venerdì 19 luglio 2013

Cerami, il giornalismo di destra e le confidenze di un anziano redattore




Venator

E’ bello il pezzo pubblicato ieri dal Messaggero in cui Vincenzo Cerami rievocava il pathos dell’esordio in un giornalismo che non c’è più: le macchine da scrivere, il fumo di sigaretta, i redattori anziani che sanno fare tutto e che sono manuali di esperienza, e ancora quel “respirare con la vita quotidiana”, perdendo la visione d’insieme degli avvenimenti, perché “il giornalismo va dietro alla vita, con la casualità della vita” e ogni articolo è destinato a morire il giorno dopo.  
Se prima c’era la febbre dell’inseguire i fatti, magari con il fotografo appresso, e c’era anche quel po’ di letteratura che nel confezionare la notizia dava il tocco di originalità necessario, oggi c’è la fibrillazione del gossip, del particolare che nessuno sa, a scapito dell’analisi e dell’interpretazione. Il giornalista origlia, il giornalista ascolta uno spezzone di frase e ci ricama sopra, il giornalista non è quello che racconta ma quello che riesce meglio a fregarti, il giornalismo è chiacchiericcio e le news di questo tipo non aspettano per morire neanche 24 ore, muoiono dopo pochi minuti, quando è germogliato un altro retroscena. Il giornalista non è più un romantico sognatore d’avventure – così Cerami descrive il mestiere – ma un arrampicatore neocinico.
Viene in mente la conversazione con un vecchio giornalista di destra, un’autorità nel settore. Si parlava del perché la sinistra sia riuscita a creare una rete di professionisti dell’informazione rispetto alla quale non c’è gara, mentre da quest’altra parte della barricata c’è solo qualche nome che stancamente recita a soggetto. “Forse sono più bravi?”. “Ma no, ma no. E’ che quelli di sinistra studiano filosofia, appaiono più tormentati, più adatti al giornalismo esistenziale e di denuncia”. “E quelli di destra?”. “Quelli di destra fanno i dossier. E’ un lavoro pure quello, e anche ben remunerato”. “E quelli che a destra schifano i dossier e i Servizi?”. “Quelli sono e resteranno degli sfigati”.

Un tempo c’è stato un giornalismo di passione che univa forse le speranze degli esordienti di destra e di sinistra. Oggi, a quanto pare, bisogna scegliere: o la filosofia o i dossier

giovedì 18 luglio 2013

Benvenuti all'outlet Italia, dove i servizi segreti stranieri spadroneggiano e l'alta finanza viene a fare shopping




