lunedì 25 marzo 2013

Cinquant’anni fa Bianciardi denunciava la “vita agra”


Giovanni Tarantino


Cinquant’anni fa, dopo il grande successo del libro (uscito l’anno precedente, il 1962), Carlo Lizzani stava girando il film La vita agra, tratto proprio dal romanzo di Luciano Bianciardi. Nella pellicola, interpretata da uno straordinario Ugo Tognazzi – “una forza della natura” lo definirà Bianciardi – in una scena comparirà anche lo stesso romanziere. Un vero e proprio anticonformista, “uno della nostra stessa razza” lo definirà Indro Montanelli invitandolo a scrivere per il Corriere della Sera. Ma Bianciardi rifiuterà, continuando a fare il traduttore e lo scrittore senza un lavoro fisso. E le sue prese di posizione faranno sempre discutere. Disarmante, irriverente, precursore dei tempi nei modi e nello stile ironico. Di un’ironia simile a quella che, un decennio dopo la sua scomparsa e oltre, avrebbe contrassegnato certi fumetti di Andrea Pazienza, che nei toni talvolta ricordava una vena particolarmente bianciardiana. La dipendenza dall’alcool lo porterà alla morte a soli 49 anni, nel 1971. L’ultimo anno della sua vita, il ’70, è particolarmente significativo.
È infatti l’inizio dell’estate quando la Nazionale di calcio, quella di Gigi Riva e del famoso Italia-Germania 4 a 3, torna dal Messico con una cocente delusione figlia della consapevolezza della propria inferiorità di fronte ai campioni del Brasile. Il calcio comincia a entrare nei discorsi quotidiani di tutti gli italiani: è l’argomento principale in tanti Bar Sport come quello cantato da Stefano Benni.
È l’Italia di oltre quarant’anni fa, sospesa tra boom economico e anni di piombo, l’Italia in cui si inizia a parlare di crisi del matrimonio tradizionale, di diritti civili, di divorzio. Su questo tema Luciano Bianciardi argomenta come abbiamo visto. Quella dell’autore de La vita agra era ancora l’Italia casa e chiesa del monopolio Rai, dove – come ha ricordato Ettore Bianciardi, figlio di Luciano – «la parola amante fa scandalo, mentre non lo fa ancora negro». In questa Italia vive i suoi ultimi giorni Bianciardi.
La sua vita di intellettuale era partita dalla provincia maremmana, dalla sua Grosseto, lasciata improvvisamente nell’estate del ’54, con destinazione Milano per via dell’innamoramento verso la donna che sarebbe rimasta sua compagna per la vita. Dalla provincia, amava dire, «era scappato», per ricominciare daccapo la sua vita nella grande metropoli lombarda. Il suo bagaglio culturale era fatto di collaborazioni giornalistiche a Belfagor, il Mondo e soprattutto l’Avanti!.
Il distacco dalla terra madre gli costerà, rimarrà per lui una ferita aperta, difficile da rimarginare. A Milano, peraltro, si troverà inizialmente spiazzato, come tanti altri emigranti. Crede di potersi inserire nel lavoro culturale e nelle iniziative che segnano la prima vera ripartenza di Milano dal dopo ventennio, ma il mondo nuovo, la nuova industria intellettuale meneghina lo terrà ai margini, isolandolo, rendendolo un precario e, in definitiva, destabilizzandolo. È in questo contesto, quasi disperato, che esce il suo La vita agra. E improvvisamente Bianciardi diventa famoso. Lui vive male quel successo ruffiano, che gli pare di facciata, che fa seguito a un periodo di sofferenza vera. Siamo nel pieno degli anni Sessanta e lui rifiuta collaborazioni prestigiose, come quella al Corriere. Poi trova ospitalità in testate minori e di nicchia. Proprio in quel momento, tra riviste per soli uomini e un settimanale, ABC, tra lo scandalo e la lotta per i diritti umani, trova un suo spazio, defilato ma relativamente tranquillo. Nel ’70, dopo la storica vittoria dello scudetto da parte del Cagliari e dopo il secondo posto dell’Italia ai mondiali messicani, Bianciardi scopre il calcio e avvia una collaborazione col Guerin Sportivo, diretto all’epoca da Gianni Brera. Parlava di sport per convenzione, o meglio, attraverso lo sport e il calcio finiva per parlare di altro. Brera gli consegna una rubrica di posta dei lettori, iniziata nel settembre del ’70 e conclusa fino alla morte dello scrittore, con l’ultima uscita postuma alla scomparsa, il 15 novembre 1971. È l’ultima collaborazione giornalistica tenuta da Bianciardi, non a caso tra le più significative. Pur dalle colonne di un «periodico di critica e politica sportiva» inveisce contro i tempi, coglie le contraddizioni del suo periodo, si manifesta anarchico, com’è inevitabilmente nello spirito, fieramente irregolare, non allineato per vocazione, libertario per scelta di vita. Scrive che la battaglia per il divorzio è di retroguardia e che l’occupazione del’68 e successivi delle università era «velleitaria, snobististica, inutile e perfino dannosa. I giovani – suggeriva – si concentrino sui veri centri del potere. Se vogliamo che le cose cambino, occorre occupare le banche e far saltare la televisione. Non c’è altra possibile soluzione rivoluzionaria». Che, in qualche maniera, è quanto aveva auspicato poco tempo fa, oltre a Beppe Grillo, l’ex calciatore Eric Cantona, testimonial del movimento BankRun. Poi, liberamente, afferma che: «La battaglia giusta non è contro il canone, ma contro la televisione», «l’ascesa del Pci al potere sarà la vera tragedia per la democrazia, laddove l’unica democrazia è l’anarchia», ma anche «il fuori gioco mi sta antipatico, come tutte le regole che limitano la libertà di movimento e di parcheggio».
Riflessioni tanto dissacranti quanto beffardamente situazioniste e sorprendentemente attuali pongono una questione circa una presunta attualità politica di Bianciardi, dato che alcuni suoi seguaci ritengono opportuno ripartire da dove lui aveva lasciato, e come da suo monito «Riaprire il fuoco». Proprio nei giorni scorsi, a seguito degli incidenti di Roma durante la manifestazione degli indignados, Giovanni Robertini su Il Post rifletteva: «Mi metterei una benda da pirata sull’occhio pensando non ai black block ma a Luciano Bianciardi, anche lui anarchico (per molti da sabato è diventato un insulto: “anarchico!”), anche lui idealmente un tragicomico riottoso, che nel suo romanzo più noto aveva progettato di far saltare in aria col tritolo il mitico Pirellone, simbolo che il capitalismo che fu e che c’è ancora. Luciano Bianciardi non era un indignato, non sarebbe mai riuscito a dire agli altri “Indignatevi!”: era un insofferente, e tra sé in solitaria soffriva». Forse anche per questo, nonostante i proclami dinamitardi contro televisione e banche, di fronte al genio di Bianciardi nessuno si è mai permesso di tirare in ballo reati ideologici o altre amenità repressive.  

