompagnato da un rituale grido che serviva a liberare il Ki , la potenza, le posture dei personaggi erano quelle tradizionali dell’iconografia orientale così come i mostri erano raffigurazioni di demoni della tradizione giapponese.
Immediatamente, per la Goldrake generation di quei ragazzi nati tra il 1965 e il 1975, impazzò la Goldrake mania: si canticchiava la sigla per strada, ci si vestiva da Goldrake nel periodo di Carnevale, e si passavano intere giornate, a scuola, ad esaltare le gesta di Actarus, il personaggio che nella fiction pilota il robot, citando le appropriate esclamazioni bellico-futuristiche: «Alabarda spaziale!», «Maglio perforante», «Lame rotanti». I più grandi, quelli che avevano sorriso del nome Goldrake che ricordava loro la testata di un precedente fumetto erotico di Renzo Barbieri, erano invece impegnati in politica, con tutto quello che questo poteva significare in quel periodo.
Guardare un cartone animato come Goldrake era considerato minimo come politicamente scorretto. Sempre che al grido di «Alabarda spaziale» qualche bambino non si fosse beccato del “fascista”.
Infatti ci fu anche chi volle invece inimicarsi sul serio i cartoon degli Ufo Robot, come 620 famiglie di Imola che pensarono bene di presentare una protesta ufficiale al governo, ritenendo quelle immagini altamente lesive nei confronti dell’educazione dei minori nonché estremamente violente e fagocitanti all’odio. Addirittura Silverio Corvisieri, ex di Avanguardia Operaia, ex redattore dell’Unità e poi, all’epoca dei fatti, deputato eletto come indipendente di sinistra, presentò una specifica interpellanza parlamentare. E lo stesso Corvisieri su Repubblica fu autore di un intervento molto polemico contro Goldrake: «Milioni e milioni di bambini italiani in queste settimane – annotava allarmato sul quotidiano diretto da Eugenio Scalfari – sono letteralmente rapiti dall’entusiasmo per Goldrake, il grande protagonista televisivo che è insieme uomo, moderno samurai e ultrapotente macchina da guerra spaziale». Nell’articolo, intitolato “Un ministero per Goldrake”, Corvisieri – all’epoca membro della Commissione di vigilanza Rai – segnalava la forte valenza politica di quei cartoni animati, in grado secondo lui di veicolare un messaggio sicuramente più incisivo delle stesse trasmissioni politico-istituzionali: «Quando ci si renderà conto, soprattutto a sinistra – ammoniva il parlamentare – che i pezzetti di tribuna politica peraltro necessari, e polivalenti documenti sugli indirizzi generali non scalfiscono minimamente la realtà della Rai?». Una televisione di Stato che nonostante la riforma del ’75 era, sempre a giudizio del preoccupato Corvisieri, sostanzialmente caratterizzata da trasmissioni “poco educative” come «Furia, Zorro, Goldrake, o Portobello, Scommettiamo e Domenica In». Quello che secondo alcuni era un incentivo all’odio e alla violenza in realtà era un rassicurante messaggio che presagiva la finale supremazia del bene sul male. Che il bene fosse destinato sempre a vincere del resto lo annunciava anche la sigla di chiusura, realizzata da Albertelli, Tempera e Bandini: «Và, distruggi il male, và!/ Mille armi tu hai non arrenderti mai, perché il bene tu sei, sei con noi!». Ma anche sulla sigla l’ex avanguardia operaia Corvisieri ebbe a ridire, nella sua personalissima battaglia contro Goldrake, criticando il fatto che i bambini ne conoscessero a memoria il testo:«Lo conoscono e lo cantano, spesso in coro nelle aule scolastiche, tutti o quasi i bambini dai quattro ai dieci anni. Ho visto un ragazzino cantarlo con grande fierezza e quasi con le lacrime agli occhi: “Si trasforma in un razzo missile/ con circuiti di mille valvole/ tra le stelle sprinta e va…”». Ironia della sorte: anni dopo, un esperto di musica come Gegè Telesforo indicò quella sigla come possibile colonna sonora per la destra degli anni duemila.
Di fronte all’esplosione del fenomeno Corvisieri invitava i genitori “democratici” a prendere provvedimenti contro la “tentazione giapponese”: l’appello attecchì soprattutto tra i genitori riuniti in associazioni laiche, cattolico-solidariste, democratiche e antifasciste, tipiche voci di una sinistra bacchettona che proseguì il dibattito anche sul mensile Alter Alter denunciando Goldrake come portatore di un pericoloso messaggio subliminale che aveva come scopo quello di «abbassare il livello critico del fruitore e far acquisire miti e modelli di comportamento propri del sistema» considerati discutibili.
La critica nei confronti di Goldrake durò a lungo, l’eroe dei bambini fu vittima di processi per direttissima in televisione da parte di questo o di quell’esperto di sociologia o di pedagogia. Si ricorda che a quei tempi un solitario e non conformista Gianni Rodari prese le difese di Actarus e compagni con un articolo intitolato "Dalla parte di Goldrake" comparso su Rinascita, dove la creatura di Go Nagai veniva definito come un “Ercole moderno”.
In nome dei valori tradizionali, comunque, sarà soprattutto da destra che arriveranno le arringhe in difesa di Goldrake.
Qualche tempo dopo anche lo storico Franco Cardini si lanciò in un’appassionata arringa - «E io difendo Mazinga» - in favore dei cartoni animati nipponici. E nel maggio del 1980 sul quindicinale Linea un articolo intitolato «In difesa di Goldrake» finirà in prima pagina, in difesa del diritto dei ragazzi a sognare con quegli eroi del Sol Levante. Nel volgere di breve tempo Goldrake surclassò l’antagonista “per femminucce” Heidi. «Per la “generazione Goldrake” le battaglie di Actarus furono una filosofiadi vita. Rappresentavano – ha commentato su La Stampa Bruno Ventavoli – con immagini semplici il coraggio, la perseveranza, la giustizia, e pure un tocco d’amore per la ninfetta Venusia. La realtà era piena dicattivi maestri che insegnavano cose brutte. Quel principe dal volto bambino era un piccolo Davide costretto ad affrontare e battere minacciosi Golia».
Arrivarono anche le t-shirt, i pupazzi gonfiabili, le già citate maschere da carnevale, i libri, i dischi che contagiarono la generazione dei cosiddetti “paninari”, quelli che crescendo a Milano si riuniranno nei pressi del bar “il Panino”, o a Roma in altri fast-food e che verranno soprannominati anche “fasci-bar”. Quei ragazzi descritti nella canzone Gli anni di Max Pezzali cresciuti proprio guardando Goldrake, il cartoon che ha rappresentato una delle vie della riscoperta del mito da parte degli adolescenti anni ’80. Simbolo di un’intera generazione che trentacinque anni dopo è rimasta fedele a quell’icona.