Gennaro Malgieri 

Outlet Italia, benvenuti. Si trova ciò che si cerca e si spende poco, quasi niente. Ci si può perfino dimenticare di saldare il conto. Arrivano grandi imprese straniere e si comprano ciò che desiderano, marchi di lusso in maniera particolare e con grande voracità. L’alta finanza non si lascia scappare le occasioni migliori e si accomoda nei consigli di amministrazione che contano, prima timidamente e con educazione, poi dettando legge e facendola da padrona.
Ma sono i servizi segreti d’oltreconfine che si accaparrano gli “affari” più redditizi fidando sull’impunità e sulla compiacenza dello Stato italiano. Per non dire dei tiranni che ci sono “amici” (ma lo sono un po’ di tutti nel cosiddetto mondo libero). A cominciare da Putin e finendo con Nazarbaev, presidente in eterno del Khazakhstan che soggiorna in Sardegna e detta le sue volontà a non meglio precisate autorità italiane in fatto di espulsioni di cittadini fuggiti dal suo “paradiso” e che non hanno nessuna voglia di farvi ritorno.
Chiunque, insomma, può compiere le scorribande che vuole come se l’Italia fosse diventata terra di safari incruenti (ma chi può dirlo?). La sovranità nazionale non è mai stata così strapazzata. Nessuno la riconosce. A cominciare da chi dovrebbe difenderla. E senza sovranità non ci si può presentare da nessuna parte a meno di non farsi ridere dietro o, peggio, commiserare.
Il pasticcio kazako, come è stato definito, è qualcosa di più di quel che si vuol far credere. Non sono in discussione funzionari inaffidabili o poco inclini a trattare con diplomazia e discrezione casi delicati e “sensibili”. C’è anche questo, naturalmente, ma in primo luogo risulta evidente la totale assenza dello Stato nel controllare chi arriva e chi parte dal nostro Paese, il monitoraggio delle ragioni di quanti chiedono asilo politico secondo i trattati internazionali e le disposizioni interne, la vigilanza su quanti accreditandosi come “diplomatici” sono in realtà sgherri talvolta spietati che agiscono su commissione contro loro connazionali, ma anche a danno dei nostri servizi di sicurezza.
Nella vicenda che ci ha una volta di più ridicolizzati davanti al mondo c’è tutto questo, ma c’è anche l’irresponsabilità delle forze politiche e del governo che hanno tentato di minimizzare l’accaduto rendendo per di più esplicito come di fronte ad un tiranno protosovietico come Nazarbaev, tenuto su dall’interesse di Putin e dalla politica energetica che utilizza ricattando mezza Europa, quella che una volta era la sesta o la settima potenza mondiale non può fare altro che chinare la testa senza impegnare né il ministro degli Esteri, né quello dell’Interno (sarebbe troppo grave!), ma funzionari che per mestiere devono adeguarsi a tutelare il “bene dello Stato”.
Chi non coglie il grottesco in questo ossimoro politico? Lo Stato-amministrativo che si castra in favore dello Stato-politico, come se non fossero le due facce di una stessa entità. Al governo qualcuno che abbia letto i testi del grande costituzionalista Costantino Mortati deve pur esserci, diamine. E non crediamo che tutti ignorino la lezione sul “sovranismo” di Carl Schmitt. Non sono dettagli poiché l’arte di governo è intessuta anche nella cultura politica e giuridica malauguratamente in decadenza.
Può accadere anche questo, dunque, nell’outlet Italia dove, approfittando dello Stato che non c’è e dello smarrimento dell’interesse nazionale si fanno affari e si svendono diritti umani. E qualcuno lo spieghi poi ai signori dell’esecutivo che in casi del genere ci si attenderebbe da loro almeno un flebile gridolino di protesta, mentre si trincerano dietro la revoca del decreto di espulsione di una mamma e della sua bambina che non fa neppure il solletico al kazako che dalla sua reggia di Astana guarda il mondo dall’alto in basso e l’Italia soltanto nelle sue bassezze.
Si diceva una volta che il nazionalismo faceva male. Certo se applicato con la disinvoltura di chi l’utilizzava per politiche di potenza che finivano per comprimere le altrui sovranità era senz’altro così. Ma chi può dire che Craxi, per fare un esempio, non fece il proprio dovere ai tempi di Sigonella e l’Italia ne guadagnò di conseguenza in prestigio anche di fronte all’irritato alleato americano? Non credo che possiamo dire la stessa cosa oggi con due marò trattenuti in India e la restituzione ad un tiranno delle due vittime innocenti di una faccenda che non le riguarda, mentre il protagonista della stessa, l’ex-ministro dell’Energia Muktar Ablyazov, oggi oppositore di Nazarbaev, probabilmente vaga per il Belpaese a dispetto delle nostre autorità, oltre che di quelle del suo Paese, e non pensa minimamente di consegnarsi dimenticando che la moglie Alma Shalabayeva e la figlia Alua sono nelle mani del suo nemico. Grazie all’Italia.

(da Blitz quotidiano del 17 luglio 2013)