Che c'è in fondo a destra? Il libro di Polito è la storia di un'eclisse





Annalisa Terranova

Bisogna leggere il libro del giornalista Antonio Polito In fondo a destra. Cent’anni di fallimenti politici (Rizzoli) per capire quali e quanti ostacoli ci sono sul cammino della destra italiana e quanti errori alle sue spalle. Un pamphlet lucido, a volte anche un po’ ripetitivo, che ha un grande difetto (voluto): non prende proprio in considerazione la destra di derivazione missina, cioè tutto quel mondo che dal 1945 in poi in quello spazio si è trovato a militare, un mondo che poi ha ingrossato le file di An e che infine si è trovato, assai spaesato, in quelle berlusconiane. Quest’area, per l'autore (editorialista del Corriere e già direttore de Il Riformista) , è di derivazione fascista, nostalgica e non è dunque utile alla costruzione di una destra liberale e conservatrice, una di quelle destre normali che ci sono in altri paesi europei. Polito non degna poi di considerazione il tentativo di Fini di dare vita a una destra diversa da quella berlusconiana. Non riconosce a questa operazione alcuna dignità, non ne parla, e considera la vicenda alla stregua di una lite interna al Pdl che ha condotto all’uscita di scena dello stesso Fini.
Ma, detto questo (che è poi il solo, anche se non piccolo) limite del libro, le pagine rappresentano una riflessione ineludibile per capire come mai destra e berlusconismo siano un mix che produce una politica anomala, come mai ciò che Berlusconi ha fatto (e ciò che non ha voluto fare) indebolisca alla radice il progetto stesso di una destra normale. E si badi che dalla prosa di Polito traspare per Berlusconi una certa ammirazione. Dunque siamo dinanzi a un libro che non demonizza il leader del Pdl, anzi lo studia come fenomeno imprescindibile della politica italiana al di là e oltre gli infantilismi di chi vorrebbe liquidarlo per via giudiziaria.
E’ fisiologico che nelle democrazie si alternino destra e sinistra (lo stesso autore confessa di aver voluto almeno una volta votare a destra, pur avendo dato il primo voto al Pci nel 1975). Perché però in Italia il bipolarismo non funziona? Andando indietro nel tempo, all’Italia post-unitaria, si rintraccia la tendenza a costruire un’area di legittimità che coincide con le classi dirigenti liberal-costituzionali e taglia fuori le estreme. Dopo la “catastrofe bellica” escono indeboliti i capisaldi della destra (Polito non considera, giustamente, il fascismo un fenomeno di destra) a cominciare dal nazionalismo e dall’idea di Patria. La Dc fa da punto di riferimento dell’area liberale e da anomalo polo di “destra” rispetto al Pci. I fascisti sono lasciati ai margini, privi di legittimazione nonostante proprio in quel mondo (anche se Polito non lo dice) per tutto il dopoguerra si coltivano temi e spunti culturali imprescindibili per qualunque destra e che poi saranno spazzati via dal berlusconismo in versione bling bling (dal rumore del tintinnare di gioielli, emblema di una destra cafona e arrogante che non legge libri ma ostenta ricchezza). Invece un capitolo è dedicato (ahinoi!) alla destra occulta, quella eversiva e segreta disposta anche all’uso della violenza per fermare il pericolo comunista. Secondo Polito queste frange sarebbero state alimentate dall’emarginazione del Msi e dall’inesistenza di una vera destra democratica e conservatrice: la nostra tesi è invece che proprio il Msi fece da tappo a queste pulsioni eversive senza riuscire però a mantenere sempre distanze nette con personaggi ambigui e manifestamente manovrati dai Servizi.