Perché in Italia l'unica rivoluzione l'ha fatta l'Adelphi





Luciano Lanna

Intanto, facciamo parlare i suoi ricordi: “Di quando Bobi Bazlen mi parlò per la prima volta di quella nuova casa editrice che sarebbe stata Adelphi posso dire il giorno e il luogo, perché era il mio ventunesimo compleanno, maggio 1962, nella villa di Ernst Bernhardt a Bracciano. E Bazlen accennò subito all’edizione critica di Nietzsche e alla futura collana dei Classici”. A scriverlo è Roberto Calasso, l’uomo che dal 1971 diverrà il direttore editoriale della casa editrice, nel suo bel saggio L’impronta dell’editore (Adelphi, pp. 164, euro 12,00), un vero e proprio omaggio al marchio e al logo che hanno cambiato la faccia (e la geografia) delle librerie e delle biblioteche italiane. Se l’egemonia illuminista e neomarxista, che aveva imperato in Italia dall’immediato secondo dopoguerra sino a quel momento, era dovuta soprattutto all’entourage culturale che faceva riferimento alla torinese Einaudi, per una strana eterogenesi dei fini l’alternativa arrivava proprio da una costola della stessa casa editrice di Vittorini e Pavese. Luciano Foà, l’ideatore dell’Adelphi, lavorava infatti all’Einaudi a fianco del filosofo Giorgio Colli e del letterato Roberto “Bobi” Bazlen. E già allora, Foà aveva un progetto ambizioso: la pubblicazione integrale dell’opera di Nietzsche, riprendendo tutto il materiale  allora conservato nella Germania Est. Ma per quelli della Einaudi era un progetto impossibile, sulfureo, pericoloso. Una chiusura ideologica che è stata raccontata tra gli altri anche da Pierluigi Battista nel suo saggio Il partito degli intellettuali: “L’opportunità di pubblicare le opere complete di Nietzsche fu all’origine di una spaccatura dentro Einaudi e della nascita dell’Adelphi. Che l’edizione critica di Nietzsche a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, destinata a diventare, completa, testo di riferimento universale e canone consacrato della lettura nietzschiana in tutto il mondo non fosse riuscita a infrangere il veto di chi, come lo storico Delio Cantimori, aveva dichiarato di non sopportare l’idea che nello stesso scaffale si allineassero volumi di Nietzsche accanto a quelli di Gramsci e Salvemini, questa circostanza offre un ritratto eloquente del groviglio di timori e di tabù che dettavano ancora alla metà degli anni ’60 i comportamenti editoriale del ceto intellettuale italiano”.
E così, nel 1962, l’Adelphi nasceva come atto di ribellione contro la dittatura egemomica gramsciana, post-togliattiana e neoilluminista. E s’impone subito, dopo una conversazione tra Bazlen e Cristina Campo, l’idea dei “libri unici”, libri “che molto avevano rischiato di non diventare mai libri”. Già allora – spiegava Calasso, illustrando l’impianto di quella particolare casa editrice – balzava in primo piano “l’idea di far attenzione ai singoli libri, non al genere, alle mode o al mercato, che era poi l’idea di pubblicare libri unici, libri che durino nel tempo, ben tradotti, ben curati e stampati senza refusi, ognuno dei quali contribuisse a creare un catalogo stabile”. E nell’arco di un ventennio, lo si volesse o no, la Adelphi riuscirà a disegnare un vero e proprio nuovo paesaggio culturale e mentale. “In questo paesaggio – ha detto Calasso – sono essenziali Heidegger come Wittgenstein, Carl Schmitt come Herzen, René Guénon come Valéry, Gottfried Benn come Marina Cvetaeva, Cioran come Kraus…”. Un paesaggio mentale disegnato soprattutto con tanti autori decentrati ed eccentrici rispetto alle culture egemoni: da Céline a Juenger, da Konrad Lorenz a Joseph Roth, da Gurdjieff a Pirsig, da Langendorf a Dimitrijevic, da James Hillman a Geminello Alvi. Per non dimenticare René Daumal e Cristina Campo, J.R.R. Tolkien e Bruce Chatwin, Milan Kundera e Ceronetti, Franco Volpi e Antonio Gnoli, Cacciari e Knut Hamsun… 