mercoledì 17 luglio 2013

Ma per la vicenda kazaka tutto il governo dovrebbe dimettersi




Umberto Croppi
Lo so, è la più scontata delle considerazioni, ma se un italiano andato in coma alla metà degli anni novanta si svegliasse oggi non crederebbe ai propri occhi. Un presidente della Repubblica al suo secondo mandato, una maggioranza di governo in cui si trovano insieme un partito composto da ex-democristiani e ex-comunisti, un altro fatto di berlusconiani e ex-missini, più un terzo in cui si trovano "tecnici", vicini a Montezemolo, a Sant'Egidio e perfino a Mario Monti.
Il nostro malcapitato scoprirebbe anche che proprio questi ultimi, i tecnici, sono reduci da un'esperienza di governo di un anno. Un governo concepito e accettato come una parentesi, una sospensione della normale dialettica democratica, per realizzare una serie di riforme improcrastinabili.
Solo che il nuovo governo - di cui essi stessi fanno parte - ha smontato in appena tre mesi proprio quegli abbozzi di riforme che loro avevano avviato. Per giunta nessuno dei due governi - retti per altro dalla stessa maggioranza - ha saputo  metter mano alla riforma che tutti reclamano come propedeutica al ritorno ad una parvenza di normalità: la riforma elettorale. Ma questo paradosso pare ormai metabolizzato e analizzato fino alla noia, fino al punto di non stupire più.
Anche perché a ogni remora, ogni critica, ogni mal di pancia nei confronti del governo Monti e, poi, di quello Letta è stato opposto un argomento potente: il recupero della credibilità sul piano internazionale, compromessa gravemente da Berlusconi. Del resto l'aplomb dell'attuale presidente del consiglio era quasi riuscito a far dimenticare il naufragio del suo predecessore nell'affare "marò".
Ma i fatti di questa settimana rimettono in discussione tutto e lo scivolone compiuto di fronte al mondo è di tale, evidente gravità da mostrare tutte le altre debolezze di un governo sostanzialmente impantanato nella palude di una maggioranza impossibile.
Nell'assistere all'evoluzione del caso Shalabayeva si ha come un senso di frustrazione, di impotenza, una vertigine. C'è in questa vicenda la prova che sono realmente saltate tutte le regole che tengono in piedi la politica per come noi l'abbiamo conosciuta. Persino il dibattito sulla necessità di dimissioni del ministro Alfano sembra tutto interno al teorema che paralizza il Paese in vista di non si sa più che cosa: l'inamovibilità del governo.
A ben vedere, infatti, la dinamica della vicenda kazaka, aggravata ad ogni ora dalla goffa difesa che i protagonisti stanno inscenando, in qualsiasi altro momento, in qualsiasi altro luogo non si sarebbe perduta nei meandri bizantini della ricerca di singole responsabilità, non sarebbe stata sanata dalle dimissioni di uno, forse due ministri ma avrebbe portato alla caduta immediata del governo.
Sarà questa una visione ingenua, bisogna probabilmente assuefarsi a un realismo che vieta di mettere in discussione equilibri assurdi ancor più che precari e accettare verità fittizie in difesa di gracili interessi economici. È però difficile non provare un brivido e costatare che di troppo realismo stiamo morendo.
(Dall'Huffington Post del 17 luglio 2013)

“Pensare il Buddha”, la via d’uscita di Ferruccio Masini sul ciglio dell'essere




Francesco Pullia
A venticinque anni dalla prematura scomparsa di Ferruccio Masini (1928–1988), straordinaria figura di intellettuale versatile e fuori dagli schemi, non si può che constatarne e denunciarne, con amarezza, il vergognoso oblio. Non se ne parla, non si fa tesoro del suo preziosissimo e inestimabile lascito culturale. E dire che proprio grazie al suo instancabile lavoro si deve la conoscenza approfondita in Italia di autori come Walter Benjamin, Ernst Jünger, Gottfried Benn, Hermann Hesse, Karl Jaspers, Franz Kafka, Hoffmann, Novalis, Friedrich Richter (Jean Paul), Heinrich von Kleist e naturalmente Friedrich Nietzsche. 
Filosofo, insigne germanista, traduttore sensibile e ineguagliabile, regista teatrale, poeta, artista (firmava i suoi quadri con lo pseudonimo di Salins), Masini non può essere ingabbiato in spazi codificati, avendo sempre preferito ai facili e comodi ormeggi l’ostinata navigazione in mare aperto e la sfida ai venti più avversi. 
Lucido indagatore del dissolvimento della soggettività, dello sgretolamento delle illusorie e fittizie pareti dell’io, nell’ultimo periodo della sua vita aveva ravvisato nel buddhismo, in particolare nello zen, un riscontro della sua riflessione. Nel 1982 aveva pubblicato con Guida “Il suono di una sola mano (da un celeberrimo koan, n.d.r.). Lemmi critici e metacritici” e due mesi prima di congedarsi dal passaggio terreno (l’8 luglio 1988) aveva dato alle stampe, con le Edizioni dello Zibaldone, “Pensare il Buddha”, bellissima raccolta di “dialoghi alla maniera zen” attribuiti, per finzione letteraria, al maestro Jōshū (778-897), da lui considerato come esemplare esponente di un “pensiero non pensante (hi-shiryo) che penetra fin dentro il midollo del reale”.