Ma arriviamo al 1994: può esistere una destra che non abbia senso dello Stato e delle istituzioni? No, secondo Polito e secondo tutti i politologi. Ebbene quella berlusconiana è invece proprio una destra che non ha alcun senso delle istituzioni (lo prova il fatto che Berlusconi non ci pensa proprio a liberarsi del conflitto di interessi) e che tradisce anche le radici nazionaliste del pensiero di destra agganciando l’elettorato separatista del Nord. Secondo Polito l’adesione all’antifascismo, in questa chiave, va letta come recupero del racconto fondante della Repubblica, passo imprescindibile per la legittimazione: un passo che Fini compie prima di Berlusconi il quale attende il 2009 per pronunciare a Onna queste parole: “La Resistenza è uno dei valori fondanti della nostra nazione, un ritorno alla tradizione di libertà. Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l’onore della Patria”. Il tema della Resistenza e dell’antifascismo meritava un approfondimento maggiore, perché è vero che si tratta del racconto fondativo di questa Repubblica ma bisognerebbe indagare quanto questo racconto sia sentito e vissuto davvero dal paese reale e quanto vi sia di ideologico, di forzato e di astratto in quella narrazione.  E’ semmai la Lega, con la messa in discussione dello Stato unitario e del processo di nation-building che ne è alla base, a mettersi fuori dal recinto ideale che deve comprendere una destra e una sinistra normali. Anche sul populismo il discorso è complesso: il berlusconismo ritiene che il potere venga legittimato dall’elettorato ma allo stesso tempo nella pratica di potere il centrodestra ha ceduto a lobby e gruppi di interesse ingessando la struttura sociale e vanificando le ragioni che pure stanno alla base di ogni sano populismo: il rispetto dei meno abbienti e la speranza anche per loro di riscatto sociale. Anche il rapporto con i cattolici è stato fallimentare per il centrodestra, impostato sull’idea che uno scambio di favori potesse sostituire la mancata adesione ai valori da parte dei capi e dei quadri intermedi. Uno dei connotati della destra avrebbe dovuto essere il presidenzialismo (peraltro proposto per decenni e in solitudine solo dal Msi). Ebbene qua Polito fa benissimo a chiarire che fu proprio Berlusconi, nel 2007, a far fallire la Bicamerale presieduta da D’Alema che era giunta a prevedere l’elezione diretta del capo dello Stato con legge elettorale a doppio turno. A Berlusconi interessava di più limitare i poteri della magistratura e tutto andò a gambe all’aria.


Sul modello partito del Pdl si è molto scritto. È un partito carismatico, il cui leader si fida solo di coloro che ha a libro paga. Non solo non è possibile un dissenso organizzato ma neanche una qualche forma di partecipazione (si veda com’è finita la storia delle primarie). Perché? perché nel partito-contorno gli elettori subiscono le decisioni del vertice e le assecondano attraverso la “mobilitazione”. Non è riconosciuta loro l’autonomia necessaria a mettere in moto un processo di attiva partecipazione.
Ma è nel capitolo sulla “catastrofe culturale” della destra che possiamo leggere alcune verità inconfutabili: un’opera di rilancio culturale – dice Polito – non è stata mai neanche tentata pensando “di poter dominare la scena politica per decenni con la pura gestione del potere, senza combattere la battaglia delle idee”. Emblematico l’episodio di Antonio Martino che propone a Berlusconi una collana per Mondadori di saggi del pensiero politico liberale e si sente rispondere dal capo che lui avrebbe fatto con cinque minuti in tv più di un’intera collana di libri. Il vuoto culturale a destra  dovrebbe essere riempito dal fiorire di think tank che nasconde però in verità solo la nascita di correnti mascherate. Il punto più basso si tocca negli ultimi anni: all’inizio c’erano i professori come Vertone, Melograni e Pera. Alla fine c’è Alfonso Signorini con “Chi”. Scrive Polito: “Il capo della destra italiana non vuole valori, vuole voti. Con la cultura non investe, commercia”. Giuliano Ferrara si ingegna a consigliare il “principe” con analisi a volte più o meno lucide e più o meno fondate ma è fatica sprecata.  Lui si diverte di più a fare il satrapo e non vuole consiglieri ma più che altro cortigiani. Così cala il sipario sull’eclisse di una destra che non ha neanche mai provato a essere tale: un po’ per colpa dei difetti di Silvio Berlusconi (bravissimo a prender voti ma meno bravo nell’incarnare progetti politici degni di questo nome) un po’ perché la destra marginale che già esisteva, tolta dal ghetto dagli elettori, ha inseguito quello che ha individuato come nuovo  padrone colta da un’ansia senza fine di legittimazione e non ha mai voluto essere destra normale (quando Fini ci ha provato era così tardi che nemmeno i suoi ex fedelissimi lo hanno voluto seguire). La destra del ghetto aa oscillato tra l’essere destra nostalgica (per non perdere la risorsa di voti che venivano dal Msi) e destra ingorda (pretendendo un posto alla tavola della grande abbuffata). Il risultato è che, quando uno come Polito scrive un libro sulla destra, gli eredi del Msi, per la figura mediocre che hanno incarnato, non hanno neanche un capitolo riservato. Cancellati. Ininfluenti. E questo vorrà pur dire qualcosa. 