“Già verso la metà degli anni Settanta – raccontava Laura Barbiani su Pagina in occasione del ventennale della casa editrice – giovani di ogni età, magari in apparenza lontani in quanto a interessi e formazione, andavano in libreria non solo per comperare un libro determinato, ma anche per guardare, tenere in mano e poi possedere un libro di quel particolare scaffale”. Che l’Adelphi – “l’editore più attento ai grandi scrittori difficili e rimossi del nostro tempo”, secondo Ugo Volli – viaggiasse da subito in una dimensione diversa rispetto all’editoria che si muoveva sull’asse Torino-Bari, cioè tra Einaudi e Laterza, era possibile del resto intuirlo dall’aspetto stesso di quei libri, dalla particolare veste grafica: copertine color pastello, in tinta unica, di cartoncino leggermente ruvido. Caratteristiche comuni sia alle collane maggiori che alla Piccola Biblioteca, la collana economica che ha senza dubbio contribuito a cambiare la cultura in Italia. E poi quel logo: così deliziosamente arcaicizzante e misterioso che sembra alludere a significati reconditi, con quelle due figure umane essenziali e quella base semicircolare che richiama più o meno velatamente a una sorta di confraternita spirituale sempre in viaggio, evocazione precisa di una dimensione culturale non illuminista e dal sapore arcano e sacrale. “Sospettavo – confesserà un giornalista di formazione laica e democratica come Antonio Carioti – che si trattasse di qualche misterioso simbolo runico. Il primo libro Adelphi che lessi era un volumetto smilzo, dalla copertina color rosso cupo: Gli otto peccati capitali della nostra civiltà di Konrad Lorenz. E ne avevano parlato certi compagni di scuola, i ‘fascisti’ del mio liceo, con i quali intrattenevo buoni rapporti personali, nonostante le baruffe ideologiche. Ero curioso di capire come un Nobel potesse essere rivendicato come ‘uno dei loro’…”. Diffidenze, equivoci, strumentalizzazioni e perplessità che aleggeranno per anni attorno alla Adelphi.
“E la politica? Come si inquadrava Adelphi?”, si domanda infatti Calasso nel suo nuovo libro. Per rispondere: “Non si inquadrava, semplicemente. Nulla di più tedioso e sfibrante delle dispute sull’egemonia culturale (o dittatura o regno illuminato) della Sinistra negli anni ’50 in Italia…”. E poi, aggiunge: “Gli antipatizzanti, non pochi, semplicemente non riuscivano a orientarsi. La stessa casa editrice che veniva accusata di essere di élite sarebbe stata accusata pochi anni dopo, sempre dalle stesse persone, di essere troppo commerciale”. Nel 1979 arrivò addirittura un articolo demonizzante su Controinformazione, rivista vicina alle Brigate Rosse: “La produzione Adelphi – si denunciava su quelle colonne – è colta, la sua proposta avvincente, la sua penetrazione sottile. Sconcerta la sua capacità di recupero totale che spazia in autori eccellenti, per profondità letteraria e filosofica, al cui fascino si piegano devotamente i rivoluzionari stessi…”.
Fatto sta che quella della Adelphi è stata, in realtà, l’unica rivoluzione (culturale e metapolitica) riuscita in Italia, arrivando a trasformare il paesaggio mentale e la sensibilità generale. In fondo è grazie a quei libri che siamo arrivati a uno scenario in cui Nietzsche sta al posto di Marx, Geminello Alvi al posto di Gramsci e Hillman al posto di Freud. Qualcosa di sostanzialmente più incisivo e percepibile di quei banali sommovimenti di ceto politico che qualcuno ha pure spacciato per cambiamento. Fenomeni, in realtà manifestatisi all’interno dello stesso identico piano culturale, dentro un orizzonte in cui economicismo, strumentalismo, orizzontalismo sono  il piano comune. Cosa significano infatti destra e sinistra rispetto a un ribaltamento totale, a un “non inquadramento”, dell’orizzonte mentale e culturale e all’apertura di nuove dimensioni e nuovi orizzonti? Ecco perché, lo ripetiamo, quella targata Adelphi ci sembra davvero l’unica rivoluzione culturale avvenuta in Italia.