 In questa prospettiva, scriveva Masini, va inquadrata la ricerca di “una conoscenza (prajnā) il cui oggetto si dissolve continuamente proprio perché non riguarda l’atto di un pensiero che pensa qualcosa, ma quel non-oggetto, quella impossibilità di oggetto che si chiama “vuoto” (sunyatā)”. 
A distanza di tanto tempo “Pensare il Buddha” vede nuovamente luce in questi giorni nella bella collana “Etcetera” di Castelvecchi dedita a sottrarre dal dimenticatoio testi di rara intensità. In questi aneddoti sfolgoranti è racchiusa, sotto forma di riflessione sapienziale, la tensione antisoggettivista che ha permeato l’intero pensiero dell’autore, la sua indagine perseguita per vie eccentriche, eccedenti angusti margini e delimitati confini. Leggendoli vengono in mente alcuni versi taoisti che erano particolarmente cari ad Hermann Hesse: “Nulla si rovescia nel suo contrario/ se prima non si è raggiunto l’estremo”. Ed ecco, appunto, il decentramento e la sparizione dell’io, l’estinzione delle sue pretese, l’evidenza di un’impostura su cui per secoli si è retta la metafisica occidentale, lo spingere il filo della riflessione verso un punto, in cui al tempo stesso convergono parola e silenzio, “che trema sul ciglio dell’essere”. “Se”, nota Masini-Jōshū, “quello che vedi è un ragno, è perché pensi che il mondo sia una tela”. Il ragno è dato dalla tela, e viceversa. Entrambi, però, sono sospesi nel vuoto in cui è immersa l’esistenza, un vuoto “di per sé incolmabile”. 
“È la nube”, chiedono a Jōshū, “a inseguire il vento o il vento a inseguire la nube? Se s’inseguono tra loro, com’è possibile che giungano ad incontrarsi?”. E il maestro risponde: “S’incontrano nell’ultima profondità della notte, dove la nube non è più nube e il vento non è più vento”. E, ancora, alla domanda se “il disumano” non sia altro che una deformazione, una degradazione, un’alterazione profonda dell’uomo, Jōshū controbatte che, al contrario, il disumano ne è una sua accentuazione. Questi koan testimoniano come e quanto Masini si sia spinto in là, molto al di là del pensiero usuale, inficiando con grande anticipo la retorica in cui vorrebbero imbrigliarlo (e imbrogliarlo) la corrente, oggi in voga, del cosiddetto “neorealismo” filosofico. In realtà, ci venga perdonato il gioco di parole, non c’è altra realtà che quella in cui naufraga la miserabile cupidigia dei concetti. 
“Devo imparare a non lasciarmi ingannare dalle distinzioni. Ma come potrò sapere che cosa sono, se non potrò distinguermi da tutto ciò che io non sono?” disse qualcuno.
“Devi cominciare proprio dal non distinguerti” rispose Jōshū. 
Quando Ferruccio Masini abbandonò questo mondo, Sergio Givone, che gli fu molto amico, rievocandone gli ultimi istanti, rese noto in un articolo che, proprio poco prima di spirare, l’autore fiorentino avesse chiesto una penna e un foglio per tracciare, allo stremo delle forze, segni indecifrabili. Non ci è dato sapere se quelle linee fossero venute di proposito così. Ci piace, però, immaginare che proprio con la loro “forma deformata” contenessero un’indicazione, un invito: andare al cuore delle cose, dove la visione si annuncia superando se stessa.

domenica 14 luglio 2013

Antigoni e Veglianti: i giovani francesi fanno scuola per un nuovo '68 non progressista