sabato 23 marzo 2013

Un Principe è per sempre... riflessioni sull'attualità di Machiavelli








Gennaro Malgieri

Cinquecento anni e se li porta magnificamente. Il Principe di Niccolò Machiavelli è un testo che non invecchia. Lo sapeva bene Antonio Gramsci che da esso trasse le coordinate per delineare la figura del "nuovo principe", ordinatore della politica moderna. Nelle Noterelle così si esprimeva: "Il carattere fondamentale del Principe è quello di non essere una trattazione sistematica ma un libro 'vivente', in cui l'ideologia politica e la scienza politica si fondono nella forma drammatica del 'mito' ". Il ché significa che l'elemento dottrinale e razionale si impersona in un "condottiero" che riassume in sé la "volontà collettiva" quando si forma attraverso un processo di appropriazione dell'elemento più umano da parte del soggetto attivo, vale a dire la passione che muove lo spirito dei popoli. Cesare Borgia, il Duca Valentino, fu capace di suscitare un fenomeno simile? La storia s'interrogherà a lungo. Ma certamente, seguendo le pagine di Machiavelli, diremmo che impersonò la "eccezionalità" nel mondo dilaniato della sua epoca, orientando un progetto che non lasciò indifferenti coloro i quali avevano cuore per sentire e ragione per comprendere: la creazione dello Stato nazionale.
Non credo che una prospettiva di tal genere sia oggi deperita. Al contrario, la vedo straordinariamente viva a fronte della decadenza dell'arte di governare che percorre la riflessione di Machiavelli lungo tutto l'arco della sua vita di studioso, non meno che di uomo pubblico. Al centro della quale c'è l'uomo (elemento che risulta tragicamente assente oggi come fondante un'antropologia politica) che ha la necessità di essere indirizzato e per il quale si assumono provvedimenti che possono perfino risultare impopolari, difficili da digerire, ma che nonostante le avversità che provocano se il  governante o "decisore" è convinto della loro bontà non può che adottarli con tutti i mezzi di cui dispone esercitando un potere legittimo.
E quando è legittimo il potere? Ecco Machiavelli: "Debbe uno che diventi principe mediante il favore del populo, mantenerselo amico; il che li fia facile, non domandando lui se non di essere oppresso. Ma uno che, contro al populo, diventi principe con il favore de' grandi debbe innanzi a ogni altra cosa, cercare di guadagnarsi el populo; il che li fia facile, quando pigli la protezione sua". Dunque, l'orizzonte del Principe, e cioè del detentore del Potere, è il "bene comune", costi quel che costi. E ben oltre il tornaconto che egli stesso può ricavarne. Poiché sa bene di che pasta è fatta la natura umana: di per sé triste e votata al cambiamento dei sentimenti, volubile e incostante, più affezionata alla difesa delle cose materiali che ai suoi stessi affetti. Può non piacere, ma è così a volerla dire come stanno le cose nella perennità del divenire, ben oltre quindi i "buonismi" che caratterizzano alcune epoche, compresa la nostra.
"Delli uomini - si legge nel Principe - si può dire questo generalmente: che siano ingrati, volubili, simulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno e mentre fai loro bene, sono tutti tuoi, offerenti di sangue, la roba, la vita, i figlioli, come di sopra dissi. quando el bisogno è discosto, ma quando ti si appressa, e' si rivoltano...E quel principe che si è tutto fondato sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina. Li uomini hanno meno rispetto a offendere uno che si faccia amare, che uno che si faccia temere, perché l'Amore è tenuto da uno vincolo di obbligo, il quale per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto, ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai".
La negatività della considerazione di Machiavelli dello spirito umano è radicale. Da qui il suo ragionevole pessimismo su cui fonda la costruzione politica del Potere come strumento regolatore degli egoismi, dei conflitti e dei disordini inevitabili. Elementi che quando assumono fattezze non private, ma pubbliche danno luogo ad eventi che coinvolgono i popoli ed è allora che il Principe si esercita con la perizia che gli deriva dalle sue qualità e la legittimità che gli viene conferita da chi lo riconosce come detentore della potestà a rappresentare le ragioni affidatele e a difenderle. Insomma, il "mito" gramscianamente inteso, al di là delle contingenze che inducevano Machiavelli all'identificazione del Principe con la personalizzazione del Potere, è lo Stato.
In questo senso, l'opera del Segretario fiorentino è attualissima, proprio perché dall'esplosione degli elementi anti-statali e, potremmo dire, anti-comunitari, assumendo la formulazione dello Stato-comunità per designare il primato politico della Res publica nella quale i cittadini (non più sudditi) si riconoscono, mettono a repentaglio la stessa libertà che, in ossequio ad una certa lettura del Principe, è stata considerata come una sorta di jattura da Machiavelli. Ma non è così.
Vi sono epoche in cui la libertà è succedanea all'ordine civile. Senza la garanzia di questo non può esistere quella. Machiavelli la vedeva in questo modo e perciò, con parole che oggi giudicheremmo sprezzanti, scriveva: "Era tenuto Cesare Borgia crudele; nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede. Il che se si considera bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò distruggere Pistoia. Debbe, pertanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere li sudditi suoi uniti e in fede; perché, con pochissimi esempli, sarà più pietoso che quelli e' quali, per troppo pietà, lascino seguire e' disordini, di che nasca occisioni o rapine; perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare".
Allora, è meglio essere amati o temuti? Sarebbe meglio la combinazione di entrambi. Ma in un mondo idilliaco. In realtà lo spazio per l'amore e la pietà è dato dal timore che viene dispiegato da chi deve provvedere a limitare le conseguenze del disordine. Così per gli Stati. E da cinquecento anni non facciamo che chiederci come conciliare i due stadi dell'umanità in conflitto con se stessa. Soprattutto quando dalla mancanza di timore nasce la corruzione ed i costumi pubblici si fanno specchio d'inganni per i popoli che ritengono di poter abusare della lieve mano del Principe-Stato, se non addirittura della sua assenza.
E, da questo punto di vista, non v'è niente di più rivoluzionario della rigenerazione che presuppone il principio di legittimità del Potere fondato non sull'origine giuridica delle Costituzioni, ma su quella politica, come dimostrano tutte le normative che sono destinate a restare.
Non saprei se oggi Machiavelli, sorridendo come appare nel ritratto di Santi di Tito in Palazzo Vecchio a Firenze, si schiererebbe per l'abdicazione dello Stato politico in favore di un formalismo caduco o viceversa. Tutto lascia ritenere il contrario. Ma sono certo che constatando la caduta dello Stato e lo scempio che ne è stato fatto, si ritirerebbe a San Casciano ad "ingaglioffirsi" con i "suoi"popolani disposti a  comprenderlo più dei potenti cui, forse inutilmente, ha cercato di insegnare l'arte del governo. La più difficile, la più pericolosa. Almeno quanto l'amore che Machiavelli descrisse e pure esaltò.