mercoledì 3 aprile 2013

E quarant’anni fa arrivò il telefono del “ciao, dove sei?”



Ivo Germano
Fu soprattutto un cambiamento di gesti. Profondi e innervati nella modernità. La paralinguistica dominante, rispetto alla forma e ai contenuti. Anche se, in una curiosa longue durée, sempre a quello stiamo. E ritorniamo al minimo Dasein: la batteria purtroppo dura poco, va comunque ricaricata. Certo in quella bella mattina di aprile non c'erano le app, la rete, il taggarsi in continuazione. Quel che non c'era e cominciò a esserci dopo il telefono di casa e quello a gettone lo dobbiamo all'intuizione stampata sul viso ottimista e progressivo di Martin Cooper, anzi, l'ingegner Martin Cooper della Motorola. Il quale il giorno 3 aprile 1973 scese in strada a fare il numero di telefono del suo collega della Bell Labs, attivando la prima chiamata dal telefono cellulare Dyna Tac: pesantissimo, materico, figlio dei grattacieli e della febbre affluente della società post-industriale.
Dal "tu come stai" al "dove sei" per una trasformazione radicale dell'antropologia mediale di un tempo dagli sms agli smartphone. Quarant’anni, ragazzi, in cui la telefonia mobile diviene, ormai, sempre più nomade e microidentitaria. Ma tutto questo Martin non lo sapeva. Sarebbe stato il compito a casa dell'evo comunicativo rendere il cellulare, ancora e sempre, il nuovo medium per eccellenza. In quella che chiamiamo "età della convergenza" fatto da piattaforme e dispositivi tecnologici, contenuti e immagini ad uso e consumo di una co-autorialità diffusa e orizzontale.
Adesso che lo smartphone serve a far raggiungere il giusto punto di cottura del branzino, a informarci sul meteo a Ulan Bator o Rocca Cannuccia sciamando di contesto in contesto, di situazione in situazione possiamo dare per scontato anche questo prestigioso anniversario. Non sempre aprile è "il più crudele dei mesi". Specialmente se parliamo di rivoluzione comunicativa, all'insegna di una decisa impronta personale.