Annalisa Terranova


  • La Francia si conferma territorio interessante di sperimentazione di nuovi linguaggi di costume, prepolitici e dunque candidati a dare linfa vitale alla politica sbiadita e insignificante. Del movimento Manif pour Tous si è detto e letto abbastanza. E in Francia, dove le Femen si addestrano per aggredire in topless ogni traccia di sacralità, esordiscono Les Antigonesantifemministe biancovestite che difendono la dignità della donna e la complementarietà tra i sessi. In un videomanifesto rispondono alle sexy estremiste guidate dall’ucraina Inna Schevchenko: “Affermate che le donne devono combattere per la loro causa mezze nude. Noi rispondiamo che il rispetto può generarsi solo dalla dignità”. Secondo loro le azioni delle Femen sono “degradanti”. Esseri femminili contro femmine. La cultura al femminile contro la natura disordinata. Antigone, incarnazione dello spirito hegeliano, contro la nudità iconoclasta. Antigone è la donna che sceglie, che ha il coraggio di opporsi al tiranno, mentre le Femen assecondano la tirannia del mercato, cercando strategicamente la foto-choc. Ecco perché, per le Antigoni, le Femen sono tutt’altro che femministe. In Francia le considerano fiancheggiatrici del movimento “Manif pour tous”, ma ancora una volta vale l’avvertenza: ridurre tutta la questione al sì o no al matrimonio gay è riduttivo. Ci sono in conflitto principi ancestrali: la natura (la donna come madre e figlia e amante, soggetto di relazioni che non la vedano per definizione come “nemica”) e la donna come soggetto culturale, soggetto di scelte individuali, disancorata da ogni canone. Non è un conflitto di genere, è una dialettica che sotto traccia va avanti da decenni, un dialogo ineludibile che a volte assume forme metaforiche estreme. E i simboli, ancora una volta, sono importanti, sono i “signa” che creano analogie. La tragica figura di Antigone e le manichine in topless.



  • Molto interessante anche la pagina del "Messaggero" del 13 luglio che Roberto Fontolan ha dedicato al fenomeno dei "veglianti", ulteriore emanazione dei cortei family friendy. Ogni mercoledì sera fanno la loro apparizione in piazze sempre diverse, si siedono tra candele e lumini, portano lenzuola con scritte sulla libertà, ascoltano brani di filosofia e letteratura. Sono veglie per una nuova cultura umanista fondata su sette principi: non violenza, cultura, luce, speranza, apertura, generosità, impegno. Citano Saint Exupery, Peguy e Hanna Arendt. Si autoconvocano attraverso Fb e Twitter. Quando la polizia cerca di sgomberarli non oppongono resistenza. Da un lato le anti-Femen, dall'altro gli anti-indignati. Inutile dire che a questi giovani non interessano le etichette. E tuttavia creano un modello di protesta in Europa paragonabile alle ribellioni che infiammano altri scenari del mondo. Insegnano, forse, che se un nuovo Sessantotto germoglierà, ciò avverrà al riparo dalle ideologie e nel nome della libertà dai canoni logorati della cultura progressista. 

Il caso Rcs-Corriere: perché tifare Della Valle




Venator

Non si parla molto, purtroppo, dello scontro che si sta consumando per conquistare il controllo della Rcs-Corriere della Sera. E’ un vero peccato perché dietro questo riassetto si muovono interessi e ambizioni importanti. Ne ha tracciato un quadro Paolo Cirino Pomicino in un intervento sul “Foglio” del 12 luglio mettendo a fuoco, con la lucidità di vecchio democristiano, i rischi dell’operazione e anche il motivo per cui, tra Della Valle e Fiat, è bene tifare il primo piuttosto che il Marchionne che tanto piace a certa neodestra imprenditoriale e liberista. Pomicino sottolinea la scomparsa degli editori puri e ripercorre il modo in cui il salotto buono del capitalismo italiano ha cominciato a investire negli organi di stampa. Queste scorribande della finanza per il controllo degli organi di informazione (De Benedetti, Caltagirone, Fiat) ha finito con il mettere ai margini una politica sempre più debole.

Scrive Pomicino a proposito dello scontro Della Valle-Fiat: “Bisogna dare atto a Diego Della Valle di un coraggio inusuale nel mondo imprenditoriale italiano, visto che il controllo della Fiat sul Corriere è sostenuto anche da autorevoli istituzioni finanziarie e da personaggi come Giovanni Bazoli. Noi riteniamo un errore questa iniziativa della Fiat non solo sul piano estetico (l’avvocato Agnelli mai avrebbe impegnato ingenti capitali Fiat nell’editoria mentre mandava in cassa integrazione migliaia di lavoratori con la prospettiva di chiudere anche stabilimenti) ma anche sul terreno più propriamente industriale ed editoriale. La Fiat già controlla un grande giornale come La Stampa ed è presente nel Corriere in maniera significativa oltre a influenzare, con la sua concessionaria di pubblicità, tante altre testate”. Resta da chiedersi perché la politica resti muta dinanzi a tutto questo, così come sono silenti i comitati di redazione dei giornali interessati.  