venerdì 22 marzo 2013

Quando Sergio Caputo cantò: “Il peggio sembra essere passato”



Luciano Lanna
Proprio in questi giorni di primavera, ma esattamente in quelli di trent’anni fa, nel 1983, non solo sulle radio, sui juke-boxes (che ancora c’erano), ma anche con i primi videoclip e nei negozi di dischi, irrompeva Un sabato italiano, il primo sorprendente album di Sergio Caputo, cantautore e musicista romano che aveva allora ventinove anni. Lo swing la faceva da padrone in quei splendidi e coinvolgenti dieci pezzi, e in generale l’atmosfera che si respirava era completamente diversa da quella comunicata sino ad allora dalla musica italiana, soprattutto dal genere cantautorale. L’io narrante dei brani sembrava essere un autentico cantante di night club, dedito dunque suo malgrado alla vita notturna e per questo capace di sviluppare un punto di vista atipico e meno illusorio del cittadino comune, dal quale tuttavia non sembrava prendere le distanze, forse perché il suo lavoro era frutto di necessità e non di vocazione. E dello spirito dell’epoca quel disco rispecchiava al meglio la voglia di cambiare perché Caputo  cantava esplicitamente così: “Il peggio sembra essere passato...”.
La copertina dell’album è inconfondibile e ritrae Sergio Caputo davanti a un bar che si allora trovava a Piazza Cavour a Roma (dove ora è situata la multisala Adriano) e che prima era più semplicemente il cinema Adriano con annesso bar. Sul retrocopertina è indicata una serie di cocktail o bevande, abbinati con ciascuna canzone, con relative ricette, i cui nomi sono talvolta inclusi anche nel testo stesso. Segno che la cultura dell’impegno ideologizzato e del “tutto è politica” avevano già preso congedo dall’immaginario giovanile.
Era intanto evidente la vocazione non-conformista di Caputo. Un profilo che il musicista qualche anno fa ha tratteggiato in un personaggio di fantasia, Max Paesani, protagonista del suo romanzo autobiografico Disperatamente (e in ritardo cane) ­– edito da Mondadori – in cui ha mescolato verità autobiografica e guizzi di fantasia per raccontare l’epopea di un personaggio che – come si legge sul risvolto di copertina – «gli assomiglia molto». Ex pop star di successo degli anni Ottanta, l’eroe del romanzo si è ritirato da anni in California, torna in Italia ogni anno per una piccola tournée, e per pochi giorni ridiventa quello di una volta: in jeans, giubbotto di pelle, Ray-Ban e la chitarra in mano.
«Il peggio sembra essere passato» cantava appunto Sergio Caputo in Un sabato italiano già nel 1983, fotografando una situazione in cui, dopo gli anni dell’impegno a tutti i costi e a tutte le ore, arrivavano finalmente sabati qualunque e notti che, “come dirigibili”, iniziavano a portarci via lontano. Erano quelli gli anni di un «adorato popolo della notte che come me – scrive il cantautore nel suo romanzo – cominciava a strisciare fuori dai suoi recessi sepolcrali intorno alle 23, per farvi ritorno solo un attimo prima dell’alba. Una generazione incompresa di vampiri romantici che si mordevano esclusivamente fra loro e s’innamoravano gli uni degli altri giurandosi di non cambiare mai, solo per ritrovarsi, quasi trent’anni dopo, dispersi e inariditi in chissà quale pianeta della galassia, prigionieri come me nella vita di qualcun altro…».
D’altronde, anche il romanzo Disperatamente (e in ritardo cane) è un omaggio appassionato alla generazione di chi oggi ha pressappoco cinquant'anni. «Un ventenne nel cervello di un uomo di mezza età» si definisce il protagonista del, che ricorda con nostalgia la sua giovinezza: «…quando la mia esistenza era incredibilmente facile e nel futuro c’erano solo promesse. Erano gli anni Ottanta, nel bene e nel male. E tutto poteva ancora essere, tutto poteva ancora succedere. E, poi, semplicemente, tutto è successo». Erano gli anni in cui l’Italia trovava la sua «respirazione artificiale per resuscitare il vecchio buon umore». Una boccata d’aria in grado di far superare i legami, talvolta ingombranti, con il decennio precedente. Come all’epoca ammetteva lo stesso Caputo cantando – in un’altra canzone presente nello stesso album: Bimba se sapessi (ma nota anche come Citrosodina…) con parole tutt’altro che casuali: «Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare». Sergio, infatti, già allora parlava con cognizione di causa. Anche nel decennio precedente, giovanissimo, non era stato uno di quelli rimasti a guardare dal balcone: gli anni ’70 lo avevano visto partecipe, anche se dalla cosiddetta “altra parte della strada”, a scandire il suo impegno leggendo Allen Ginsberg, Gregory Corso, Hemingway, Bukowski