Enzo Jannacci, l'autore del vero inno pop del 1968




Marco Iacona
Pochi giorni fa, il 29 marzo, è morto Enzo Jannacci. Aveva 77 anni ed era malato di cancro. Cantante, attore, cabarettista, uomo di televisione. Amico e collaboratore del Nobel Dario Fo, di Giorgio Gaber, di Paolo Conte con cui scrisse Bartali, del duo Cochi e Renato e in gioventù di Adriano Celentano. La sua cifra stilistica era inconfondibile. Come la dizione. Ironizzava e satireggiava come pochi. Ma era anche romantico e malinconico. Sapeva darsi al pubblico col giusto equilibrio. Senza dimenticare quel che era in fondo: il cantore di un’Italia matta e disperata, partita (geograficamente) da Milano e (storicamente) dalla fine della seconda guerra mondiale, vale a dire dalla sconfitta e dalla resistenza. C’era tanto da ridere insomma ma c’era (anche) da immalinconirsi.
 Lui era parte di un gruppo di comici e autori – mettiamoci pure Sandro Viola, Luciano Bianciardi e Paolo Rossi – che più per istinto che per mestiere l’Italia l’avrebbe rivoltata come un calzino sporco. Anzi no: non l’Italia, ma gli italiani. Eppure dava sovente l’impressione dell’uomo solo, di quello che, chitarra a tracolla, avrebbe prestato volentieri il proprio talento agli umili, ai perdenti e agli esclusi. Perché avessero voce. Senza retorica, senza moralette, senza piagnucolii da applauso a scena aperta e prime pagine dei giornali. All’interno dell’uomo-Jannacci passava la sottile linea che divide l’artista dall’esibizionista. Il musicista popolare da quello sofisticato. L’amante delle tradizioni dall’innamorato dei sound d’oltreoceano. È il Dna obbligatorio dei cantanti nati nell’Italia contadina, cresciuti con Elvis e invecchiati con iTunes. Per questo – azzardiamo – molte sue canzoni verranno scoperte nei prossimi anni. Vincenzina e la fabbrica (1974), brano intenso e suggestivo non è l’eccezione che conferma la regola. È la carta d’identità dell’artista.
Da dove cominciare? Cabarettista, rockettaro – tra i primi in Italia con Celentano, Little Tony e Gaber – e jazzista con Chet Baker e il nostro Franco Cerri. La musica moderna gli era coeva. Sovente dava l’idea del cantante per caso, ma al contrario dei tipi alla moda era diplomato al conservatorio e la musica la conosceva. Artista e medico come si sa. Cardiologo del gruppo dell’ormai mitico Christian Barnard – quello del mitico primo trapianto di cuore – per un certo periodo. Inizia negli anni Cinquanta: nel suo destino il rivoluzionario Tony Dallara che in coppia con Rascel vincerà Sanremo cantando Romantica. Jannacci parteciperà quattro volte al festival nel 1989, 1991, 1994, 1998, aggiudicandosi per due volte il premio della critica. Nel suo passato i locali della Milano creativa, il “Santa Tecla” e il “Derby” di Dario Fo e Cochi e Renato. Ma anche il teatro, la Tv e la settima arte con Monicelli, Ferreri e Scola. Per il cinema firma le colonne sonore per i lavori della Wertmuller, Steno, Bolognini e ancora Monicelli. A teatro è autore, lavora con Tino Carraro e Franca Valeri e nel 1991 con Gaber, Felice Andreasi e Paolo Rossi porta in scena Aspettando Godot di Beckett.