sabato 13 luglio 2013

Trent'anni fa le veline in tv: così hanno cambiato l'Italia e anche l'idea di femmina a destra




Annalisa Terranova

La copertina di Sette (il magazine del Corriere) di questa settimana è dedicata a un anniversario: “Trent’anni fa la Tv inventò la velina (e cambiò l’Italia)”. Un lungo articolo di Giuseppe Di Piazza mette a fuoco il fenomeno televisivo e di costume dalle ragazze fast food  di Drive In fino alla farfallina di Belen a Sanremo. Ma il piano mediatico e quello sociologico vanno separati: ciò che nel Drive In era genialità sulfurea nella sciatta imitazione quotidiana di una società guardona e schiava dei propri appetiti diviene solo volgarità tamarra. Ma esiste davvero il prototipo della velina? Ed esso davvero si coniuga nella coppia stereotipo della bellona svampita e del calciatore palestrato? E davvero tutte le ragazzine sognano di diventare veline, meteorine, letterine eccetera?
E’ ovvio che c’è tanto conformismo in questa lettura ma alcuni passaggi di mentalità hanno davvero messo radici. Prima che il fenomeno veline degenerasse nel velinismo (di cui parleremo tra poco) queste ragazze- contorno (parodiate e anticipate dalle ragazze coccodè di Arbore) altro non furono che la prosecuzione un po’ più sexy e un po’ più disinibita delle gambe delle Kessler e dell’ombelico rivoluzionario dalla Carrà. Ma gli anni Ottanta arrivavano anche dopo i luttuosi Settanta. Le veline rappresentarono, anche, la rivincita della bellezza e della leggerezza, sulla scia dello stesso sentimento con cui Irene Brin, giornalista di costume di gran classe, presentava i suoi articoli di moda nel dopoguerra: “La guerra… fu! Abbiamo riacquistato il diritto di mostrarci frivole, quale sollievo”. La guerra dei sessi imposta da un femminismo barricadero e poco digerito dagli strati sociali più inclini all’intrattenimento (che sarà poi la cifra della tv berlusconiana) aveva lasciato macerie che furono sgomberate anche grazie alle veline. Il femminismo che aveva letto Simone de Beauvoir non poteva apprezzare quel tipo di bellezza (sia pur compressa in una indecente serialità e ridotta a format). Infatti persino la bellezza viene vista da Simone de Beauvoir come un compito accessorio affidato dalla società borghese alle donne in quanto null’altro saprebbero fare se non assolvere al compito della rappresentanza. Ma noi sappiamo oggi che questa ostilità è stata per sempre smussata: le donne non cercano più solo di piacere agli uomini ma di piacersi e basta. E la bellezza, coniugata con lo stile però e non con un vano sculettamento, viene ormai vista anche come ingrediente fondamentale di una carriera riuscita. Nel suo libro Streghe Lilli Gruber intervista la direttrice italiana della rivista Vogue, Franca Sozzani, la quale propone, tra il serio e il faceto, la detrazione fiscale delle spese sostenute dal parrucchiere perché per una manager essere sempre curata, perfetta, gradevole, è una sorta di “dovere professionale”. Questo per dire quanto siamo distanti ormai da certo femminismo che individuava nella bellezza un orpello affibbiato al genere femminile dall’oppressivo maschio borghese. Le veline da sole non potevano realizzare tutto ciò, ma hanno dato un contributo importante.