e i Cantos di Ezra Pound. La sua era una battaglia non-conformistica «contro – scriveva nella rivista studentesca romana L’Alternativa, molto vicina al Fronte della gioventù, di cui lui era ideatore, grafico e vignettista – gli apriorismi delle filosofie e delle ideologie, contro la società dei consumi, contro la repressione psicologica operata dai persuasori occulti, contro l’inattuale staticità delle ripartizioni politiche, contro la reazione, contro il liberalismo, contro il livellamento, contro la massificazione…». In suo articolo di quegli anni Sergio si schierava senza esitazione dalla parte della contestazione del ’68 che, a suo dire, «aveva evidenziato i problemi delle nuove generazioni, insofferenti e stanche di una società nella quale non si riconoscevano, incapaci di affrontare e soddisfare le loro esigenze sociali e culturali». Dopo di che fissava un preciso riferimento esistenziale e letterario nel «vasto e valido fermento giovanile degli anni ’50, di cui si era fatto portatore lo scrittore americano Jack Kerouac». Numerose le tracce lasciate dal Caputo degli anni studenteschi e del suo locale “Il Covo” di Corso Francia: poster, manifesti, adesivi, fumetti… E’ stato disegnato proprio da Caputo il celebre poster con il profilo di Ezra Pound e la frase “se un uomo non intende correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente o non vale niente lui…”. Poi, ovviamente, la musica. Il suo stesso primo singolo, Libertà dove sei, nasceva in qualche modo da quei fermenti e da quelle passioni (basta andare su YouTube per riascoltarla e capirne il senso…).
Sia ben chiaro: qualche eco di tutto questo è affiorato negli anni non solo nella sua musica ma anche nel romanzo autobiografico. «Io lavoravo come copyrighter free lance e me la cavavo bene… passavamo lunghe serate a ipotizzare nuovi stili musicali, disquisire di futuri mezzi di comunicazione, dell’interazione fra diverse forme d’arte d’arte», spiega di quegli anni Max Paisani, aggiungendo che lui in quel fermento era capace di riuscire a far convivere parallelamente – e simultaneamente – anche situazioni apparentemente contrapposte «che in qualche modo condividevano la stessa zona spazio-temporale, ma che secondo me non sarebbero state compatibili tra loro, e io riuscivo a passare disinvoltamente dall’una all’altra senza subire grossi danni a livello cerebrale». Innegabile il riferimento autobiografico all’avvio della stagione freak dello stesso Caputo, quando cominciò a suonare e cantare prima al Convento Occupato, poi al Murales, infine al Folk Studio. E qui – vera e propria palestra della cosiddetta scuola romana dei cantautori – incontrerà il suo “scopritore”, il musicista-giornalista Ernesto Bassignano (il grande Bassinger) e la vocazione musicale prende il sopravvento.
«C’era musica dappertutto, e non solo – racconta ancora il protagonista del romanzo – nei locali, anche per la strada. La musica era il collante sociale di quegli anni controversi e difficili, pieni di conflitti ed equivoci culturali. Il più grosso dei quali era il modo in cui i miti della musica e della cultura americana riuscissero a convivere con un viscerale antiamericanismo, tendenza che per quanto mi riguarda era incomprensibile: tutti i miei idoli, da Charlie Parker a Jimi Hendrix, dai poeti beat a Andy Warhol, erano americani… Così come consideravo idiota farsi chiamare hippy e poi andare alle dimostrazioni antiamericane. Ma quelli erano anni strani…». Anni in cui, comunque, «i più svariati e curiosi elementi si mescolarono e si fusero insieme, dal jazz alla poesia sudamericana, dall’hippie al radical chic, dal femminismo militante al sesso libero e spensierato, dall’anticonformismo a un conformismo di segno diverso e non per questo meno fastidioso…». Alla luce anche di questo, in una sorta di «pellegrinaggio retroattivo», il romanzo si dipana in una storia che si legge tutta d’un fiato, scritta con un linguaggio davvero swing e che ricorda le atmosfere e le situazioni delle canzoni più famose di Sergio.
Il messaggio finale del romanzo è esplicito e rappresenta a nostro avviso tutto quello in cui Caputo si riconosce: «Ricordati, finché ci resta tempo da vivere la partita rimane aperta». Perché c’è sempre un’altra possibilità: «Il nostro destino è una cosa, la direzione che la nostra vita prenderà è un’altra». Una lezione che il protagonista del libro sostiene di aver imparato incontrando una volta Keith Richard: «Mi ha insegnato molto, per esempio che non bisogna mai pensare di essere rimasti senza cose da dire. Che non bisogna mai arrendersi alla tentazione di auto-omologarsi...».