 Musica, sano divertimento e un mucchio di roba sulla quale riflettere in futuro. Nel 1964 esce il singolo El portava i scarp del tennis, che è parte del suo primo ellepì quasi tutto in dialetto. Tra le dodici tracce Ma Mi di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi. Alla fine collezionerà quasi trenta album e una serie infinita di collaborazioni: da Guccini a Vecchioni, da Baglioni a Mia Martini, da Milva a Vasco Rossi. Fino al figlio Paolo. Scrive per Mina e De Gregori e interpreta canzoni di Sandro Ciotti e del poeta brasiliano Cassiano Riccardo, come l’indimenticabile – capolavoro d’avanguardia-pop – Giovanni telegrafista contenuta in un 33 del 1968 e lato B del 45 Vengo anch’io. No, tu no. Un successone: primo genuino tormentone italico, per di più canzone sessantottesca doc, che celebrava a suo modo gli “esclusi”, oltretutto censurata dalla Rai democristiana per alcuni evidenti riferimenti politici. Successone al pari di altri brani: Mexico e nuvole del 1970 firmata Pallavicini-Virano-Conte, e Ho visto un re sempre del 1968, cantata con Dario Fo e bocciata dalla Tv conformista dell’epoca, cioè da Canzonissima. Per Jannacci la televisione è la continuazione con mezzi non del tutto dissimili del cabaret. Diverte e si diverte. Prima autore di spot per “Carosello” insieme a Bruno Bozzetto, poi con Cochi e Renato progetta Quelli della domenicaIl buono e il cattivo e Il poeta e il contadino (che lancia un altro tormentone: La canzone intelligente). Una Tv per artisti a tutto tondo (ma col vizio della censura). Con i due ragazzacci padani scrive nel 1974 la sigla della stessa “Canzonissima” E la vita, la vita e poi La gallina (non è un animale intelligente) e L’uselin de la commare. L’anno dopo pesca il coniglio dal cilindro Quelli che… poesia surreale targata Beppe Viola, regina dei tormentoni di gran classe (spiazzante e geniale), campionario di spropositi e stravaganze made in Italy. Rilanciata anni dopo come sigla del programma calcistico domenicale condotto da Fabio Fazio (adesso da Victoria Cabello). Jannacci era tifosissimo del Milan e di Gianni Rivera come si sa.
Dopo una pausa di qualche anno, il successo televisivo riprende alla fine degli Ottanta. All’inizio del decennio è uscito l’undicesimo album: Ci vuole orecchio. Nel 1991 RaiTre trasmetterà uno speciale in otto puntate. L’anno prima ha inciso Trent’anni senza andare fuori tempo. Raccolta dal vivo che comprende tra le altre SilvanoSe me lo dicevi primaUna fetta di limoneVeronica. Un campionario di umanità mixato alla voglia di divertirsi col semplice niente. A metà del decennio collaborerà con un altro monellaccio, Piero Chiambretti, ancora con Cochi e Renato, con Fazio e si affaccerà a Zelig. Nel 2012 un’apparizione con Enrico Intra e Franco Cerri. Infine in Tv con Fazio e il figlio Paolo. Se ne è andato da cristiano. Schivo, restio a parlare di sé, fino a qualche anno fa nessuno si era posto il problema della sua fede. Ma lui era un artista, non un tipo da salotto.

martedì 2 aprile 2013

Ma per la destra la decrescita non è una parolaccia...