Detto questo, il salto di qualità (verso il basso) si è realizzato quando si è preteso di esportare il modello veline nella politica femminile (e questo è ciò che si chiama comunemente velinismo) senza che le donne del Pdl provenienti da destra dicessero una parola in difesa di una tradizione culturale incompatibile con questi atteggiamenti. E non si dica che in An valeva lo stesso tipo di sudditanza culturale rispetto al berlusconismo perché ancora negli anni Novanta le ragazze del Centro Studi Futura potevano organizzare con successo un convegno in cui prendevano le distanze dall’idea che la donna di destra fosse la rampante in carriera stile Letizia Moratti o la vandeana con il crocifisso stile Irene Pivetti. La donna cui si deve la mancata invasione di veline nelle liste delle elezioni europee del 2008 è la signora Veronica Lario. Le altre, tutte e senza nessuna eccezione, sono rimaste zitte.
Ciò che accadde in quel frangente è interessante perché fu allora che comincia la saldatura a livello profondo, prepolitico e antropologico, tra un certo luogocomunismo di destra e la vulgata berlusconiana. Sarà in quei frangenti che Libero comincia a fare titoli sulle “veline ingrate” (la Lario appunto, ritratta durante un’esibizione teatrale a seno nudo) e sulle “questioni di gnocca”. Sarà ancora in quel frangente che Vittorio Feltri teorizza che tutti gli italiani, soprattutto gli elettori di centrodestra, sognano in segreto di fare sesso con diciottenni procaci come Noemi Letizia (poi arriverà Ruby) scelte su appositi book fotografici. La quintessenza del pensiero di destra sulla donna si esaurisce in una battuta di Berlusconi sgorgata da un’intercettazione: “La patonza deve girare”.
Un’annotazione personale: questa tesi di Feltri secondo cui gli elettori di Berlusconi in realtà lo ammiravano e lo invidiavano per il suo inesauribile priapismo mi apparve così degradante che scrissi sul Secolo un editoriale in cui contestavo radicalmente l’idea. “Ma Feltri è così sicuro che gli italiani siano condannati ad essere dipinti, in quanto politicamente orientati a destra, come satiri incalliti anche se hanno l’età per portare i nipotini alle altalene? Quale immagine ha mai dell’italiano il direttore di Libero? E soprattutto quale immagine ha dell’italiano che vota a destra e che ha sempre coltivato come suoi riferimenti etici i valori dell’onestà, del saper stare al proprio posto, dell’amore per il proprio Paese, della sobrietà, della spiritualità?”. L’articolo, che mi fu possibile scrivere grazie alla direzione Perina-Lanna, contribuì a creare attorno al Secolo la leggenda che la testata si spostava a sinistra mentre si spostava solo su legittime posizioni antiberlusconiane. La Russa e Gasparri furono interpellati su quell’articolo e risposero: “C’è del vero, ma tanto il Secolo non lo legge nessuno…”. I berlusconiani asserirono che il Secolo aveva un'idea della destra noiosa e antiquata. Ma non mi dilungo se non per dire che la nostra, quella del Secolo di allora, seguito poi da un articolo di Sofia Ventura su Farefuturo, fu l’unica e la sola voce contraria a un fenomeno che poi avrebbe portato in consiglio regionale Nicole Minetti e che sarebbe degenerato nelle olgettine e che pavrebbe prodotto come contromossa risposte culturali di pessimo livello come le mutande agitate da Ferrara, gli articoli di Sgarbi che definiva le mogli di tutti i tempi e di tutte le latitudini come “mantenute” fino alla recente t-shirt con la scritta “Siamo tutti puttane”.



Questa è stata la progressiva involuzione dell’idea di femmina coltivata a destra e che si è incarnata prima nelle veline e da ultimo nelle olgettine anche se tra le due categorie non vi è alcuna parentela. Le prime infatti fanno spettacolo, le seconde fanno commercio. Ciò che di genuinamente innovativo le veline avevano introdotto nell’Italia che usciva dalla pesantezza ideologica degli anni di piombo è stato vanificato dalle papi girls. Un modello che ha distrutto anche la fragile ambizione, da destra, di costruire una cultura femminile antitetica al machismo a torto identificato con una parte politica e invece ramificato nel costume italico delle chiacchiere da bar tra maschi. Chi a destra coltivava questa ambizione non aveva fatto i conti con due cose: con ciò che nel femminismo c’era di giusto e sacrosanto e con il fatto che gli uomini, quando devono seguire la causa padronale, sono di una coerenza spietata. Quanto alle donne, quelle di questa parte, use a obbedir tacendo, si sono lasciate mettere nell’angolo e oggi, oltre a dover sottostare ai rispettivi capicorrente (sempre maschi) devono lasciare i posti di prima fila alle ex ragazze di Forza Italia, le Cenerentole miracolate dalla bacchetta magica di Arcore. Ma noi, i fasci cosiddetti, eravamo zucche (questa fu l’espressione usata dal Cavaliere). Quindi, che ti dovevi aspettare di più?