Cinquant’anni di beatlesmania


Marco Iacona

Primavera 1963-2013. Please Please me primo ellepì dei Beatles compie cinquant’anni. Il long playing che diede il via alla carriera dei Fab Four è oramai vecchio di mezzo secolo. Vecchio, è proprio il caso di dire, ma mai invecchiato. Due scuole di pensiero si sono date battaglia nel corso del tempo: la prima fa risalire proprio ai primi giorni di primavera del 1963 (o all’ottobre del 1962: uscita di Love me do, primo 45 del gruppo), il certificato di nascita del più grande gruppo della storia della musica leggera. La seconda con argomenti un po’ più sofisticati rinvia alla metà degli anni Sessanta (Rubber soul) l’inizio di un nuovo corso per la musica in Occidente. In quei pochi anni i Beatles passeranno da buon gruppo beat – uno dei tanti – a formazione raffinatissima dallo stile eclettico: padrona di suoni, stili e addirittura di generi e umori. Anche se avessero ragione questi ultimi è giusto dire che Please Please me non è per nulla un prodotto convenzionale, ma un lavoro che porta seco alcune importanti novità.
Andò più o meno così. Brian Epstein negoziante benestante di Liverpool si accorse dei Beatles dalle continue richieste dei suoi clienti e andandolo a vedere di persona al Cavern Club. Come tutti sanno, divenne presto il loro manager. Dopodiché li presentò a George Martin (passato alla storia come il quinto Beatle) produttore e dirigente della Parlophone, sottomarca della Emi. Era il 1962. Martin, ancora in vita al contrario di Epstein morto in circostanza drammatiche nel 1967, non rimase colpito dalla qualità della musica dei Fab four, ma, parole sue, dal loro «fascino». Lo stesso Epstein d’altra parte non era affatto estraneo al look e alla personalità del gruppo, inizialmente decisamente rozzo. Unica condizione perché i quattro potessero far carriera non limitando le loro performance alle serate nei locali: il batterista. Pete Best poco in sintonia con Paul, John e George, almeno per le incisioni in studio doveva essere allontanato. Così venne chiamato Ringo Starr già a quel tempo non del tutto sconosciuto. Dopo Love me do, il singolo Please please me (gennaio 1963 e secondo per il gruppo), ebbe grande successo (primo in classifica in Inghilterra), grazie a Martin che consigliò ai Beatles un tempo più sostenuto. Chi conosce la storia dei Fab Four sa che l’apporto del quinto Beatle sarà determinante. 
Da lì in poi il produttore capirà che il gruppo avrebbe realizzato grande musicale per il presente e il futuro. S’affrettò dunque affinché nascesse il primo ellepì. Registrato in tempi da record: sole quindici ore ad esclusione dei singoli precedenti. Un mix di ritmo e carezze per l’udito. Con quattordici canzoni anziché con le canoniche dodici, con molti brani originali e non solo riproposizioni o cover. In un momento nel quale pochi cantanti pop componevano le loro canzoni, in molti furono sorpresi dal trovare tanti brani originali firmati dalla coppia: McCartney-Lennon. Un’innovazione determinante per l’avvenire della musica pop, rock e d’autore.
Dei quattordici brani ne scegliamo quattro-simbolo. Due originali e due no. I più noti sono ovviamente la title track scritta un anno prima; Love me do eseguita non da Ringo Starr ancora in prova (che è tuttavia il batterista della versione su 45 giri), ma da Andy White; A Taste of Honey di Bobby Scott e Ric Marlow poi diventa nella versione quasi irriconoscibile di Herb Alpert la sigla dello storico programma italiano Tutto il calcio minuto per minuto; e il mega successo Twist and Shout composta da Phil Medley e Bert Russell. Brano beatlesiano in tutto e per tutto tra i più amati dal pubblico. 
In Italia Please please me uscirà nel novembre del 1963 con copertina e titolo diverso: The Beatles. Già, i Beatles: basta la parola no?