Annalisa Terranova

Il concetto di decrescita sta subendo, in virtù dell’ostilità della vecchia politica nei confronti dei grillini, una sorta di manipolazione lessicale: lo si guarda con sufficienza, lo si deride, lo si indica come un rimedio che finirebbe con l’aggravare la crisi globale e si conclude, con quell’ignoranza che caratterizza molti politici ospiti fissi dei talk show, che la decrescita è contro il progresso. La destra berlusconizzata non è ovviamente immune da queste tentazioni. E del resto chi non ricorda i risolini che accoglievano già nei congressi del Msi i discorsi di Pino Rauti quando parlava di deforestazione e di critica al consumismo?
Il punto è questo: perché mai quella destra che ha nel suo dna la critica al capitalismo e l’avversione al consumo illimitato delle risorse e dei beni dovrebbe guardare con rimprovero a Serge Latouche quando predica la decolonizzazione dell’immaginario e trova assurda la tecno-idolatria postmoderna? 



Sull’argomento esiste un bel saggio di Alain de Benoist (Comunità e decrescita, Arianna 2006) che addirittura ricollega i postulati teorici della decrescita alla morale degli antichi, con citazioni da Seneca e da Cicerone. Ma la questione non si esaurisce certo in una buona performance letteraria. De Benoist cita anche l’economista Mauro Bonaiuti il quale parla di “differente distribuzione delle preferenze” per trasformare i meccanismi di produzione e rimettere in discussione il volume degli spostamenti di uomini e merci sul pianeta. Convincente è poi la critica del Pil come unico e solo indicatore di ricchezza, un indicatore che non tiene conto della qualità della vita e dell’impoverimento risultante dall’esaurimento delle risorse naturali. La decrescita ci rende infelici? Perché non domandarsi piuttosto se la crescita ci rende benestanti: “Le società attuali – scrive de Benoist – non sono più società dove le ricchezze acquisite al vertice finiscono con il ridiscendere lungo la piramide sociale, ma società a clessidra, dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi”.



Una comprensione più efficace del dibattito sulla decrescita è possibile se questa tendenza viene interpretata non come un modello economico ma come una differente mentalità, come una diversa cultura, che implica consapevolezza del consumo, dello sfruttamento, dell’ambiente, dell’equilibrio tra tempo libero e tempo lavorativo. Senza entrare in questa logica, la decrescita può in effetti apparire solo la parola d’ordine salottiera di una cerchia di intellettuali snob e antiprogressisti. Ma attenzione: questo è proprio ciò che si vuol far credere per spacciare come vera la teoria secondo cui gli antidecrescisti sono i soli dalla parte del popolo mentre essi sono, come sempre, dalla parte del profitto. “Nell’attuale stato delle cose – scrive de Benoist – l’imperativo della decrescita deve essere in primo luogo una parola d’ordine di igiene mentale: l’ecologismo inizia con l’ecologia della mente. Bisogna lottare contro la de simbolizzazione dell’immaginario, che mira a sopprimere tutto ciò che potrebbe ostacolare il desiderio e il consumo. Non si tratta di negare la relativa utilità del mercato, né la funzione stimolante della ricerca del profitto, ma di uscire mentalmente da un sistema di cui mercato e profitto sono gli unici fondamenti. Si tratta di smettere di considerare la crescita come un fine in sé. Si tratta di rimettere l’economico al suo posto e, con esso, lo scambio mercantile, il lavoro salariato e la logica del profitto. Latouche dice, molto giustamente: Per concepire la società della decrescita serena e accedervi bisogna letteralmente uscire dall’economia. Questo significa rimettere il discussione il suo dominio sul resto della vita, in teoria e in pratica, ma soprattutto nelle nostre teste”.