Pensando a quelli che andranno in piazza con Silvio

Annalisa Terranova

Ho ascoltato lo spot radiofonico della manifestazione a piazza del Popolo dei berlusconiani, che ci sarà domani. C'è l'inno di Forza Italia e poi una voce suadente invita: "Vieni con Silvio eccetera eccetera". Si chiude ancora con l'inno di Forza Italia. Ora lo so che delle piazze non si parla male, io stessa tante volte, per lavoro ma anche per convinzione, ho difeso la piazza del centrodestra dagli attacchi di Prodi che accusava quel tipo di manifestanti di essere solo interessati a non pagare le tasse. Ma in quel tipo di riunioni c'era anche la gente che veniva dalla destra ghettizzata e sognatrice di cui io avevo fatto parte. Ecco, oggi questo non si può più dire. Mi amareggia, persino, pensare che un tempo a piazza del Popolo ci si incontrava con il sottofondo dell'Inno a Roma (peraltro detestato da noi del Fronte che avremmo preferito Vasco Rossi o Francesco De Gregori) e che oggi Berlusconi si è preso anche quell'ultima memoria, quell'ultimo drappo d'identità, fagocitando tutto un mondo dentro la spirale del suo gigantesco conflitto di interessi. Mi chiedo se qualcuno, degli ex An che si stanno preparando alla mobilitazione, ci abbia fatto almeno un pensiero. Ma non credo, perché a Roma si vota per il Comune, e quelli che una volta erano i quadri e oggi possiamo chiamare con più realismo clientes, quelli che un tempo erano militanti e oggi sono ingranaggi di un apparato che serve a rieleggere sempre gli stessi, sanno che con queste faccende non si scherza. Dunque la gente ci andrà, sarà numerosa, sarà rassicurata, si illuderà che là non ci sta solo Forza Italia ma anche la destra. Dice: sei nostalgica. Un po' è così, un po' mi interessa il ripetersi di situazioni in cui quelli come me non hanno luogo e non hanno modo di esprimersi, e non certo per indifferenza. Accadde più o meno la stessa cosa ai tempi della guerra contro l'Iraq. I no global fecero un imponente corteo a Roma. Il centrodestra replicò sventolando bandierine americane a piazza del Popolo. Lo chiamarono Usa-day. Ovviamente io e tanti altri disertammo l'appuntamemento. All'epoca dissi a un mio collega, Pino Rigido: "Ma possibile che nei momenti cruciali noi non abbiamo mai una piazza in cui riconoscerci?". E lui: "Io almeno a piazza San Giovanni ho festeggiato lo scudetto della Roma". Ecco, quanto si dovrà aspettare senza rassegnarsi a sventolare ieri la bandierina americana e oggi quella di Arcore? Dove sono finite le nostre bandiere?

giovedì 21 marzo 2013

Omaggio ad Anna Maria Ortese





È morta 15 anni fa Anna Maria Ortese, scrittrice schiva e appartata, una delle più grandi del Novecento. Di seguito un estratto dall’ultimo libro della Ortese pubblicato da Adelphi, Da Moby Dick all’Orsa Bianca:
«Che poi, domani, questa tragica condizione possa mutare, questa casa del silenzio mostrare di essere abitata, e quest’uomo morto mostrare teneri segni di vita, è possibile. Oggi come oggi, età della Scienza e della Tecnica, dell’Industria come patria, della produzione come pena, dell’oggetto come avvenire; delle masse come illibertà smisurata e definitiva – così, allo stato di massa, stanno fermi oceani, montagne, dormono le Ande e il Pacifico – oggi come oggi, l’Uomo-umano, che porta in sé libertà e bellezza personale, non esiste quasi più. Non esistono che le masse, e le masse non sono che immobilità. Sono prigioni, e chiunque può impadronirsi di una prigione. Il nostro cielo, di donne e di uomini nuovi, perciò è scuro. Le masse sono – perché immobilità – tristezza grande. Chi ha voluto l’uomo-massa, l’immensa malinconia delle masse, se non Achab, per una maledetta gamba perduta, dando la caccia, come l’ha data, al simbolo di tutti i segreti, alla maschera che non si doveva raggiungere? Quante cose sa l’uomo di oggi! E come – quanto più sa – più è paralitico! Il suo odio per i segreti non ha limiti; perciò egli non produce più segreti, solo incomprensioni. In scatola, ha messo tutto. Ora, eccolo intento a sezionare e rappezzare se stesso. Di qua una gamba, qua un frammento di cuore, qua una lista di cervello. Vediamo se si può fare Adamo nuovo, e dire al Dio dei Cieli: “Questa è casa mia, esci!”. La situazione dell’uomo, ora che è diventato adulto (e lo si vede dal fatto che non ride più), non ha vie d’uscita, se egli non torna libero. E come potrà tornare libero, se non torna solo? E come potrà essere solo, se non torna forte? E come potrà essere forte, se non decide di staccarsi dai mercati? Se non ritorna al grano, al pesce, alla personale conquista della sua giornata, allo sforzo fisico, al coraggio di lavorare liberamente? Ecco, in questa impossibilità, non solo di decidere, ma perfino pensare una cosa tanto grandiosa – la sua libertà fisica, la sua rivolta alla falsa sicurezza dell’associazione, della massa – è tutta l’angoscia».